Il blog aperto a tutte le idee orginali, alle opinioni coraggiose, alle riflessioni espresse senza peli sulla lingua
Castigat ridendo mores

Uscire dal pantano dell'Euro è possibile: ecco come

Zero disoccupazione, zero inflazione: è l'Italia senza Euro. Possibile? Il gruppo di economisti che ha salvato l'Argentina sta divulgando da mesi un piano per il nostro paese... 

(Continua dal precedente articolo Capire perché questo Euro ci ridurrà alla fame). Uno Stato formalmente sovrano, ma di fatto schiavo dei mercati finanziari; costretto sempre ad avvitarsi su se stesso perché impossibilitato ad indebitarsi quando ciò si rende necessario (come appunto oggi), diversamente da quanto possono fare i paesi con moneta sovrana (vedi Usa, Giappone, Gran Bretagna). Uno Stato che, oltre a non poter mai indebitarsi creando ricchezza netta nel contenitore dei cittadini privati, non ha nemmeno una propria moneta e che di conseguenza deve restituire con gli interessi ogni singolo Euro che prende in prestito dai mercati finanziari. Questa, in sintesi, è la situazione dell'Italia di oggi e degli altri paesi della zona euro, che è stata delineata nel precedente articolo e in altri pubblicati negli ultimi mesi.
Il sistema nel quale siamo inseriti è tale da rendere impossibile - utopia pura - un rilancio dell'economia, se non nel caso di un ribaltamento totale degli accordi tra i paesi dell'eurozona. In pratica, per invertire un trend che lentamente ed inesorabilmente porterà all'economicidio dell'Italia e di gran parte dei paesi dell'eurozona, tutti i partner europei dovrebbero mettersi d'accordo su una modifica radicale dei trattati. Vedremo ora quali sono le possibili soluzioni e si giudicherà poi alla fine quanto queste ipotesi siano realistiche.

Dunque su quali cambiamenti dovrebbero trovare un accordo i paesi dell'Euro? Partiamo dal presupposto che, in tal caso, si dovrebbe fare un passo in avanti verso una più autentica unione delle nazioni che hanno sottoscritto i precedenti trattati di Maastricht e Lisbona. Ipotesi numero uno: si autorizza la Banca centrale europea a farsi garante dei debiti dei paesi dell'eurozona e quindi ad acquistare, in caso di necessità, i loro titoli del debito pubblico emettendo nuova moneta. Per farla breve, si dà mandato alla Bce di comportarsi come la Federal Reserve americana e di aiutare i paesi in difficoltà immettendo nelle loro economie bigliettoni di Euro inventati dal nulla. Risulta evidente, in questo caso, che potrebbe verificarsi la possibilità di un paese (ad esempio la Germania) che in un determinato momento non necessiti di un intervento del genere e che però si ritroverebbe una moneta svalutata e una probabile inflazione, il tutto a causa dei problemi altrui (per esempio dell'Italia o della Grecia).

Ipotesi numero due, più radicale della prima: si va verso l'unione totale delle economie dell'eurozona, creando un ministero del Tesoro europeo e, soprattutto, sommando i debiti sovrani in un unico debito europeo e con un unico titolo di Stato europeo, fermo restando che la Bce potrebbe sempre svolgere il compito di cui all'ipotesi numero uno. Tutto ciò, naturalmente, implicherebbe che la Germania, la Francia, l'Olanda e così via accettassero di inglobare il debito dell'Italia, della Grecia, della Spagna, del Portogallo, dell'Irlanda, della Slovenia.

Immagino che quando in Italia qualche sprovveduto parla di "vera unione europea" si riferisca alle ipotesi descritte sopra. E immagino anche che si renda conto di quanto siano campate in aria, forse irrealizzabili, nel migliore dei casi futuribili, ma in un futuro molto lontano. Ad una svolta di quel tipo si potrebbe sì arrivare, ma solo quando tutti i paesi dell'eurozona, nessuno escluso, saranno alla canna del gas. Il problema è che quando la Germania sarà alla canna del gas non oso immaginare in quale sperduta regione della Cina sarà immigrata la maggior parte di noi.
Se si ricorda quanto scritto nel precedente articolo si può facilmente comprendere in quale trappola siamo andati a finire. Ne possiamo uscire? E se sì, ci sarà un prezzo da pagare? Su questo punto le opinioni sono assai discordanti, ma c'è qualcuno che ha dimostrato che un'uscita dell'Italia dall'Euro non provocherebbe nessuna catastrofe. Anzi, questi economisti hanno addirittura ipotizzato una paradossale ipervalutazione della nuova Lira. Ma questo è un dettaglio, quello che interessa è capire come reagirebbe l'economia ad un'uscita dell'Italia dall'eurozona, quindi ad un ritorno ad una moneta sovrana, effettuato però non in modo disordinato, ma seguendo un piano preciso che un team di economisti ha elaborato apposta per l'Italia.

Gli esperti in questione sono gli americani della Mosler Economics, i quali da circa un anno stanno cercando di divulgare in Italia la loro Modern Money Theory (MMT) con il contributo fondamentale del giornalista Paolo Barnard. L'esponente di maggior spicco di questa scuola di economia è Warren Mosler che con i suoi colleghi ha elaborato un Piano di Salvezza nazionale per l'Italia fondato proprio sulla MMT. Occorre precisare che questa teoria che si ispira al modello keynesiano è stata in massima parte applicata già dai governi argentini, con il risultato di risollevare un paese praticamente fallito. Oggi l'Argentina è una nazione con tassi di crescita tra i più alti al mondo.
Il piano che dovrebbe seguire il governo che decidesse di far tornare l'Italia ad una moneta sovrana si basa su un assunto fondamentale, più volte spiegato sulle pagine di questo blog: è impensabile che lo Stato possa mantenere i conti sempre in pareggio, il debito dello Stato equivale alla ricchezza dell'economia reale e uno Stato con una propria moneta sovrana può emetterne potenzialmente senza limiti. Proprio la possibilità di stampare moneta senza alcun vincolo consentirebbe allo Stato di creare piena occupazione, che è il dato più importante per l'economia di un paese. Va da sè che se lo Stato può abbassare la pressione fiscale in maniera significativa, coprendo il disavanzo con l'emissione di nuova moneta, la ripresa dell'economia sarebbe una logica conseguenza perché tornerebbero a crescere produzione, occupazione e consumi. Ma se ciò non dovesse accadere in tempi brevi, lo Stato potrebbe intervenire direttamente creando posti di lavoro temporanei, che poi saranno in seguito trasferiti al settore privato quando questo sarà in grado di assorbirli. E' evidente comunque che la possibilità per lo Stato di fare deficit è il modo migliore per imprimere spinta all'economia del paese e in particolare alle aziende. La piena occupazione è l'obiettivo principale di questo piano, anche perché non bisogna dimenticare che lo Stato non avrebbe più quella enorme spesa per gli ammortizzatori sociali che invece deve sostenere oggi, mentre dall'altro lato aumenterebbe la ricchezza da tassare.

C'è poi la questione del debito. Il piano spiega che "i creditori potranno sempre ottenere il saldo dei loro crediti in Lire, ma se insisteranno nel pagamento in Euro dovranno sottomettersi alla discrezionalità del governo italiano se ripagare in quel­la valuta, quanto ripagare e quando". Specifica inoltre che "all'atto della liquidazione di quei titoli con relativi interessi, accade il pro­cedimento inverso. Tutto accade dentro la Banca d'Italia. Se i titoli sono denominati in una valuta sovrana come sarebbe la nuova Lira, non esiste possibilità di un default sui pagamenti, proprio perché si tratta di cifre elettroniche che vengono passate da un conto all'altro dai computer del­la Banca d'Italia, ed essa non può esaurire i numeri, gli impulsi elettronici, neppure quando si tratta di liquidare gli interessi dovuti."

La principale paura legata ad un ritorno alla Lira è l'inflazione. Qualcuno è arrivato addirittura a ventilare l'ipotesi di un'inflazione a due, persino tre cifre. Insomma uno sfacelo. Niente di più falso.
La piena occupazione aggiunge una spinta produttiva di beni e servizi enorme, ed essi vanno a pareggiare la massa monetaria cir­colante, impedendo alta inflazione. È noto infatti che sa­lari pagati a persone che non producono, aumentano la domanda (denaro disponibile da spendere) ma non la produzione di beni e servizi, e questo può causare inflazione. La temuta iperinflazione è impossibile se il paese gode di piena occupazione. Ma gli esperti della Mosler economics si spingono ad ipotizzare uno scenario ancora più sorprendente: "Il governo italiano che abbandona l'eurozona non dovrà temere la svalu­tazione, e probabilmente dovrà gestire il problema opposto. Si consideri il principio precedentemente stabilito: il governo tasserà da subito nelle nuove Lire e spenderà da subito nella stessa valuta. Questa valuta sarà a tasso variabile e libero sui cambi. Le due precedenti azioni del governo creano un'immediata richiesta na­zionale su larga scala della nuova valuta per pagamenti di tasse e normali transazioni. Dunque la nuova Lira, non essendo presente, sarà scarsa e crescerà di valore. Inoltre il settore privato ricorrerà alla vendita degli Euro ancora in suo possesso per ottenere le Lire necessarie a tasse e pa­gamenti, e questo di nuovo porterà a una valutazione delle Lire sugli Euro. Esattamente il contrario di quanto ventilato dai 'terroristi' dell'ab­bandono dell'Eurozona. Gli stessi processi valgono per gli attori stranieri che lavorano con l'Italia". E inoltre "non si dimentichi che l'uscita dell'Italia dalla zona Euro si­gnificherebbe con tutta probabilità uno shock fatale per questa moneta, con una sua conseguente ipersvalutazione a causa della perdita totale di credibilità dell'intero sistema. Sarà l'Euro a svalutarsi, non la Lira, che al contrario, potrebbe addirittura apprezzarsi eccessivamente."
 
Qui, come si vede, siamo in presenza di previsioni completamente ribaltate rispetto a quanto sostiene la vulgata. Nel piano si passa poi a spiegare che l'Italia dovrà opporsi all'esistenza, nel proprio territorio, del settore finanziario speculativo e che, pur riconoscendo l'importanza del risparmio, bisognerà invertire la tendenza degli ultimi decenni che ha visto le politiche gover­native incentivare le previdenze integrative e i risparmi finanziarizzati di ogni sorta e tipo. Essi rappresentano masse enormi di liquidità sottrat­te alla Piena Occupazione e alla piena produzione nazionale, cioè alla ricchezza reale, e spesso poi impiegate nel distruttivo settore finanziario speculativo. Sarà lo Stato che spende a deficit a fornire alla cittadinanza tutti i beni e servizi pubblici per ottenere i quali oggi siamo incentivati a quelle forme deleterie di risparmio.
Come affrontare, infine, un'eventuale fuga di capitali all'estero all'indomani del ritorno alla Lira? Il problema non si pone neppure, secondo il team di Mosler, visto che si tratterebbe di uno spostamento di cifre elettroniche: "In un'Italia con moneta sovrana, libe­ramente scambiata a tasso variabile, le Lire passeranno di mano, ma non andranno letteralmente da nessuna parte, nel senso che passeranno da un computer di una banca italiana a quello di una banca straniera, ma sempre all'interno della Banca d'Italia, come crediti che si spostano da un conto all'altro al suo interno. Il reale problema della fuga di capitali esisteva quando le valu­te erano convertibili in oro, il cosiddetto Standard Aureo. Infat­ti il venditore della valuta poteva pretendere di incassare oro e portarselo fuori dalla nazione debitrice."
 
Il programma completo della MMT si può trovare su Internet, ma già questa descrizione di massima smentisce totalmente molti luoghi comuni riguardanti l'Euro e un suo eventuale abbandono. Purtroppo l'Euro non è solo una questione economica, e infatti quando lo si mette in discussione ci si rende subito conto di sbattere contro un muro ideologico edificato in anni e anni di lavaggio del cervello. Una breccia in questo muro si sta lentamente aprendo. Di fronte ad un ulteriore peggioramento della situazione economica potrebbe crollare del tutto.    

Capire perché questo Euro ci ridurrà alla fame

Tre o quattro cose sulla moneta unica che i politici (quei pochi che sanno) non possono dirvi perché vi terrorizzerebbero

"Nel nostro tempo la sventura consiste nell'analfabetismo economico, così come l'incapacità di leggere la semplice stampa era la sventura dei secoli precedenti". Oggi queste parole che Ezra Pound scrisse più di cinquant'anni fa sembrano più che mai calzanti con l'attuale situazione economica e culturale, perché se ci ritroviamo in una condizione sempre più vicina allo sfacelo il motivo è da ricercare nel lavaggio del cervello al quale tutti, a cominciare dagli stessi uomini politici, siamo stati sottoposti negli ultimi trent'anni.
Ci è stato infatti inculcato nella mente che il debito dello Stato è un mostro in grado di divorare un'economia anche solida. E dopo che il terreno fertile era stato creato (imprimendo questo concetto nelle menti di tutti), è stata poi inventata la moneta unica europea, l'Euro, la moneta della stabilità: così stabile e così immune alla svalutazione e all'inflazione che nessuno Stato può emetterla, dato che può essere solo chiesta in prestito al mercato dei titoli. Spiegherò tra poco.
Chi segue il blog credo abbia avuto già una dimostrazione esauriente che il debito dello Stato non è affatto un pericolo per l'economia, anzi: per lo Stato, in determinati momenti, è assolutamente necessario indebitarsi, perché solo lo Stato può immettere ricchezza al netto nel circolo della ricchezza privata. Nessuno di noi, infatti, può creare ricchezza nuova. Per qualcuno che si arricchisce c'è qualcun altro che si indebita o si impoverisce e così via, in un circolo che funziona autonomamente solo quando il denaro viaggia velocemente.
Sappiamo tuttavia che il circolo della ricchezza privata, ciclicamente, può rallentare o arrestarsi per svariati motivi (una eccessiva tendenza al risparmio, disfunzioni del tessuto economico, uno schock esterno etc.), lasciando molti cittadini in condizioni di difficoltà. A quel punto solo lo Stato può intervenire per rimettere in moto il circolo, aumentando la spesa a parità di entrate oppure diminuendo le proprie entrate, dunque le tasse, a parità di spesa. In entrambi i casi indebitandosi per un breve periodo, il tempo necessario per rilanciare l'economia. Questo concetto che prima degli anni Novanta era assodato e accettato da tutti, ora, chissà perché, è completamente scomparso, e quei pochi che oggi provano a farlo ritornare, come gli economisti della Modern Money Theory, sono bollati come eretici. Non solo, da qualche mese ci è stato anche imposto il pareggio di bilancio. Da quest'anno, infatti, l'Italia sarà obbligata sempre ad avere i conti in pareggio perché così è stato recentemente scritto nella Costituzione. Vietato fare deficit (il disavanzo annuale), il che vuol dire condannare l'economia ad un'agonia lenta ed inesorabile.
Il motivo è semplice: se il debito non lo può fare lo Stato, chi lo fa? Risposta ovvia: lo facciamo noi, con le banche. Lo dimostrano i fatti: l'economia italiana non è ancora collassata proprio perché il risparmio, mediamente, è molto elevato (per ora), e ciò comporta che anche le banche siano in buone condizioni, tanto che nessuna banca italiana è fallita da quando è scoppiata la crisi. Viceversa, l'economia della Spagna è allo sfascio perché i cittadini hanno pochi risparmi e molti debiti con le banche, a loro volta con le casse vuote. E si badi bene che la Spagna è il primo paese più virtuoso in Europa in relazione al rispetto dei parametri di Maastricht, visto che ha ancora oggi un buon rapporto (70 per cento) fra debito dello Stato e somma dei redditi lordi dei cittadini (Pil): vale a dire che il paese ha un Pil uguale a 100 e il debito dello Stato è 70. Ciò nonostante, la Spagna, in questo momento, ha dati economici al livello della nostra Calabria e paga interessi sul debito molto più alti dei nostri. Credo che come esempio sia più che sufficiente per capire che il mostro vero non è il debito dello Stato, ma quello dei privati cittadini, tanto più che, quando è in corso una crisi, uno è alternativo all'altro. Se non c'è il primo c'è il secondo, e viceversa. Solo che il secondo è molto peggio del primo.
Le brutte notizie, purtroppo, non finiscono qui, perché a questo punto entra in ballo un altro fattore determinante per questa crisi che, rimanendo inalterate le cose, ci porterà alla catastrofe: l'Euro. In effetti oggi lo Stato potrebbe anche decidere di indebitarsi ulteriormente, cioé di produrre dei deficit annuali significativi (vale a dire superiori allo striminzito 3% consentito dai parametri di Maastricht), nel tentativo di rilanciare l'economia. Ma come ripagherebbe poi quei deficit di bilancio? Prima della moneta unica si ricorreva ad un sistema che ancora oggi adoperano gli Usa con il dollaro, il Giappone con lo yen, la Gran Bretagna con la sterlina: si copre il debito, o una parte di esso, imponendo alla banca centrale l'acquisto di una parte dei titoli del debito pubblico attraverso l'emissione di nuova moneta, correndo sì il rischio ipotetico di provocare inflazione, ma con la certezza di poter far fronte agli impegni di spesa senza dover dipendere interamente dall'aiuto degli altri.
Con l'Euro, invece, non funziona così perché non è una moneta sovrana. Quando l'Italia, per esempio, ha bisogno di una certa quantità di Euro per coprire un disavanzo annuale (o per pagare il vecchio debito accumulato, in effetti negli ultimi vent'anni abbiamo fatto solo questo) chiede i soldi in prestito al mercato dei titoli finanziari. In pratica lo Stato vende le proprie "azioni", incassa i soldi, e alla scadenza di quei titoli (Btp, Bot, Cct) restituisce il denaro agli investitori con l'aggiunta di un interesse. E' questo l'unico sistema con cui lo Stato può avere Euro quando le entrate tributarie non sono sufficienti per far fronte alle spese (non è il caso dell'Italia degli ultimi vent'anni) oppure quando deve restituire agli investitori il denaro ricevuto "in prestito" precedentemente, più gli interessi. In parole povere l'Euro si prende solo in prestito a interesse dai mercati finanziari, nessuno Stato dell'eurozona può emetterne a propria discrezione e la stessa Banca centrale europea lo fa solo in casi eccezionali. Morale della favola: gli Stati dell'eurozona diventano come un privato cittadino, se si indebitano devono ripagare il debito contratto con tutti gli interessi. Il che vuol dire, quindi, che lo Stato - come spiega ormai da anni il giornalista Paolo Barnard - non ha ability to pay, non è in grado di onorare autonomamente un debito e dipende interamente dai mercati finanziari, i quali per ovvi motivi hanno, come si suol dire, "il coltello dalla parte del manico" e possono quindi chiedere allo Stato gli interessi che vogliono. Lo Stato, dal canto suo, non può rifiutarsi di vendere se ritiene gli interessi troppo alti perché, non avendo una propria moneta sovrana, dipende totalmente dal mercato. Ecco dunque spiegato dove nasce la speculazione. Non è un caso che il Giappone (200% di rapporto debito/pil) o la Gran Bretagna (149% debito/pil), non vengano presi di mira dagli speculatori, pur avendo finanze pubbliche più disastrate delle nostre: possono coprire i debiti con propria moneta e dipendono dai mercati fino a un certo punto. 
L'unica cosa che l'Italia può fare, di conseguenza, è evitare di indebitarsi, ma questo poi comporta altre conseguenze spiegate all'inizio dell'articolo. E quand'anche lo Stato evitasse di produrre disavanzi di bilancio (il che, come dimostrato, è un disastro per l'economia), deve comunque pagare gli interessi sul debito contratto attraverso l'emissione di titoli e obbligazioni, e perciò neanche il pareggio è sufficiente: occorrerebbe produrre un avanzo, ma quando ciò non è possibile (anche perché significa chiedere sacrifici immani all'economia reale) abbiamo ancora bisogno dei mercati finanziari che ci prestano gli Euro.
La situazione, in definitiva, è quanto di più drammatico si possa immaginare: per l'economia, per la democrazia, per il nostro futuro. Chi ci ha portati dentro questa follia della moneta unica non sovrana, sapendo benissimo ciò che stava facendo, dovrebbe pagare. E pagare caro. Ma questo non succederà e francamente a questo punto non ci interessa più di tanto. Interessano invece le possibili soluzioni per uscirne fuori senza che la ritirata si trasformi in una rotta disastrosa. In realtà ne esistono pochissime, ma è già una buona notizia che ci siano, e alcuni esperti le hanno attentamente studiate. Ne parleremo prossimamente.
Continua qui         

Così l'Euro ci distruggerà

Disoccupazione e povertà crescono di mese in mese e il peggio deve ancora venire. Ma potrebbe essere evitato se la nostra politica ricominciasse ad agire nell'interesse dell'Italia

C'era una volta la quinta economia del mondo per prodotto interno lordo, quella dell'Italia, un paese con un debito pubblico molto elevato, ma con il risparmio privato più alto in Europa e un export senza eguali nel continente. Il tenore di vita degli abitanti di questa repubblica era fra i migliori al mondo, finché un giorno di circa vent'anni fa gli italiani furono costretti a cominciare un periodo di sacrifici: bisognava entrare in un sistema monetario di cui facevano parte nazioni con monete dotate di maggior potere d'acquisto rispetto alla Lira italiana. C'erano anche dei parametri da rispettare, in particolare il rapporto tra la ricchezza del Paese (Pil, ovvero la somma dei redditi lordi dei cittadini) e il debito dello Stato, anche perché gli accordi prevedevano sì una moneta unica, ma non un debito unico. Ognuno si teneva il suo e se lo pagava per conto proprio. La nuova moneta unica era fondata sul principio di stabilità: della moneta, del bilancio e dell'inflazione. 
L'Italia accettò la sfida: passando ad una moneta più forte decise di rinunciare alla competitività dei propri prodotti, già minacciata dal nuovissimo fenomeno della globalizzazione, in cambio di tassi di interesse più bassi che una moneta con un maggior potere d'acquisto avrebbe di certo garantito, alleggerendo in tal modo il pagamento del debito.
I sacrifici furono finalizzati a ridurre il rapporto debito/pil. Bisognava fare presto e di conseguenza la soluzione più immediata era una politica di tagli alla spesa pubblica e di aumento delle entrate tributarie. Meno spesa e più tasse, quindi, uno sforzo non da poco, accompagnato anche dalla (s)vendita di diverse aziende pubbliche, alcune delle quali in attivo. Va da sè che in questo quadro l'Italia dovette rinunciare quasi del tutto alla possibilità di gestire il bilancio pubblico in deficit, e di coprire il disavanzo (o una parte di esso) con l'emissione di nuova moneta. Nell'Europa unita, infatti, la parola "inflazione" doveva essere cancellata dai dizionari e non era ammessa neanche come rischio ipotetico. 
L'Italia, comunque, riuscì nell'impresa e nel gennaio del 2002 la nuova moneta unica europea entrò in corso.
Oggi, quasi 11 anni dopo, l'eurozona è entrata in una crisi senza via d'uscita e l'Italia, con il suo debito pubblico molto alto, è uno dei paesi che stanno pagando il prezzo più salato. La crisi è stata provocata da uno shock esterno (il crac del sistema finanziario statunitense) i cui effetti si sono rapidamente propagati in tutte le economie occidentali e non solo. E qui è emerso in tutta la sua drammaticità ciò che l'Euro davvero rappresenta: una trappola per la sovranità democratica e per le economie meno solide.
Tralasciando il fatto che gli italiani, con questa moneta, hanno avuto un pessimo rapporto fin dall'inizio, a causa della paradossale inflazione verificatasi per via di un cambio particolare e sfortunato, che ha fatto raddoppiare in pochi mesi i prezzi di una vasta gamma di prodotti (già, un paradosso mai visto prima, considerando che eravamo passati da una moneta debole a una moneta forte); al di là di questo dettaglio, dicevamo, il motivo per cui l'Euro è una trappola è un altro ed è legato al fatto che della stabilità (principio stupendo al quale tutti noi cerchiamo di ispirarci nella vita) ha fatto un vero e proprio culto. Per chi è entrato nell'Euro, infatti, è impensabile poter fare deficit, vale a dire avere entrate inferiori alle spese, anche per un breve periodo. Chi legge penserà: è logico che sia così. E invece no.
Già per un comune cittadino è quasi impossibile pensare di non poter fare mai un debito in tutta la propria vita, anche piccolo, figuriamoci per uno Stato. Anzi, è assolutamente indispensabile per uno Stato fare un po' di deficit di tanto in tanto. Il motivo è semplice: solo lo Stato può immettere ricchezza al netto nel contenitore dei cittadini privati, tra i quali la ricchezza circola in tondo, senza che nessuno ne crei di nuova. Solo lo Stato può farlo, aumentando la spesa a parità di entrate oppure - come sarebbe il caso di fare in questo momento - diminuendo le entrate (quindi il prelievo fiscale) a parità di spesa. In entrambi i casi il bilancio registrerebbe un disavanzo, ovviamente da fare per un breve periodo, il tempo necessario per dare ossigeno al circolo della ricchezza privata quando questo rallenta o si arresta lasciando molti cittadini in condizioni di difficoltà o di povertà.
C'è un altro fatto importante: non sempre lo Stato può coprire il disavanzo affidandosi solo al mercato privato. Vale a dire che lo Stato, a differenza di un privato cittadino indebitato, può coprire una parte dei propri debiti e degli interessi emettendo nuova moneta, correndo sì il rischio ipotetico dell'inflazione, ma con la certezza di poter rilanciare l'economia, perché è chiaro che un deficit prodotto, ad esempio, attraverso una riduzione delle tasse, favorisce una ripresa degli investimenti, del lavoro, dei consumi. I redditi crescono, cresce la ricchezza da tassare e quindi tornano ad aumentare le entrate tributarie. La possibilità di emettere nuova moneta senza il cambio con l'oro era stata una grande conquista degli Stati democratici, mai così sovrani come allora. Finché qualcuno non ha cominciato a tirare fuori la storia che il debito dello Stato è un qualcosa di molto pericoloso, quando invece i fatti dimostrano che un'economia con un buon tessuto produttivo può avere un collasso non a causa del debito dello Stato (ad esempio per Italia e Giappone il debito pubblico è stato un volano), ma per il debito privato, quello dei cittadini con le banche, come dimostra il caso della Spagna, il cui debito pubblico era invece molto contenuto.
A proposito di Spagna, veniamo finalmente al punto. I dati della Spagna oggi sono questi: disoccupazione al 25% (avete letto bene, roba da far venire la pelle d'oca), tagli e tasse a tutto spiano, tradicesima sospesa ai dipendenti pubblici, un grosso prestito già avuto dagli euro-partner e un altro sarà richiesto prossimamente al Fmi. Duole essere così pessimisti, ma non di pessimismo si tratta, bensì di realismo: la Spagna di oggi rappresenta la fotografia dell'Italia tra meno di dieci anni, se le condizioni per rimanere nell'Euro restano quelle attuali, ovvero un rapporto debito/pil inferiore al 100 per cento di fatto irrangiungibile per tutti i paesi mediterranei se non in un lontano futuro, un bilancio obbligatoriamente in pareggio, una moneta stabile come i macigni di Stonehenge.
Il motivo è presto detto: senza deficit lo Stato non può fare altro che avvitarsi su se stesso: sposta la ricchezza di qua per metterla di là, poi la toglie di qui per portarla di lì e così via, senza mai risolvere un tubo. La disoccupazione intanto aumenta, diminuiscono i consumi, aumentano le difficoltà delle aziende, si riduce la ricchezza complessiva e calano anche le entrate dello Stato, che per non accumulare nuovo debito (non quello "buono" di cui sopra, ma quello fatto per tappare le falle), anche perché così comanda l'Europa, è costretto ad aumentare le tasse, in una spirale senza fine. E se qualcuno vi dice che è necessaria la patrimoniale ridetegli in faccia, perché l'unico risultato che otterrebbe sarebbe una fuga oceanica di capitali e aziende all'estero, come già sta avvenendo in Francia. Se qualcun altro invece vi dice che bisogna vendere le ultime aziende pubbliche in attivo, mandatelo direttamente a quel paese, perché le aziende, pubbliche o private che siano, non si vendono se producono utili, a maggior ragione se appartengono alla collettività. Se qualcun altro ancora vi dice che i soldi si possono recuperare dall'evasione dategli una pacca di incoraggiamento sulla spalla, perché l'evasione va combattuta e con mezzi sempre più efficaci e duri, ma pretendere di cancellarla è come pretendere di eliminare la delinquenza dalla faccia della Terra. Ditegli anche che persino la Germania ha 160 miliardi di euro di evasione - pensa un po' - e che in Italia il settore privato vanta svariate decine di miliardi di crediti nei confronti di Stato e soprattutto Regioni, a dimostrazione aritmetica del fatto che l'evasione non è la gallina dalle uova d'oro che molti pensano.
Se infine qualcuno si straccia le vesti di fronte a voi se gli si prospetta l'ipotesi di mettere in discussione l'Euro, la stabilità della moneta, del bilancio e dell'inflazione, chiedetegli perché non se le straccia di fronte al dato di una disoccupazione all'11 per cento. Già che ci siete, se per caso vi risponde, riferite anche al sottoscritto, per il quale la questione è un vero enigma.
Cosa fare quindi, ora che non siamo più la quinta economia, il risparmio viene sempre più eroso pur rimanendo sempre uno dei più alti al mondo, l'export è andato a farsi benedire a causa soprattutto dell'Euro e solo in misura marginale della globalizzazione, gli interessi sul debito sono tornati a salire, facendo venire meno anche l'unico motivo per cui era valsa la pena entrare nella moneta unica?
Guardando il panorama politico cadono le braccia. Se la critica più "feroce" fatta all'Euro negli ultimi anni è quella espressa da Berlusconi ieri, pensa un po' come stiamo combinati. Un attacco, il suo, tardivo e minimalista, reso poi ancora più inconcludente dal livello della sua credibilità personale, del tutto azzerata. Peraltro ha detto cose ovvie: che lo spread è aumentato non tanto, o non solo a causa del rialzo dei tassi sul debito dell'Italia, ma anche per il contemporaneo abbassamento di quelli tedeschi; e che sarebbe giusto considerare non il debito pubblico, ma il debito aggregato, cioé la somma del debito dello Stato e del debito dei cittadini privati, cosa che ci farebbe all'improvviso diventare uno dei tre paesi più virtuosi al mondo, come spiegato in questo articolo del Sole 24ore. Sull'altra sponda politica non hanno avuto neanche l'intuito per cogliere la palla al balzo e far vedere che l'Italia assume per lo meno una posizione critica all'interno dell'Europa, una linea costruttiva certo, ma molto meno ossequiosa. Bersani invece si è affrettato a dichiarare che Berlusconi dice stupidaggini e chissà che non abbia anche chiamato la Merkel per scusarsi del fatto di avere un concittadino di cui si vergogna.
D'altra parte siamo in campagna elettorale, non è ancora adesso che Bersani dovrà affrontare il dramma di una disoccupazione quasi all'11 per cento e la tragedia di un fenomeno come la povertà, non nuovo in sè, ma certamente insolito dal punto di vista delle dimensioni. Con questi problemi dovrà vedersela quando sarà al governo, e non andremo lontano con le ricette suggerite dalla Merkel, da Van Rompuy, da kapò Schultz e da banchieri e multinazionali che li comandano a bacchetta.
La leggerezza con cui in Italia è stata perpetrata la vergogna dell'obbligo di pareggio di bilancio, dimostra senza ombra di dubbio che nessuno, nel Belpaese, ha abbastanza coraggio per mettere in discussione l'Euro, e nemmeno per ridiscuterne seriamente l'impianto, anche se ciò è indispensabile per salvarci dalla catastrofe. Dall'altra parte, nessuno in Europa è disposto a sacrificarsi più di tanto per gli altri, ad inglobarne il debito o ad accettare una svalutazione della moneta causata dai problemi altrui. Non ci resta quindi che sperare che l'Eurozona imploda. E gli occhi di chi spera sono puntati sulla Spagna e sulla Grecia.
 

Crisi Euro: e se per ripartire dovessimo prima indebitarci?

Ciò che sta accadendo oggi in Europa dimostrerebbe che la soluzione alla crisi, paradossalmente, sta nella sua principale causa: l'indebitamento. Apparentemente una bestemmia, ma forse è l'unico rimedio per rilanciare l'economia e poter poi ridurre il debito stesso
 
Ascoltando i dibattiti televisivi pre-elettorali si ha una diffusa percezione di affumicamento, soprattutto quando il tema della discussione è la crisi finanziaria dell’area Euro. Tanto il fumo, appunto, pochissimo l’arrosto, e in più la netta sensazione di ascoltare politici che non sanno di cosa parlano. O più probabilmente lo sanno, ma evitano di proporre soluzioni che vadano oltre quelle suggerite dall’euro bon ton.
Assodato che ormai le manovre improntate sul rigore non fanno diminuire il debito pubblico, tanto che quest’ultimo è tornato addirittura ad aumentare (troppo malridotta l’economia e sempre meno la ricchezza da tassare, mentre gli interessi sono tornati ai tempi della Lira), su questa crisi ho maturato un’idea che parte da un concetto tutt’altro che originale. Per uscirne, occorre abbassare le tasse, ovvero la fetta di ricchezza che il fisco si mangia affinché lo Stato possa effettuare tutte le spese necessarie. È un concetto universalmente condivisibile, anche perché l’unica alternativa sarebbe aumentare la spesa pubblica. In soldoni: o lo Stato lascia più denaro nelle tasche dei cittadini oppure lo regala – prendendolo o dai cittadini più ricchi o stampando moneta – sottoforma non solo di migliori servizi (non basterebbe), ma anche di impieghi pubblici, finanziamenti a fondo perduto, età pensionabile bassissima, spesa previdenziale molto generosa, etc. Credo che tutte le persone di buon senso propenderebbero per la prima ipotesi, ovvero un taglio significativo delle tasse, con una spesa pubblica, al limite, mantenuta stabile.
Non c’è bisogno di essere dei geni della matematica per capire che, riducendo in misura consistente la pressione fiscale senza contemporaneamente tagliare in maniera altrettanto consistente la spesa pubblica, il debito dello Stato aumenterebbe, almeno nell’immediato. È vero che nel giro di qualche anno, grazie alla riduzione delle tasse, tornerebbero a crescere gli investimenti, l’occupazione, i consumi, quindi la ricchezza da tassare, con un conseguente aumento delle entrate per lo Stato e dunque con una riduzione del debito. Questo è l’obiettivo finale. Tuttavia nell’immediato l’indebitamento crescerebbe, e anche di parecchio. Cosa fare quindi?

NO DEFICIT: MA È POSSIBILE?                                     Prima possibilità: evitare di indebitarsi. Come? Anche qui non c’è bisogno di essere un premio Nobel per l’economia per avere la risposta. Ovviamente è quanto mai opportuno continuare e, anzi, intensificare la lotta all’evasione. Tuttavia, fermo restando che non è possibile passare dal poliziotto di quartiere al finanziere di quartiere, e che quindi non è che possiamo vivere in uno stato di polizia fiscale, va detto che un recupero ancora più efficace dell’evasione non potrebbe mai compensare un taglio drastico delle tasse (chi sostiene il contrario ha bisogno di ricominciare con la matematica dalle elementari). Allora come evitare l’indebitamento? Una seconda opzione sarebbe quella di tagliare ulteriormente la spesa pubblica, però attenzione perché la questione è assai delicata e tutt’altro che scontata.
Ognuno di noi può constatare che di spese inutili, di sprechi pubblici anche sfacciati ce ne sono ancora parecchi e anche i professori al governo hanno fatto finta di non vederli. In compenso, però, sono state tagliate molte spese “utili” legate soprattutto ai servizi. Di conseguenza, non so quanto il dato finale potrebbe cambiare se i governi diventassero improvvisamente più giusti, tagliando con maggiore severità le spese inutili, ma salvaguardando la spesa pubblica “produttiva”.
 
LA SOLUZIONE CHE NON TI ASPETTI
Ecco quindi che bisogna prendere in considerazione l’ipotesi di non riuscire a compensare la diminuzione delle tasse, e di dover ricorrere così all’indebitamento. È noto che affermare un’idea del genere oggi, nel nostro continente, significa mettersi sul piano dell’eresia pura. Esiste, è vero, una scuola di pensiero che vede in un nuovo ricorso al deficit, l’unica via d’uscita dalla crisi, ma è largamente minoritaria, quando non addirittura sbeffeggiata. Fatto comprensibile, visto che la moneta unica è costruita principalmente sul concetto di “stabilità”, della moneta, dei bilanci e dell’inflazione. Detto questo, quale alternativa abbiamo al debito? Risposta: nessuna.
Il concetto spaventa, è naturale. Anche perché una volta fatto ripartire un trend di deficit, bisognerebbe fare obbligatoriamente qualcosa per finanziarlo. Se lo Stato incassa 100 e spende 115, i 15 mancanti li deve pur trovare da qualche parte. Come tutti sanno, l’unico strumento ad oggi conosciuto sono i titoli del debito pubblico. In pratica lo Stato vende le proprie “azioni” ad acquirenti privati, i quali alla scadenza di quei titoli (per esempio dieci anni) riscuotono i soldi inizialmente investiti più un interesse. Lo Stato ci perde, ovviamente, e il debito complessivo aumenta, però almeno si dispone della liquidità necessaria per far fronte agli impegni di spesa. E se gli interessi sono contenuti si può anche sperare di riuscire, attraverso politiche mirate, a ridurre il debito senza che il pagamento degli interessi vanifichi questo sforzo. Sappiamo tutti, però, che le cose da noi e in tutta l’area Euro sono andate in maniera diversa, soprattutto perché gli interessi sul debito sono da strozzini (il famoso “spread” è legato proprio all’andamento degli interessi), e nemmeno l’Euro, come si pensò negli anni ’90 quando vi entrammo (anzi fu questo il motivo principale per cui vi entrammo, la convinzione che i tassi sarebbero stati stabilmente bassi) ha aiutato in tal senso.
 
QUELLA PAROLA CHE IN EUROPA NON SI PUÒ NEMMENO PRONUNCIARE
In conclusione, che fare? Rispondo con un’altra bestemmia: bisogna tornare alla politica italiana degli anni Settanta – primi anni Ottanta. Dev’essere cioè la banca centrale, quindi la banca dello Stato (o degli Stati), a garantire i titoli del debito pubblico, coprendo innanzitutto gli interessi e almeno una parte dei titoli di debito. Il tutto sarebbe finalizzato a spendere in deficit senza creare nuovo debito. Sembrerebbe tutto facile, ma c’è un problema non di poco conto: dove prende i soldi la banca centrale? Indovinate: li deve stampare, e adesso le bestemmie diventano tre, sto proprio esagerando. È risaputo, infatti, qual è la possibile conseguenza quando uno Stato stampa moneta per far fronte al deficit, come si faceva prima dell’Euro e come di tanto in tanto fanno gli Usa oggi: si chiama inflazione, una parola che in Europa è vietato persino pronunciare.
Il diavolo però non è così brutto quanto lo si dipinge, anche se qualcuno lo dipinge brutto apposta per mettere paura. Premesso infatti che la svalutazione della moneta non ha come conseguenza automatica l’inflazione (nel ’92 svalutammo la Lira del 20% e l’inflazione rimase ferma) e premesso anche che la globalizzazione induce tutte le imprese dei paesi occidentali a contenere l’aumento dei prezzi per non perdere ulteriore competitività (ne hanno persa già a iosa), non è comunque un’eresia preferire un’inflazione temporaneamente al 7-8, persino al 10 per cento con una disoccupazione al 3-4 per cento, piuttosto che avere un’inflazione al 3 per cento come oggi, ma con un’economia al collasso perché abbiamo un 10-11 per cento di disoccupati. È vero che nel breve periodo di inflazione per i redditi bassi non ci sarebbe alcun vantaggio, dal momento che il minor prelievo fiscale sarebbe quasi del tutto vanificato dalla perdita di potere d’acquisto (in pratica un’altra tassa), ma i posti di lavoro in più darebbero all’economia uno slancio che non si vede più da decenni, con tassi di crescita abbastanza elevati. Non dimentichiamo poi che l’inflazione favorisce chi ha un debito, per esempio un mutuo, che grazie alla svalutazione perde valore.
A questo va aggiunto che molti esperti ritengono che l’inflazione sia uno spauracchio agitato spesso a sproposito, perché come spiegato prima non sempre questa è direttamente proporzionale alla svalutazione della moneta, anzi esperienze passate dimostrano che l’inflazione può rimanere sotto controllo anche con una moneta svalutata, specie se ciò avviene solo per un breve periodo. Da notare, infine, che un aumento della produzione e quindi dell'offerta, parallelo all'aumento di moneta circolante, attenua la crescita dell'inflazione e in teoria potrebbe addirittura annullarla.
                                                      EURO DUBBIO
Possibilità che delle proposte di cambiamento così radicali possano farsi largo nell’Europa di oggi? Zero, utopia pura. Nell’Europa unita non esiste nessunissima possibilità, anche perché l'Euro è emesso sì dalla Bce, ma ad uso e consumo dei mercati di capitali privati, da cui poi i singoli Stati devono comprarlo. Una politica come quella descritta in questo articolo, non c’è dubbio, bisognerebbe farsela in casa, recuperando la sovranità monetaria (anche se qualche stolto la confonde, erroneamente, col signoraggio) e lavorando alacremente per conto proprio come buoni artigiani di bottega, in modo da pagare con calma e sacrifici il proprio debito senza dover dare conto a nessuno. Argentina docet. A buon intenditor poche parole.  

La triste parabola dei futuristi: da nuovo centrodestra a vecchia Dc

Dovevano rifondare il PdL dopo averne raccolto i cocci. Ora sono ridotti a percentuali dello zero virgola e sperano in un Monti-bis per non sparire. Ecco come l'avventura dei finiani si è trasformata nell'ennesimo suicidio politico nel centrodestra

Tutto cominciò in un famoso congresso di fine aprile. Era il 2010, ed erano passate appena due settimane dalle elezioni regionali. Un trionfo per il centrodestra e per il suo leader, usciti incredibilmente vincitori dopo una campagna elettorale thriller, costellata da liste cancellate, crisi economica, guai giudiziari e gossippari del premier. Alla Sinistra il risultato aveva provocato uno psicodramma, e non solo per la sorprendente vittoria di Renata Polverini nel Lazio. Evidentemente, però, la delusione non si era consumata solo a sinistra, come si potè constatare nel congresso del PdL, in programma tra il 21 e il 23 aprile.
Fini, in quanto presidente della Camera, si era rifiutato di fare campagna elettorale e di dare una mano al partito dopo lo scandalo della lista del PdL cancellata nel Lazio. I suoi rapporti con Berlusconi erano pessimi ormai da un anno, anche a causa delle continue sortite del presidente della Camera, spesso critico nei confronti del governo malgrado l'innegabile consenso di cui quest'ultimo godeva nel paese, e che i risultati delle "regionali" avevano confermato una volta di più. La scelta di Fini di chiamarsi fuori dalla campagna elettorale aveva forse dato il colpo di grazia ad un rapporto ormai frantumato.
Ma tant'è: il centrodestra aveva trionfato, il PdL veleggiava vicino al 40 per cento, Berlusconi, nonostante gli imbarazzanti scoop giornalistici sulla sua vita privata (altri ne sarebbero arrivati, e anche peggiori), era di fatto inattaccabile. Che ci potesse essere uno scontro tra i finiani e la maggioranza del partito era prevedibile, ma che Fini facesse il kamikaze francamente no. Fu quello che invece avvenne.
Comincò lì, da quel "che fai, mi cacci?", il duplice omicidio politico di Fini. Quello, inspiegabile e senza senso, del governo, che da quel momento iniziò a navigare in acque agitate, sempre sul filo di un naufragio molte volte sfiorato; e quello, assurdo e imprevedibile, di se stesso e della destra italiana, letteralmente immolata sull'altare delle ambizioni personali di un uomo che improvvisamente perse la bussola, quando non addirittura il senno.
All'inizio, a dire il vero, non sembrò così. Anzi, Fini diede a molti l'impressione di essere davvero l'uomo giusto per dare avvio ad una nuova stagione. Aveva dalla sua numeri non trascurabili e anche l'appoggio dei giornali della sinistra, che cominciò a coccolarlo nella speranza di usarlo come strumento per liberarsi di Berlusconi. I finiani si unirono in un nuovo soggetto politico, "Futuro e Libertà per l'Italia", e i consensi attorno alla nuova creatura cominciarono a crescere. Il feeling con la sinistra, tuttavia, era tanto effimero quanto ridicolo, e persino giornalisti di grande spessore come Giovanni Floris ed Enrico Mentana toccarono il punto più basso della loro carriera con le numerose interviste e "ospitate" di Fini e del suo fido Bocchino, trattati con una a riverenza tratti imbarazzante.
La parabola dei finiani, comunque, cominciò a scendere molto presto. Fallito infatti il tentativo di abbattere il governo Berlusconi (voto di fiducia del 13 dicembre 2010), Fini non potè fare altro che passare all'opposizione alleandosi con i centristi, ovvero con l'ex alleato di un tempo Casini, altro possibile erede dello scettro del centrodestra, ma autoeliminatosi con scelte politiche infelici e sfigatissime (praticamente un precursore di Gianfry).
Iniziava l'era del Terzo Polo, mentre Fli cominciava a crollare verso percentuali dello zero virgola, risultato al quale la meschina vicenda della casa di Montecarlo ha dato un contributo non irrilevante. I kapò dell'Ue, intanto, decidevano che il governo Berlusconi non faceva al caso loro e puntuale arrivava la caduta della maggioranza alla Camera, con il Cavaliere costretto a dimettersi. Fini and company, dal canto loro, non perdevano tempo per andare in ginocchio da Monti, il professore bocconiano scelto da Napolitano per traghettare il paese verso l'euro-salvezza, o euro-disgrazia, dipende dai punti di vista. Fini, in ogni caso, non potè fare altro che archiviare il suo progetto di rifondare il centrodestra. Un'idea, la sua, fallita sul nascere.


Il resto è storia recente. Fini-to nel dimenticatoio, e per giunta all'ombra di Casini ("il morto di tattica", cit. Bersani), Fini oggi è un protagonista secondario del Terzo Polo, coalizione che, pur volendo mantenere le distanze da Montezemolo, ha appena annunciato di puntare anche lei al Monti-bis. Dio ce ne scampi. Ma nel caso in cui questa eventualità dovesse verificarsi, è assai facile prevedere che Terzo Polo e Montezemolo saranno una cosa sola. Sarebbe fin troppo scontato, a questo punto, scomodare le solite dietrologie, del tipo che Fini è stato solo un burattino manovrato da altri più in alto di lui. Già, troppo facile, perché fin troppo evidente.
Riassumendo in poche parole l'avventura del nostro presidente della Camera, si può dire che Fini sia passato da futuro leader designato del centrodestra ad aspirante ricostruttore dello stesso. E da fuoriuscito incompreso ad accattone di qualche poltroncina. Una parabola veramente triste, la cui fine è stata sancita dall'episodio dei funerali di Rauti, dove per poco qualche gruppo di fascisti nostalgici (diciamo pure di quelli che lui non è riuscito a far "evolvere") non gli faceva la pelle.
E' stato l'uomo che stava modernizzando la destra, e che di sicuro ne ha permesso lo sdoganamento. Ha provato poi a rifondare il centrodestra, ma ha clamorosamente sbagliato il momento, anche se forse convinto da altri (interessati) ad agire in quel modo. La destra, invece, ne è uscita completamente sfasciata, mentre il destino di Fini è ormai quello di inseguire governi tecnici al servizio dell'euro-delirio, morendo praticamente da democristiano. Fine.

Ecco perché uscire dall'Euro sarebbe una liberazione

Non c'è toppa che tenga per coprire il buco dei conti pubblici, lo dicono tutti i numeri. Né si può affamare un popolo per pagare i debiti. Dal governo, inoltre, trapela una notizia a dir poco scioccante

 
Per quanto gran parte dell'opinione pubblica sia da sempre molto critica e diffidente nei confronti dell'euro-moneta, gli Italiani, oggi come oggi, non sarebbero pronti ad abbandonare l'Euro per tornare alla Lira. Ad una eventualità del genere, infatti, si guarda come ad un salto nel buio, con una paura alimentata soprattutto dagli organi di informazione. 
Non tutti gli economisti, però, sono concordi nel dire che il ritorno ad una moneta nazionale comporterebbe effetti disastrosi, anzi c'è chi sostiene il contrario. Vale a dire che, alla luce della situazione attuale, il sistema euro per noi è assolutamente deleterio e perciò uscirne sarebbe una totale liberazione. Cerchiamo di capire il perché.
Secondo gli ultimi dati forniti dall'Istat, il debito pubblico ha raggiunto il 126,1 per cento del Pil, nuovo record storico. Significa che se la nostra ricchezza equivale a 100 il debito è di 126. Già a marzo di quest'anno il rapporto era arrivato al 123 per cento, battendo il precedente record del 1995. Tutto ciò è dovuto al fatto che, se da un lato le entrate tributarie rimangono sostanzialmente stabili o al massimo aumentano di poco (più tasse, meno evasione, ma anche meno ricchezza da tassare), lasciando di fatto inalterato il debito complessivo nonostante i tagli alla spesa, dall'altro lato la ricchezza del paese (Pil, ovvero la somma dei redditi lordi dei cittadini) continua a dimunire inesorabilmente, il che causa anche un aumento della spesa pubblica per gli ammortizzatori sociali, annullando di fatto i tagli di cui sopra. Colpa della crisi, ovviamente, ma anche e soprattutto delle manovre finanziarie finalizzate (qui sta il paradosso) a recuperare soldi per ridurre il debito. Così il famoso 60 per cento di rapporto debito/pil chiesto dall'Ue è ormai pura utopia. Anzi, si allontana sempre di più anche l'obiettivo del 100 per cento.
Se si considera il fatto che i governi non hanno nessuna alternativa all'aumento delle tasse (riducendole ci vorrebbero infatti 7-10 anni per far tornare le entrate ai livelli attuali), e che in Europa le due paroline "stampare banconote" sono paraticamente bandite, dovrebbe essere evidente anche ai più sprovveduti in materia di economia che ormai il disperato tentativo dell'Italia di rimanere nel sistema-euro rischia di trasformarsi in un suicidio di massa, anche perché i sacrifici richiesti, nel prossimo futuro, potrebbero essere ancora più sanguinosi. Basta guardare cosa sta avvenendo in Grecia e Spagna.
                                       
Della Grecia conosciamo la disastrosa situazione che ha portato il paese ellenico al fallimento di fatto. Un po' meno si sa della Spagna, paese la cui espansione economica è stata fin troppo esaltata, addirittura indicata come modello da seguire. Una sciocchezza, visto che l'economia spagnola, presa nel suo complesso, nel momento di massimo splendore poteva essere paragonata al nostro Sud, salvo qualche eccezione. Comunque un confronto con gli iberici può essere utile. Ebbene: tralasciando il massacro di tagli e di tasse a cui gli amici spagnoli sono sottoposti da due anni, in Spagna, sempre da due anni, lo Stato non paga le tredicesime ai dipendenti pubblici. Avete letto bene: la tredicesima dei dipendenti pubblici viene trattenuta! Da due anni. Cari lettori, quando un governo arriva a prendere una decisione così estrema, significa che ormai ha raschiato il fondo del barile e che la toppa è troppo colorata per coprire il buco. Senza tredicesima è l’apocalisse dell’economia reale, sei al default di fatto e ti tengono in vita artificialmente.
Credete forse che l'Italia non dovrà ricorrere a misure come questa? Poveri illusi! Basta rileggere ciò che ho scritto sopra per rendersi conto che, continuando con l'attuale trend, arriveremo pari pari alla situazione spagnola, non appena l'economia del Nord sarà stata completamente spolpata a colpi di tasse. Non c'è scampo.
Non resta dunque che prendere esempio dall'Argentina. I nostri lontani cugini della Plata, un decennio fa, decisero di non pagare più i debiti: "Non possiamo affamare il popolo per pagare i creditori", disse il ministro Lavagna agli esterrefatti emissari del Fmi, i quali si sentirono dire che il pagamento del debito sarebbe stato dilazionato di 20 anni. Peraltro la situazione dell'Italia non è ancora così tragica come lo era quella argentina dell'epoca. Il nostro unico problema sarebbe infatti l'inflazione, non solo quella provocata dalla svalutazione (si stima il 30 per cento) della nuova Lira. Per risollevare l'economia lo Stato sarebbe anche costretto a spendere in deficit, coprendo quel disavanzo con l'emissione di nuova moneta in modo da non accumulare nuovo debito. Una medicina amara, però l'unica veramente efficace, perché permetterebbe di abbattere la disoccupazione. L'ideale sarebbe poter mettere in atto ricette simili rimanendo nell'Eurozona o, al limite, dopo un suo totale smantellamento. Ma è evidente a tutti che parlare di deficit ed inflazione in Europa significa mettersi sul piano della blasfemia. E oltretutto i parametri sono quelli che sono, di fatto irrangiungibili se non nel lungo periodo.    
Resta il dubbio se, per uscire dall'euro, oltre alle resistenze della nostra classe dirigente, dovremmo scontrarci anche con quelle dell'Ue e del Fmi, i quali potrebbero fare con noi quello che stanno facendo ora con Grecia e Spagna, obbligandoci a rimanere nell'euro solo perché le loro banche hanno le casse piene di titoli del nostro debito pubblico: un po' come se un creditore, per non perdere i soldi che il debitore gli deve, cercasse in tutti i modi di impedirne il fallimento. Non si dimentichi inoltre un altro dato fondamentale: se la moneta unica dovesse perdere un tassello dimostrerebbe ai mercati di non essere così irreversibile come tutti i leader dell'eurozona si affannano continuamente a dire. Uscito un paese, tutti gli altri sarebbero così in balia della speculazione, costretti a ripagare i loro titoli del debito pubblico a tassi da strozzinaggio. Ecco spiegata la tenacia con cui i governi italiano, greco, spagnolo, portoghese, irlandese si ostinano a tenere i loro paesi ancorati all'Euro. Subiscono certamente straordinarie pressioni esterne. E sono disposti a fare di tutto, anche l'indecente.
E' di qualche ora fa, infatti, una voce trapelata dalla Camera dei Deputati. Protagonista di un'agghiacciante dichiarazione il sottosegretario all'Economia Gianfranco Polillo, che ai giornalisti presenti ha confidato che "stiamo cercando di ridurre i consumi per dipendere meno dalle importazioni estere. Bisogna capire che l'Italia ha vissuto al di sopra delle proprie possibilità". Ridurre i consumi, dunque, soprattutto quelli legati alle importazioni. Vivere secondo le proprie possibilità, sicuramente inferiori al tenore di vita degli ultimi decenni. Stando a queste parole, la contrazione dei consumi sarebbe voluta, non un effetto indesiderato. Stiamo andando a sbattere a tutta velocità. Chi aziona il freno?         
 

Ecco la soluzione al mistero di Casini

L'allontanamento da Berlusconi era comprensibile, ma ora che il PdL si sta liquefacendo, perché Pierferdi continua a rimanere attaccato alle sottane della sinistra, anche a costo di allearsi con Vendola? Un vero enigma. Che finalmente è stato risolto

Da molto tempo mi pongo una domanda su una questione che per me è un vero enigma. La domanda è questa: perché Casini prima e Fini poi mollano il centrodestra e cominciano ad amoreggiare con la sinistra? Ma soprattutto, perché perseverano anche di fronte alla possibilità di raccogliere il testimone di un Berlusconi ormai quasi ritiratosi a vita privata?
 
Soprattutto Casini, sembra disposto ad andare ancora da solo o ad allearsi persino con Vendola pur di non tornare nel centrodestra.

Ed ecco allora che quando ormai non credevo più nella possibilità di risolvere l'arcano, ho ricevuto un'illuminazione folgorante, tanto che mi sono sentito come Archimede quando scoprì la legge del punto di galleggiamento dei corpi: Eureka!

La soluzione era lì da anni, davanti ai miei occhi, di una semplicità elementare, quasi ovvia. L'illuminazione è arrivata quando ho saputo di un'inchiesta dell'Espresso in cui si "rivela" che la famosa casa di Montecarlo donata da una nobildonna ad Alleanza Nazionale e di cui il cognato di Fini si sarebbe appropriato, è stata acquistata proprio da Giancarlo Tulliani, il cognato appunto, il che ha confermato quanto già si sapeva, ma che non aveva comportato nessuna conseguenza rilevante, né penale né politica, per l’ex leader di An. Quindi mi sono detto: la sinistra non corteggia più Fini, anzi questa inchiesta dell’Espresso sancisce ufficialmente che Fini ai rossi non serve più. Niente più trattamenti giornalistici particolari per lui, e forse ora arriveranno anche nuove grane giudiziarie.

Cosa c’entra Casini? Beh, a questo punto non bisogna essere dei geni per capire che, quanto più sta lontano da Berlusconi e in generale dal centrodestra, tanto più Pierferdi sarà al riparo da eventuali inchieste giornalistiche e giudiziarie, che in Italia si sa, molto spesso, sono un po’ la stessa cosa. Per quanto Casini sia conosciuto come uomo di specchiata moralità, alla luce dei precedenti nella sua area politica la prudenza non è mai troppa.
Eureka!


Sulla scuola Profumo molto peggio della Gelmini. Ma nessuno lo sa

Non bastasse il concorso per "quattro gatti" dal sapore vagamente elettorale, ora la proposta di aumentare le ore di lezione da 18 a 24 potrebbe tagliare le gambe a chi ha investito sull'abilitazione. E intanto i precari, al momento, non hanno neanche diritto alle ferie!

Per chi non se ne fosse accorto, sulla scuola si è avuta la conferma di quanto a destra siano politicamente dei polli. E' da sempre, infatti, un classico della destra italiana (quella vera e propria come quella democristiana) sbattere in faccia ai cittadini soluzioni drastiche per risolvere problemi atavici, senza giri di parole e senza leggine fatte nottetempo in barba a quanto promesso di giorno. Questione di cultura, di mentalità, forse anche di dilettantismo politico.
Così, se non fosse per le timide proteste di ieri contro il concorso e contro qualche generico taglio, il ministro Profumo passerebbe quasi per il salvatore della scuola, e con lui ovviamente il governo di cui è membro. Tutto l'opposto, insomma, della scandalosa Gelmini, la famigerata ministra dell'Istruzione dell'ultimo governo Berlusconi, colpevole di aver fatto piombare la scuola (o meglio, il personale, perché la scuola ormai sono gli insegnanti, dei problemi degli alunni non gliene frega niente a nessuno) nella catastrofe.
Veniamo al punto. Partiamo dal concorso, una delle prese in giro più colossali che si ricordino, una vera barzelletta. Un concorso nella scuola per 11 mila e 800 persone non si era mai sentito prima. E' stato rappresentato come la porta del paradiso per tutti i giovani e meno giovani che aspirano ad avere un posto di insegnante. Ma d'altra parte pochi sanno che 10 mila posti è il contingente che mediamente entra in ruolo ogni anno attraverso le graduatorie. Intanto nell'opinione pubblica è passata comunque l'idea di un governo che finalmente apre le porte della scuola a nuovi, giovani insegnanti. Addio precariato!
In realtà, basterebbe guardare i posti disponibili per ogni singola classe di concorso nelle varie regioni, per capire che ci troviamo di fronte al più classico dei casi di fumo negli occhi finalizzato a strappare qualche voto in più. Fa eccezione solo la scuola primaria, dove in effetti i posti messi a concorso sono numerosi. Qualcuno obietterà che il ministro ha annunciato che i concorsi verrano banditi con cadenza biennale o triennale, il che vuol dire che d'ora in avanti i nuovi insegnanti saranno reclutati per metà attraverso concorsi e i restanti dalle graduatorie di merito. Fantastico! Però: a) per un'opportunità in più che viene offerta a chi senza concorso non avrebbe mai un lavoro a tempo indeterminato, se ne toglie una a chi è in graduatoria da anni, in attesa di quel posto; b) non è molto meritocratico mettere sullo stesso piano aspiranti con esperienza nella scuola anche decennale o pluridecennale, e aspiranti con pochi o senza nessun giorno di insegnamento; c) ben sapendo che un conto sono le promesse, un altro i fatti, siamo sicuri che questo concorsino non sia, oltre che il primo dopo tanti anni, anche l'ultimo?
Capitolo tirocinio, meglio conosciuto come Tfa. Duole il cuore dare questa triste notizia a tanti giovani che coltivano la speranza di insegnare, anche solo come precari, una volta conseguito questo titolo abilitante per il quale stanno concorrendo. La notizia è questa: in una bozza di legge che dovrebbe essere presentata prossimamente in Consiglio dei Ministri, è previsto che il carico settimanale di ore di lezione, per gli insegnanti delle medie e delle superiori, passi da 18 a 24. Gli obiettivi di un tale provvedimento sarebbero due: il primo è quello di far coprire agli insegnanti anche i famosi "spezzoni" che inevitabilmente "avanzano" proprio a causa del fatto che nessuno di loro (tranne casi eccezionali) può avere più di 18 ore settimanali di lezione; il secondo è quello di effettuare in modo più economico, cioè senza spese aggiuntive per la scuola e per il ministero, le sostituzioni per malattie e/o ferie.
Premesso che chi scrive è da sempre fautore di una soluzione del genere, anche contro i propri interessi, perché la ritiene giusta e sacrosanta, sorge però un gigantesco interrogativo: se tutti i docenti svolgeranno 6 ore settimanali in più di lezione, che ne sarà di quelli che aspettano proprio le malattie o gli spezzoni per avere un incarico? Risposta logica: non avranno nessun incarico, in pratica si attaccano al famoso tram. Meraviglioso! Ma allora perché illuderli con il tirocinio formativo abilitante, presentato anche questo come la porta del paradiso? E che nessuno venga a dire che il Tfa lo aveva previsto la Gelmini, altrimenti una risata in faccia non gliela leva nessuno. Da quando seguo la politica, ricordo più provvedimenti cancellati (perché attuati dal governo precedente) che provvedimenti nuovi. Per cui evitiamo di prenderci in giro tra di noi. La speranza è che la bozza rimanga tale (come successo tantissime volte in passato), il che scongiurerebbe le conseguenze che vengono illustrate in questo articolo pubblicato sul sito orrizzontescuola.it.
Concludiamo con una chicca. In queste prime settimane di scuola molti insegnanti precari hanno fatto una scoperta agghiacciante: in pratica, ai malcapitati, non spetta nessun giorno di ferie retribuite. Voi direte: ma una cosa del genere ci riporta alla Sicilia di Verga, a Rosso Malpelo o ai Malavoglia! E invece no: succede anche nell'Italia del 2012, quella schiava del debito pubblico e delle Manovre finanziarie imposte dall'Unione Europea. Questa estate era stato reso noto che da quest'anno, agli insegnanti come a tutti gli altri dipendenti pubblici che avevano questo privilegio, non sarebbero state retribuite le ferie non godute. La cosa, per quanto assurda per i docenti (i quali, per ovvi motivi, non possono usufruire di tutti e 29 i canonici giorni di ferie annuali), era passata come un sacrificio da fare sull'altare della crisi. 
Senonché ora è saltato fuori che in realtà gli insegnanti non possono chiedere nessun giorno di ferie durante l'anno (se non, ovviamente, per motivi quali lutti, matrimoni etc.), perché non verrà loro retribuito. I docenti di ruolo sfrutteranno il monte ferie nei mesi estivi, mentre quelli con contratto in scadenza il 30 giugno o al termine delle attività didattiche si attaccheranno (ci risiamo) al famoso tram di cui sopra. Il tutto perché l'intenzione del governo è quella di ridurre al minimo, se non a zero, tutte le spese legate alle ferie, non solo quindi quelle non godute, ma anche quelle chieste ed eventualmente ottenute. In realtà la cosa, oltre che paradossale, è anche assai pasticciata e forse impraticabile, per cui se ne vedranno ancora delle belle. La speranza dei precari (i quali in questo caso possono attribuire al ministro solo la complicità di un provvedimento che in realtà riguarda la Funzione pubblica) è che la proverbiale capacità dei sindacati di buttarla in caciara abbia successo, tanto più che siamo ormai in piena campagna elettorale.
Morale della favola, la scuola con i Monti boys è passata dalla padella alla brace, per quanto i giornali amici dei banchieri e i tg Rai si sforzino (invano) di farci credere l'esatto contrario. E cioè che la scuola sia passata, non già dalla brace alla padella, ma dalla tragica parentesi Gelmini alle irripetibili opportunità offerte a tutti dal governo Monti e dal ministro Profumo. A noi persone di buon senso, intanto, non resta che aspettare il tanto sospirato giorno in cui, nel discutere di scuola, l'oggetto principale del discorso saranno gli alunni, e non sempre gli insegnanti.           

Le tante manine segrete che spinsero Mani Pulite

L'inchiesta milanese prese l'avvio nell'Italia post Guerra Fredda, piena di personaggi e fatti oscuri. Tra cimici, furti, spiate e un'infinità di gialli


(Da due articoli pubblicati su Libero da Filippo Facci). "Mani pulite fu la classica palla di neve che rotolò lungo il pendio della Repubblica e s’ingigantì: si tratta di capire quale e quanta neve abbia caricato. Antonio Di Pietro era senz’altro un personaggio ambiguo e chiacchierato, sino all’inizio del 1992: negli anni Ottanta aveva lavorato per un’intelligence antiterrorismo legata a Carlo Alberto Dalla Chiesa (l’ex magistrato sul punto è ancor oggi reticente) e non si è mai capito come mai, nel 1984, pur risultando un magistrato, partì per i tropici e stese un rapporto sul ricercato internazionale Francesco Pazienza: informazioni che poi giunsero al Sismi e fecero scattare altre azioni del Sismi: tanto che l’informativa di Di Pietro, nella sentenza del processo sul Banco Ambrosiano, venne definita «irrituale» dal giudice.
Altre polemiche forse fuorvianti, si ricorderà, fioccarono quando spuntarono delle fotografie in cui Di Pietro figurava a cena col funzionario del Sisde Bruno Contrada (poco prima che l’arrestassero: siamo alla fine del 1992) in presenza anche di un responsabile della Kroll Secret Service, la più grande agenzia d’investigazione d’affari del mondo, la cosiddetta «Cia di Wall Strett». Ora, e ancora, queste testimonianze dell’ex ambasciatore Usa Reginald Bartholomew che ha lasciato intravedere un certo attivismo del suo omologo Peter Secchia attraverso il braccio del console di Milano Peter Semler, come raccontato da Maurizio Molinari su La Stampa. Da qui l’immagine di un Di Pietro che cerca di accreditarsi in ambasciata (e che chiacchiera e preannuncia) e che lascia intravedere concorsi della Cia circa la genesi di Mani pulite: un quadro che resta improbabile.          
Vero è che Di Pietro era un ambizioso chiacchierone che cercava di accreditarsi dappertutto: anche a Bergamo, in precedenza, era finito nei guai perché durante un dopocena si vantò pubblicamente del prossimo arresto di due importanti avvocati che aveva già indagato e messo sotto intercettazione telefonica: si chiamavano Aldo Algani ed Ernesto Tucci, e a Bergamo, da qualche parte, c’è ancora il fascicolo, si suppone archiviato.
Vero è, ancora, che Di Pietro fece qualche viaggio americano all’inizio di Mani pulite: ma non fu un segreto e le foto del soggiorno, all’epoca, furono pubblicate anche dal settimanale Epoca: si vedono e lui e Nando Dalla Chiesa che sbirciano il menù di un fast food.
Ma soprattutto resta vero, a due anni dalla caduta del muro di Berlino, che l’Italia stava diventando un casino vero ed era un crocevia di riequilibri e impazzimenti tra est e ovest. Tutti scenari internazionali che indubbiamente, più che dare origine all’inchiesta Mani Pulite, non ne impedirono la nascita come in passato sarebbe probabilmente accaduto. Certo, una forza di controllo come la Cia poteva limitarsi a sorvegliare e consigliare, e l’ipotesi che possa aver favorito ben altro - soffiate, indicazioni di conti esteri, dritte su nascondigli e latitanze - per ora restano congetture e altro non si può dire.
La neve che s’attaccò alla palla, da principio, era fatta di un po’ di tutto, un nevischio prettamente milanese e fatto di andreottismi forcaioli in salsa meneghina, di anatemi curial-politici cari alla buonanima del cardinal Martini, del fuoco purificatore dei circoli tipo Società civile (frequentati da vari magistrati) e senza contare la Lega di Bossi.
Il che non toglie che l’inchiesta Mani pulite, intesa come procedimento contro Chiesa Mario, nacque in realtà non il fatidico 17 febbraio 1992, ma nel settembre 1991: ecco perché è stra-possibile che Di Pietro ne abbia ampiamente parlato a Peter Sempler ben prima appunto del febbraio 1992, circostanza che Di Pietro ha negato. Lo dimostra il fatto che la prima richiesta di proroga (senza la quale un’indagine, dopo sei mesi, dovrebbe essere chiusa) fu infatti del marzo 1992.
Il che non toglie, a sua volta, che nessun’ambasciata del mondo si sarebbe affidata a uno come Di Pietro. Come visto, era anche meno di un magistrato come un altro: era quantomeno chiacchierato e la sua vicinanza agli ambienti socialisti era nota. Il 2 dicembre 1991, quando l’intero corpo dei magistrati scioperò contro i pronunciamenti del capo dello Stato Francesco Cossiga, non meravigliò che tra gli otto che non aderirono ci fosse appunto anche Di Pietro, magistrato che l’Avanti! mandò immediatamente a intervistare in quanto – dissero al cronista, lo scrivente – «è amico nostro».
Su Libero abbiamo già raccontato di come i capi della Procura oltretutto fossero orientati senza tentennamenti a chiudere l’inchiesta chiedendo la direttissima: altro che abbattere la prima Repubblica. Le elezioni del 5 aprile 1992 - dopo le quali i magistrati si sentirono le mani più libere, come hanno ammesso - dovevano ancora deflagrare. Poi però lo fecero, e qualcosa accadde: anzi, aveva già cominciato ad accadere indipendentemente dall’inchiesta. Manine invisibili, servizi segreti deviati o meno, agenzie internazionali, la Cia, quello che volete: resta che il nostro Paese più di altri, dopo la fine della Guerra Fredda, era un porto di mare. Tra il 1989 e il 1996 accade di tutto."
 
Cimici, furti, spiate e bombe: quanti gialli nell'era del pool
 
"Nei primi anni di Mani pulite una trentina di case, uffici e studi vengono «visitati» non si sa da chi. Tra questi quelli dei parlamentari Arnaldo Forlani, Giorgio Postal (sottosegretario ai Servizi di sicurezza), Calogero Pumilia, Riccardo Misasi, Calogero Mannino, Guido Carli (a quest’ultimo rubano la chiave del suo studio privato al ministero del Tesoro), Gianni De Michelis, Carmelo Conte, Rino Formica, Margherita Boniver (nei giorni in cui presentava una relazione sul caso Moro), Carlo Vizzini, Alfredo Biondi, Giorgio Pisanò, Silvia Costa, Gianfranco Macis (della Commissione stragi, sostenne che cercassero alcuni documenti) e Giovanni Galloni (vicepresidente del Csm).
Il 9 gennaio 1991 Vincenzo Parisi, ascoltato dalla Commissione stragi, afferma che «vorrebbero fare dell’Italia una terra di nessuno». I Servizi segreti? «Escludo quelli di casa nostra». Il 19 giugno 1991, giorno in cui si apprende del trasferimento a Roma di Giovanni Falcone, viene visitato l’ufficio del ministro della Giustizia Claudio Martelli. Il 19 marzo 1992 viene visitato l’ufficio romano del ministro dell’Interno Vincenzo Scotti. Il 20 marzo 1992 viene visitato l’ufficio del sottosegretario alla Difesa Clemente Mastella. Nello stesso giorno viene visitato il monolocale del giornalista Michele Santoro.
Il 16 marzo 1992 l’agenzia Ansa trasmette d’intesa la notizia di una circolare del capo della polizia Vincenzo Parisi in cui si allertano i prefetti contro un fantomatico piano mirante a destabilizzare le istituzioni. «In tale ottica», spiega Parisi, «potrebbero inquadrarsi l’intrusione notturna negli archivi della Commissione parlamentare sul caso Bnl-Atlanta e la serie di furti e avvertimenti a danno di periti, consulenti, difensori, giornalisti, ufficiali di polizia giudiziaria connessi all’inchiesta condotta dal giudice Rosario Priore sul caso Ustica».
Dal giugno 1992 in poi circolò una quantità incredibile di verbali falsi, «veline» e dossier anonimi. Tra il 5 e il 6 luglio 1992, ignoti s’introducono nell’ufficio milanese di Bettino Craxi di piazza Duomo. Due porte blindate vengono superate senza scasso ma non viene asportato nulla. L’inquilina della porta accanto (peraltro, in quel periodo, intervistata da Piero Chiambretti), uscita nottetempo in pianerottolo per via di alcuni trambusti notturni, raccontò di essere stata così tranquillizzata: «Non si preoccupi, Pubblica sicurezza». Episodio analogo due giorni dopo al Club Turati di via Brera 18, dove Vittorio Craxi, figlio di Bettino, aveva un ufficio. Identiche modalità di scasso nell’ufficio di un’associazione di cui era presidente Anna Craxi. Visite notturne sono state denunciate anche da un legale di Craxi, Enzo Lo Giudice, e dall’ex segretaria Enza Tommaselli.
Il 5 febbraio 1993 una telefonata annuncia una bomba nell’ufficio romano di Stefania Craxi e Marco Bassetti. La Digos, intervenuta, non trova bombe ma, nell’appartamento adiacente, rinviene un calco della serratura dell’ufficio. Negli stessi giorni il deputato Dc Bruno Tabacci denuncia il ritrovamento di una microspia nella tasca laterale della sua automobile.
Nel marzo 1993 un inconoscibile personaggio offriva materiale (fotocopie di assegni della Cassa di Risparmio di Torino, tabulati, verbali di protesto) allo scopo di dimostrare che Giuseppe Davigo, padre di Piercamillo, avesse emesso assegni a vuoto per decine di milioni nel corso del 1992.
Il 16 aprile 1993 l’avvocato Giuseppe Lucibello scopre una microspia lungo il cavo telefonico del suo ufficio. Il 27 luglio 1993 bombe a Milano e a Roma. Ventidue minuti dopo la mezzanotte, Palazzo Chigi rimane telefonicamente isolato fino alle tre.
Nel dicembre 1993 e nel gennaio 1994 vengono visitati gli appartamenti romani di due deputati leghisti. L’onorevole Publio Fiori trova una «cimice» nella cornetta del telefono e un’altra viene trovata più tardi dai tecnici intervenuti per la bonifica.
Il 27 e 28 aprile 1995 vengono visitate le congregazioni di Piazza Pio XII e l’ufficio dell’arcivescovo argentino Jorge Mejia. Spariscono vari fascicoli riservati. Nell’agosto 1995 viene devastata e semidistrutta persino l’abitazione dello scrivente, come regolarmente denunciato. Vengono asportati alcuni documenti d’archivio. In un’altra visita del primo ottobre vengono asportati alcuni floppy-disk.
L’11 e 12 novembre 1995 vengono visitati gli uffici del dicastero del cardinale Joseph Ratzinger e messi a soqquadro. Vengono inoltre saccheggiati i cassetti del sottosegretario alla Congregazione monsignor Joseph Zlathansky (contenevano dossier in copia unica sulle carriere degli ecclesiastici). Il 29 novembre 1995 viene visitato l’appartamento del parlamentare Giuseppe Tatarella.
Il 4 febbraio 1996 viene visitato l’appartamento di Marco Pannella. Nello stesso periodo vengono visitati gli uffici di Willer Bordon e Clemente Mastella. Nel febbraio 1996 si apprende che erano stati intercettati per clonazione oltre duecento telefoni cellulari di politici, manager, giudici e giornalisti. Tra questi: i parlamentari Gianni Letta e Adolfo Urso, l’ex questore Achille Serra, alcuni dirigenti del Pds, della Rai, del Centro nazionale ricerca, della Consob, il giudice Michele Coiro, un generale della guardia di finanza e uno dei carabinieri, sette cronisti di La Repubblica e due dell’Ansa.
Il 21 marzo 1996 nell’appartamento del parlamentare Cosimo Ventucci irrompono quattro uomini vestiti come poliziotti. Lo immobilizzano, maltrattano la moglie e la figlia e spariscono senza asportare nulla. Il 6 luglio 1996 viene visitato l’appartamento del parlamentare Roberto Maroni."