Durante "l'età dei grandi predatori dell'economia", intere generazioni di europei ben istruiti si fecero raggirare lasciandosi sottrarre tutto il patrimonio di diritti, di democrazia e di benessere costruito dai loro predecessori
Continua dal precedente articolo L'Europa di oggi vista da uno storico del 2064 (1a parte). La svolta fu data da Germania e Francia. L'unificazione tedesca (1989) preoccupò parecchio Parigi, che come contropartita per l'appoggio dato alla nascita di un grande Stato tedesco nel cuore dell'Europa, chiese una maggiore integrazione economica fra i paesi del Vecchio Continente con la creazione della moneta unica. In realtà, dietro questo progetto si nascondeva il piano delle élite neofeudali e neoliberiste, nonché delle industrie neomercantili francesi e tedesche, che videro l'occasione irripetibile di fare affari formidabili nel Sud Europa, e non solo. Infatti, dal momento che era naturale prevedere che degli Stati senza moneta sovrana sarebbero andati incontro a enormi difficoltà, Germania e Francia si sarebbero tutelate favorendo l'ingresso nell'eurozona dell'Italia, la cui industria - che stracciava tutti in Europa in fatto di esportazioni - senza la capacità di spesa e di debito dello Stato (e con una moneta più forte della Lira) avrebbe perso colpi come rivale commerciale, diventando al contempo un boccone prelibato e facile da divorare (leggi "acquistare a prezzi di saldo") per le industrie neomercantili francesi e tedesche.
La compiacenza suicida di una parte della classe dirigente italiana verso questo piano, fu un surplus inaspettato per i sostenitori dell'unione monetaria. In particolare, la sinistra Dc e l'ex Partito comunista videro in questo processo l'occasione per privare della capacità di spesa (che si traduceva spesso in clientelismo e corruzione) la classe politica al potere. Così finirono per buttare via il bambino con l'acqua sporca. In realtà, i vertici dell'ex Partito comunista cercarono e trovarono, nel sostegno al progetto neofeudale e neoliberista franco-tedesco di unione monetaria europea e castrazione della sovranità degli Stati, quella legittimazione che non avevano mai avuto fino ad allora, tanto più che ormai non erano considerati più come un pericolo, ora che il comunismo nell'Europa dell'Est era morto, e con esso era finita la "guerra fredda". Di lì a poco, le inchieste giudiziarie che colpirono i partiti di governo accrebbero ancora di più la credibilità, anche internazionale, degli eredi del Pci.
L'esperimento (cfr. 1a parte), a quel punto, poteva avere inizio. Gli Stati che entrarono nell'eurozona furono privati delle monete nazionali e quindi della loro principale prerogativa. L'Euro, infatti, non era creato da alcuno Stato, pertanto non veniva emesso da una banca centrale nazionale e introdotto attraverso la spesa pubblica direttamente nel circuito economico - da cui lo Stato ne preleva poi solo una parte, attraverso le tasse - ma veniva emesso da una banca centrale europea e immesso nei mercati finanziari, da cui gli Stati lo avrebbero preso in prestito per poi restituirlo con tutti gli interessi. Era naturale, a quel punto, che gli Stati sarebbero stati costretti a prelevare dal circuito economico almeno tanto denaro quanto ne versavano (pareggio di bilancio), e infatti le regole che gli Stati dell'eurozona si diedero erano molto restrittive sia per il deficit (debito annuale) che per il rapporto tra debito complessivo e pil. Gli stessi Trattati, oltretutto, limitavano fortemente la sovranità costituzionale e parlamentare delle nazioni a vantaggio di un governo sovranazionale ed elitario, di fatto non eletto dai popoli europei.
Per alcuni Stati come l'Italia la situazione sarebbe divenuta presto insostenibile, sia perché lo Stato si era indebitato moltissimo allo scopo di far crescere l'economia e di creare una rete di protezione per le fasce più deboli, sia perché questo processo era ormai strutturale, e quindi per cambiarlo era necessario tagliare le spese dello stato sociale e aumentare il prelievo fiscale su tutte le categorie, a cominciare da quelle più produttive. Dal 1992, pertanto, i governi italiani cominciarono ad operare in termini di avanzi di bilancio (determinando ovviamente effetti opposti rispetto a quelli prodotti dal debito fatto nei decenni precedenti) e infatti in Italia l'eurosistema fu attuato, di fatto, già dal 1992.
Nel 2002, quando entrò in corso l'Euro al posto delle vecchie monete nazionali, gli Stati ex sovrani si trovarono di colpo in preda alla drammatica necessità di prendere in prestito ogni singolo euro necessario non solo al pagamento del vecchio debito accumulato e dei relativi interessi, ma anche alla spesa ordinaria.
I popoli europei accettarono tutto ciò senza letteralmente rendersi conto di quanto stava accadendo. In primo luogo, le élite neofeudali e neoliberiste da almeno vent'anni avevano infiltrato loro uomini dappertutto: nelle università, nelle burocrazie, negli organi di informazione, nella classe politica. Attraverso un lavaggio del cervello martellante la gente era stata convinta che il debito di uno Stato (non a caso veniva chiamato con un termine quasi terroristico: "debito pubblico") era un male da estirpare senza esitazione in quanto pericolosissimo per l'esistenza dello Stato stesso, mentre il divieto di spendere a deficit era giustificato dal fantomatico rischio di iperinflazioni. Nel contempo, tutti i cittadini, non esclusi quelli più istruiti, erano stati abilmente indottrinati a modalità di analisi economica puramente "micro", sicché il dibattito politico era dominato esclusivamente dall'esigenza di spostare risorse da una categoria all'altra (del resto lo Stato ormai non poteva fare che questo), e la stessa polemica, sempre più feroce, contro i privilegi della classe politica e contro gli evasori fiscali, che era una sacrosanta battaglia di giustizia sociale, veniva ingenuamente confusa con il problema, ben più importante, di creare ricchezza nuova nel circuito economico, che uno Stato senza moneta non poteva più affrontare e men che meno risolvere. In secondo luogo, l'unione monetaria venne spacciata non per quello che era veramente, cioè un piano di trasferimento di sovranità e ricchezza dal basso verso l'alto, ma come un primo passo verso la nascita degli Stati uniti d'Europa, che naturalmente più o meno tutti i popoli europei accettarono con entusiasmo.
Gli scopi principali del cambiamento in atto erano i seguenti: a) costringere gli Stati democratici a cedere la loro sovranità popolare a una élite di tecnocrati; b) svuotarli della loro funzione primaria, cioè spendere a deficit per creare ricchezza e protezione sociale; c) in seguito alle difficoltà inevitabili che sarebbero derivate dal divieto di indebitarsi, costringerli a vendere i beni pubblici, compresi i servizi irrinunciabili (acqua, energia, telefonia, trasporti, persino carceri e cimiteri), le cosiddette "captive demand" (letteralmente, "richiesta prigioniera"); d) la crisi ancor più inevitabile dell'economia avrebbe creato una massa di disoccupati e sottoccupati disposta a lavorare a qualsiasi condizione contrattuale, mentre nelle economie del Sud Europa avrebbe determinato difficoltà tali per le aziende da costringerle a vendere le loro attività all'industria neomercantile franco-tedesca e alle grandi multinazionali; e) poiché gli Stati, per qualsiasi tipo di spesa, dovevano chiedere il denaro in prestito a interesse ai mercati finanziari, si aprivano favolose opportunità di profitto per banche d'affari e speculatori a vario titolo abili a "giocare" con gli interessi dei titoli di Stato, tenendo in pugno gli Stati democratici, i quali per forza di cose non avrebbero potuto attuare politiche che contrastassero con gli interessi dei mercati finanziari.
Tutto ciò si concretizzò puntualmente. In Italia, i cittadini cominciarono ad "assaporare" gli effetti dei Trattati europei già negli anni '90, soprattutto con un aumento continuo e asfissiante della tassazione. Con i governi di centrosinistra arrivarono anche le privatizzazioni, con la svendita di numerose industrie e servizi a partecipazione statale. Con l'avvento dell'Euro la situazione, per l'economia italiana, cominciò a peggiorare sempre più velocemente, fino allo shock provocato da un evento esterno, il "crac" finanziario statunitense. Il contagio che ne seguì fece emergere tutte le magagne dell'eurozona, il primo imprevisto per i neofeudali che l'avevano edificata. Quella che sembrava una crisi giunta da lontano diventò invece una recessione economica devastante e causata proprio dall'impianto dell'eurozona. L'Italia ne fu investita nel 2011, con un po' di ritardo rispetto ai partner, in seguito a un colossale gioco speculativo che fece crescere artificiosamente gli interessi sul suo debito pubblico. La paralisi politica ed economica che ne seguì giustificò la nascita di un governo tecnico eurofanatico, appoggiato da partiti ormai ostaggio delle minacce dei mercati finanziari, che in un solo anno diede un colpo ferale al Welfare State italiano, eroso poi ancora di più dai successivi governi di larghe intese. Il bilancio dello Stato italiano era ormai scritto dalla Commissione europea, mentre il prelievo fiscale raggiunse livelli al limite dell'accanimento.
Torniamo così al 2013-2014 (cfr. prima parte), quando il tessuto socio-economico italiano era ormai stato semi-smantellato, e anche tutta l'Europa settentrionale era in caduta libera. La disoccupazione era a livelli record dappertutto, le aziende chiudevano a ritmi impensabili anche nel Nord Italia e molte venivano acquisite da industrie tedesche. Ma il problema nuovo era diventata la deflazione (contrario di inflazione), con prezzi che continuavano a precipitare perché la gente cercava disperatamente di risparmiare per paura del domani. I successivi "step" furono dapprima il crac delle banche che si verificò nel 2015-2016, a cominciare dal sistema bancario che fino a qualche anno prima era stato il più solido dell'eurozona, quello italiano. Nello stesso tempo, il "fiscal compact" - il nuovo regime di bilancio in base al quale gli Stati dovevano produrre avanzi primari ancora più larghi di quelli fatti fino a quel momento - rese la situazione insostenibile, anche perché il piccolo risparmio era stato eroso fino a toccare il fondo del barile. Il premier italiano Matteo Renzi si rifiutò di stare al gioco di Fondo Monetario e Commissione Ue, ma questa volta alle sue dimissioni non seguì, come era successo altre volte, la nascita di un altro governo tecnico che mettesse in atto i dettami di Fmi e Ue (che con la giustificazione di sistemare i conti avevano già preparato il piano di svendita delle principali aziende pubbliche, ovvero Eni, Finmeccanica e Fincantieri). E neppure la solita, artificiosa impennata degli interessi sul debito pubblico valse a convincere la maggioranza del Parlamento a dare l'appoggio al governo tecnico di Mario Draghi, ex governatore della Banca centrale europea. Il vecchio presidente della Repubblica Napolitano fu così costretto a sciogliere le camere (gennaio 2017).
A quel punto, in Italia, Spagna e Francia, dopo decenni di assoluta apatia, la situazione sociale esplose. I successi elettorali di movimenti politici contrari alla moneta unica e all'impianto macroeconomico dell'eurozona portò a referendum che costrinsero anche gli altri paesi a prendere atto della situazione. Nella Conferenza di Copenaghen (2018) fu sciolta ufficialmente l'unione monetaria e si ritornò alle monete nazionali. Il cambiamento, però, non determinò subito gli effetti sperati, proprio perché il ritorno alla sovranità monetaria era avvenuto in modo traumatico (e dopo aver vinto fortissime resistenze nazionali organiche ai neofeudali, sia tra i partiti che tra gli organi di informazione). Nessuno Stato aveva avuto la lungimiranza di predisporre un piano preventivo di uscita dall'eurozona con un programma di spesa che garantisse subito piena occupazione, piena produzione e pieni servizi. L'Europa uscì definitivamente dalla recessione solo intorno alla metà degli anni '20.
Uno degli aspetti più paradossali di quella fase drammatica della storia europea fu il fatto che le generazioni mediamente più istruite che fossero esistite fino ad allora si lasciarono circuire in modo clamoroso, facendosi sottrarre l'enorme eredità, in teoria intoccabile e non trattabile, che i loro predecessori avevano lasciato: un patrimonio fatto di democrazia costituzionale e parlamentare avanzata; di diritti come l'attività lavorativa dipendente o in proprio degnamente retribuita e/o profittevole, e un orario di lavoro che lasciasse spazio alle altre attività fondamentali per la crescita personale; di benessere economico diffuso; di servizi essenziali che tutelassero le categorie più deboli della società. Questo patrimonio era stato costruito dalle classi dirigenti che avevano guidato l'Italia dopo la guerra, era stato edificato dagli italiani che avevano portato l'Italia fuori dalla guerra, al prezzo di duro lavoro e lotte sanguinose, oltre che di immane impegno intellettuale. E lo stesso discorso vale ovviamente anche per gli altri popoli europei. Le generazioni successive, molto più istruite e socialmente emancipate, si lasciarono depredare tutta questa eredità dal neofeudalesimo sociopatico, senza muovere un dito, anzi avallando inconsapevolmente la rapina. La causa era stata proprio l'inerzia sociale, l'indolenza, l'apatia, l'ottuso materialismo e l'individualismo che si erano impossessati di intere generazioni, abbindolate e defraudate proprio laddove i loro antenati semianalfabeti avevano cambiato un mondo in meglio. Quel che resta è una pagina di Storia costellata di errori da non ripetere mai più.
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L'Europa di oggi vista da uno storico del 2064
Durante "l'età dei grandi predatori dell'economia", intere
generazioni di europei ben istruiti si fecero raggirare lasciandosi sottrarre tutto il patrimonio di diritti, di democrazia e di benessere costruito dai loro predecessori
Che la Storia non sia caratterizzata da un progresso continuo è stato ormai ampiamente provato, ma la regressione a cui furono condannati milioni di europei tra la fine degli anni '90 del Novecento e i primi due decenni del terzo millennio, ovvero in quella che viene comunemente definita "l'età dei grandi predatori dell'economia", è sicuramente il caso più eclatante, se non addirittura l'unico, di tutta l'età contemporanea.
Considerata da sempre l'area economica che meglio di tutti aveva saputo coniugare sviluppo economico e solidarietà sociale, l'Europa, all'inizio degli anni '20, si ritrovò con un tessuto sociale e produttivo completamente dissestato, con redditi, consumi, produzione e qualità dei servizi crollati al livello degli anni '70 del Novecento. Ma cos'era successo?
Per capirlo occorre fare qualche passo indietro. In primo luogo, l'area della moneta unica europea (l'Euro) era piombata in una crisi irreversibile già qualche anno prima. Nel 2013, in particolare, era ormai emerso chiaramente che il problema dell'eurozona non erano i paesi mediterranei, dal momento che anche quelli del Nord Europa scricchiolavano parecchio, e alcuni di loro presentavano condizioni critiche almeno quanto quelli del Sud. La Francia aveva una disoccupazione record, il più alto crollo del settore immobiliare dell'eurozona, l'industria e il manifatturiero con perdite senza precedenti, e oltretutto non era assolutamente in grado di rispettare nessuno dei parametri comuni che gli Stati europei si erano dati. L'Olanda registrava la maggior perdita di pil di tutta l'eurozona. Un modello considerato fino ad allora virtuoso, quello della Finlandia, aveva un'economia ormai completamente piantata. La Germania era l'unica a vantare una timida crescita del pil, in ciò favorita dall'aggressività dell'export, ma soprattutto da alcune eccezioni che le erano riservate in relazione alla possibilità di stampare Euro per acquistare i titoli di Stato. Tuttavia, era proprio in Germania che si trovava la "bomba nucleare" che avrebbe fatto deflagrare l'eurozona, in quanto le principali banche tedesche, ed in particolare la Deutsche Bank, avevano in cassa una quantità di "derivati tossici" che era 20 volte il pil del paese.
Emergeva chiaramente che l'idea di privare gli Stati di una moneta nazionale aveva prodotto effetti disastrosi. Noi oggi sappiamo che uno Stato che rinuncia alla propria moneta sovrana è paragonabile ad un uomo che si privi dei polmoni per respirare con quelli degli altri. Uno Stato senza moneta è come un padre senza reddito che ha perso la sua principale facoltà/dovere, quella di spendere per far crescere i figli degnamente. L'esempio fornito da quella fase drammatica della storia dell'Europa è servito alle generazioni successive affinché non si ripetesse lo stesso errore. Ma fu veramente un errore?
La storiografia è ormai concorde nell'affermare che non si trattò di un errore o di una cattiva gestione dell'unificazione economica europea, bensì di un piano ben preciso che ha indotto gli storici a coniare l'espressione di "età dei grandi predatori". Il piano fu elaborato dai numerosi club esclusivi, think tank e fondazioni varie che proliferarono in Europa e non solo a partire dagli anni '70. Grandi industriali europei e americani, leader delle banche d'affari, eredi delle aristocrazie europee di origine medievale, alcuni uomini politici collusi con queste élite affaristiche concepirono un esperimento che prevedeva la riduzione della sovranità degli Stati democratici europei fino ad annullarla del tutto, per poi arrivare al vero obiettivo, cioè un enorme e graduale trasferimento di ricchezza dalla massa a vantaggio di pochi "rentier". Per raggiungere lo scopo bisognava togliere agli Stati l'ossigeno, ovvero la moneta di cui lo Stato è il proprietario-monopolista.
Uno dei casi più tipici di questo cambiamento è proprio l'Italia, dove si può dire che l'esperimento ebbe inizio grazie all'intervento di alcuni uomini della politica e della finanza. Qui, nel 1981, il governatore della Banca d'Italia Carlo Azeglio Ciampi fu l'artefice principale del "divorzio" tra Banca d'Italia e Ministero del Tesoro. Per capire gli effetti di questa decisione, occorre ricordare che fino a quel momento l'Italia era stato il paese dove la facoltà dello Stato di spendere a deficit era stata applicata in maniera più efficace, in particolare negli anni '70. I governi italiani, infatti, si indebitavano continuamente, ma poiché, come sappiamo, il debito dello Stato corrisponde fino all'ultimo centesimo all'attivo dell'economia privata, la crescita dell'Italia, cominciata nella seconda metà degli anni '50, era diventata sempre più dirompente: era il quarto esportatore del mondo, era il primo paese europeo per produzione industriale e il secondo al mondo per risparmio privato. Utilizzando la propria moneta, che emetteva liberamente secondo le necessità dell'economia, lo Stato italiano poteva coprire il proprio debito e finanziarlo a tassi assai contenuti. Il sistema era il seguente: lo Stato ogni anno produceva un deficit, dopodiché emetteva dei titoli che venivano acquistati sul mercato finanziario e con i quali otteneva in prestito la quota mancante per sanare il debito, ma una grossa parte di quei titoli veniva acquistata dalla Banca d'Italia "stampando" moneta. In definitiva, si trattava di un debito fittizio che lo Stato aveva con se stesso. E anche quando erano dei privati a comprare i titoli, lo Stato non aveva alcun problema né limite nel rimborsarli: gli era sufficiente emettere moneta, e proprio per questa ragione la sua affidabilità era massima. È assolutamente impossibile fallire, cioè non rimborsare i creditori, per uno Stato che possiede una moneta.
Questa modalità di creazione della ricchezza nel contenitore di cittadini e aziende era non solo assai produttiva, ma anche alquanto "protettiva", dal momento che non erano i cittadini ad indebitarsi con i fornitori privati di credito (le banche, le quali prestano la moneta che ricevono dallo Stato e poi la restituiscono allo Stato stesso, incassando gli interessi dal cittadino/azienda debitore), ma era appunto lo Stato, che in tal modo stimolava anzi il risparmio privato.
Tuttavia, nel 1981, con il divorzio tra Banca d'Italia e Ministero del Tesoro, le cose cambiarono radicalmente. La Banca d'Italia non era più obbligata ad acquistare i titoli di Stato e Ciampi volle che questa prerogativa venisse applicata alla lettera. I governi, all'improvviso, si ritrovarono privi dell'unico strumento idoneo per foraggiare l'economia e stimolare i redditi, i consumi, la produzione, il lavoro. Improvvisamente il debito dello Stato cominciò ad assumere dimensioni gigantesche, ma questo in sé non costituiva un ostacolo (debito dello Stato = attivo dell'economia privata), ed in effetti proprio a metà degli anni '80 l'Italia diventò la quinta economia del pianeta. Il problema era che lo Stato, per ripagarlo, non aveva più il supporto della propria banca centrale e prima o poi questa disfunzione avrebbe palesato i suoi effetti deleteri per l'economia e per la stessa democrazia. Il peggio infatti doveva ancora venire. Il progetto della moneta unica europea cominciava proprio in quel momento ad accelerare e a prendere forma.
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Che la Storia non sia caratterizzata da un progresso continuo è stato ormai ampiamente provato, ma la regressione a cui furono condannati milioni di europei tra la fine degli anni '90 del Novecento e i primi due decenni del terzo millennio, ovvero in quella che viene comunemente definita "l'età dei grandi predatori dell'economia", è sicuramente il caso più eclatante, se non addirittura l'unico, di tutta l'età contemporanea.
Considerata da sempre l'area economica che meglio di tutti aveva saputo coniugare sviluppo economico e solidarietà sociale, l'Europa, all'inizio degli anni '20, si ritrovò con un tessuto sociale e produttivo completamente dissestato, con redditi, consumi, produzione e qualità dei servizi crollati al livello degli anni '70 del Novecento. Ma cos'era successo?
Per capirlo occorre fare qualche passo indietro. In primo luogo, l'area della moneta unica europea (l'Euro) era piombata in una crisi irreversibile già qualche anno prima. Nel 2013, in particolare, era ormai emerso chiaramente che il problema dell'eurozona non erano i paesi mediterranei, dal momento che anche quelli del Nord Europa scricchiolavano parecchio, e alcuni di loro presentavano condizioni critiche almeno quanto quelli del Sud. La Francia aveva una disoccupazione record, il più alto crollo del settore immobiliare dell'eurozona, l'industria e il manifatturiero con perdite senza precedenti, e oltretutto non era assolutamente in grado di rispettare nessuno dei parametri comuni che gli Stati europei si erano dati. L'Olanda registrava la maggior perdita di pil di tutta l'eurozona. Un modello considerato fino ad allora virtuoso, quello della Finlandia, aveva un'economia ormai completamente piantata. La Germania era l'unica a vantare una timida crescita del pil, in ciò favorita dall'aggressività dell'export, ma soprattutto da alcune eccezioni che le erano riservate in relazione alla possibilità di stampare Euro per acquistare i titoli di Stato. Tuttavia, era proprio in Germania che si trovava la "bomba nucleare" che avrebbe fatto deflagrare l'eurozona, in quanto le principali banche tedesche, ed in particolare la Deutsche Bank, avevano in cassa una quantità di "derivati tossici" che era 20 volte il pil del paese.
Emergeva chiaramente che l'idea di privare gli Stati di una moneta nazionale aveva prodotto effetti disastrosi. Noi oggi sappiamo che uno Stato che rinuncia alla propria moneta sovrana è paragonabile ad un uomo che si privi dei polmoni per respirare con quelli degli altri. Uno Stato senza moneta è come un padre senza reddito che ha perso la sua principale facoltà/dovere, quella di spendere per far crescere i figli degnamente. L'esempio fornito da quella fase drammatica della storia dell'Europa è servito alle generazioni successive affinché non si ripetesse lo stesso errore. Ma fu veramente un errore?
La storiografia è ormai concorde nell'affermare che non si trattò di un errore o di una cattiva gestione dell'unificazione economica europea, bensì di un piano ben preciso che ha indotto gli storici a coniare l'espressione di "età dei grandi predatori". Il piano fu elaborato dai numerosi club esclusivi, think tank e fondazioni varie che proliferarono in Europa e non solo a partire dagli anni '70. Grandi industriali europei e americani, leader delle banche d'affari, eredi delle aristocrazie europee di origine medievale, alcuni uomini politici collusi con queste élite affaristiche concepirono un esperimento che prevedeva la riduzione della sovranità degli Stati democratici europei fino ad annullarla del tutto, per poi arrivare al vero obiettivo, cioè un enorme e graduale trasferimento di ricchezza dalla massa a vantaggio di pochi "rentier". Per raggiungere lo scopo bisognava togliere agli Stati l'ossigeno, ovvero la moneta di cui lo Stato è il proprietario-monopolista.
Uno dei casi più tipici di questo cambiamento è proprio l'Italia, dove si può dire che l'esperimento ebbe inizio grazie all'intervento di alcuni uomini della politica e della finanza. Qui, nel 1981, il governatore della Banca d'Italia Carlo Azeglio Ciampi fu l'artefice principale del "divorzio" tra Banca d'Italia e Ministero del Tesoro. Per capire gli effetti di questa decisione, occorre ricordare che fino a quel momento l'Italia era stato il paese dove la facoltà dello Stato di spendere a deficit era stata applicata in maniera più efficace, in particolare negli anni '70. I governi italiani, infatti, si indebitavano continuamente, ma poiché, come sappiamo, il debito dello Stato corrisponde fino all'ultimo centesimo all'attivo dell'economia privata, la crescita dell'Italia, cominciata nella seconda metà degli anni '50, era diventata sempre più dirompente: era il quarto esportatore del mondo, era il primo paese europeo per produzione industriale e il secondo al mondo per risparmio privato. Utilizzando la propria moneta, che emetteva liberamente secondo le necessità dell'economia, lo Stato italiano poteva coprire il proprio debito e finanziarlo a tassi assai contenuti. Il sistema era il seguente: lo Stato ogni anno produceva un deficit, dopodiché emetteva dei titoli che venivano acquistati sul mercato finanziario e con i quali otteneva in prestito la quota mancante per sanare il debito, ma una grossa parte di quei titoli veniva acquistata dalla Banca d'Italia "stampando" moneta. In definitiva, si trattava di un debito fittizio che lo Stato aveva con se stesso. E anche quando erano dei privati a comprare i titoli, lo Stato non aveva alcun problema né limite nel rimborsarli: gli era sufficiente emettere moneta, e proprio per questa ragione la sua affidabilità era massima. È assolutamente impossibile fallire, cioè non rimborsare i creditori, per uno Stato che possiede una moneta.
Questa modalità di creazione della ricchezza nel contenitore di cittadini e aziende era non solo assai produttiva, ma anche alquanto "protettiva", dal momento che non erano i cittadini ad indebitarsi con i fornitori privati di credito (le banche, le quali prestano la moneta che ricevono dallo Stato e poi la restituiscono allo Stato stesso, incassando gli interessi dal cittadino/azienda debitore), ma era appunto lo Stato, che in tal modo stimolava anzi il risparmio privato.
Tuttavia, nel 1981, con il divorzio tra Banca d'Italia e Ministero del Tesoro, le cose cambiarono radicalmente. La Banca d'Italia non era più obbligata ad acquistare i titoli di Stato e Ciampi volle che questa prerogativa venisse applicata alla lettera. I governi, all'improvviso, si ritrovarono privi dell'unico strumento idoneo per foraggiare l'economia e stimolare i redditi, i consumi, la produzione, il lavoro. Improvvisamente il debito dello Stato cominciò ad assumere dimensioni gigantesche, ma questo in sé non costituiva un ostacolo (debito dello Stato = attivo dell'economia privata), ed in effetti proprio a metà degli anni '80 l'Italia diventò la quinta economia del pianeta. Il problema era che lo Stato, per ripagarlo, non aveva più il supporto della propria banca centrale e prima o poi questa disfunzione avrebbe palesato i suoi effetti deleteri per l'economia e per la stessa democrazia. Il peggio infatti doveva ancora venire. Il progetto della moneta unica europea cominciava proprio in quel momento ad accelerare e a prendere forma.
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Tutti i più bigotti luoghi comuni sull'Euro
Sull'Unione Europea e sulla moneta unica l'approccio più diffuso è di tipo mistico. La causa è la pressoché totale ignoranza sul tema. Ecco tutte le false credenze smentite punto per punto
Solo il sentir pronunciare le terribili parole "uscire dall'Euro" provoca in molti di noi reazioni che sfociano nell'irrazionale. Un po' come accadeva nell'Europa medievale se qualcuno sosteneva idee inconsuete riguardo alla religiosità: se il "blasfemo" era fortunato, chi gli stava di fronte si faceva il segno della croce, invocando il perdono divino per l'anima del sacrilego e soprattutto per la propria, per avere osato soltanto ascoltare quelle parole empie, magari condividendone in cuor proprio la sostanza. Oggi, persino di fronte ad un olocausto economico e generazionale senza precedenti, l'idea di tornare alla moneta sovrana genera più o meno le stesse reazioni mistico-bigotte, dalle quali, si faccia attenzione, non sono immuni nemmeno molti fautori del ritorno alla Lira. Vediamo quindi quali sono i luoghi comuni più diffusi sull'Euro con l'evidenza della loro totale infondatezza.
1) L'Euro è una moneta come le altre, però più forte, perché è il frutto dell'unione delle vecchie monete nazionali e/o di più economie. L'Euro NON È una moneta come il dollaro, la sterlina, o come le vecchie lire o i vecchi marchi. Le valute come il dollaro, la sterlina, la lira etc. sono delle monete sovrane, di cui lo Stato è il proprietario-monopolista. Attraverso la propria spesa lo Stato le crea e le immette nel contenitore che comprende l'insieme dei cittadini, generando direttamente o indirettamente tutti i redditi esistenti: dei dipendenti pubblici e privati, dei lavoratori autonomi, degli imprenditori, della classe politica, delle banche, di tutti. Successivamente ha la libertà di prelevare solo una parte della moneta emessa, per mezzo delle tasse, le quali, pertanto, non hanno la funzione di finanziare la spesa dello Stato, ma servono solo a drenare una parte della moneta che lo Stato versa nel contenitore di cittadini-aziende affinché il mercato non venga "allagato" di moneta, col rischio di svalutarla. Le tasse servono inoltre a regolare l'equilibrio nel contenitore di cittadini-aziende, a incoraggiare o scoraggiare alcuni comportamenti/acquisti/investimenti, e soprattutto, sono il mezzo attraverso il quale lo Stato ci impone di usare solo la sua moneta, dal momento che le tasse si possono pagare solo con la valuta dello Stato. In definitiva, lo Stato proprietario-monopolista della moneta che i cittadini usano non ha limiti di alcun tipo quando deve emetterla e versarla nel contenitore di cittadini-aziende.
L'Euro, invece, non è una moneta sovrana, infatti nessuno Stato dell'Eurozona ne è il proprietario. L'Euro viene emesso dalla Banca centrale europea, ed immesso non nel contenitore di cittadini-aziende, bensì nelle riserve dei mercati finanziari, da cui gli Stati dell'Eurozona lo devono prendere in prestito e, dopo aver versato il denaro nel contenitore di cittadini-aziende, riprenderlo tutto dallo stesso contenitore e restituirlo ai mercati. Chiunque può facilmente capire che, stando così le cose, lo Stato è obbligato come minimo a pareggiare i conti, cioè a tassare esattamente quanto spende, se non anche di più. E questo perché lo Stato non possiede una moneta, che deve chiedere in prestito ad altri. La metafora più azzeccata per spiegare questo sistema l'ha inventata Paolo Barnard: "Uno Stato che rinuncia alla propria sovranità monetaria e di spesa è come un uomo che rinuncia ai propri polmoni per respirare con quelli degli altri. E in questo caso gli altri sono i mercati di capitali privati".
2) Il debito pubblico è dannoso e pericoloso, dunque fa bene l'Europa a imporre a tutti gli Stati il contenimento o addirittura la riduzione del debito. Questo è il più falso ma anche il più devastante dei luoghi comuni che ci sono stati inculcati a forza nella mente in anni e anni di paziente lavaggio del cervello attuato a tutti i livelli, dalle università agli organi di informazione, dal dibattito politico alla piazza. Se avete seguito il punto 1) avete già la risposta: se lo Stato spende più di quanto tassa (come faceva lo Stato italiano prima di adottare i parametri europei, cioè prima del 1992), lo Stato registra un disavanzo, ma quel debito corrisponde fino all'ultimo centesimo all'attivo del contenitore di cittadini-aziende, dunque alla nostra ricchezza. L'unica condizione necessaria affinché lo Stato possa mettere in atto questo processo vitale per l'economia è che possegga una propria moneta, perché è evidente che con il sistema di emissione dell'Euro descritto al punto 1) ciò non può essere assolutamente possibile. Non ci vuole una mente geniale per comprendere che l'annullamento di questa prerogativa dello Stato (cioè spendere più di quanto tassa), provoca l'effetto opposto: se lo Stato preleva dal nostro contenitore la stessa cifra che versa, a noi rimane esattamente zero. Ma la situazione oggi è anche peggiore: dal momento che lo Stato deve pagare anche gli interessi sul debito accumulato prima della nascita della moneta unica europea, quel 3% di deficit di cui si parla sempre in televisione (che è il limite di indebitamento che l'Europa impone) comprende anche gli interessi sul debito passato. Pertanto, escludendo quelli, lo Stato produce ogni anno un avanzo di bilancio, vale a dire che preleva dal nostro contenitore più di quanto ci versa dentro, tassa più di quanto spende. E ovviamente l'avanzo dello Stato corrisponde al nostro disavanzo. Domanda: ma se lo Stato versa 100, come può pescare 103? Semplice: pesca dall'attivo che noi abbiamo fatto nei decenni passati, quando cioè lo Stato si indebitava arricchendo l'economia. Oggi, a poco a poco, si riprende indietro tutto a furia di avanzi di bilancio, sistematicamente, ogni anno, dal 1992. Le conclusioni le lascio a voi, mi limito solo a ricordarvi cosa succede oggi in Italia: CHEMIOTASSAZIONE, TAGLI ALLO STATO SOCIALE e uno Stato che si limita ad agire all'interno del nostro contenitore spostando risorse da una categoria all'altra.
3) Se lo Stato copre il debito stampando moneta ci sarà una grande inflazione. Il più classico degli spauracchi, molto simile alle storie che si raccontano ai bambini per farli stare buoni. Se lo Stato si indebita usando la propria moneta, stimola indubbiamente la domanda di beni perché ci sarà più denaro da spendere per gli acquisti. Un negozio di abbigliamento che deve vendere 10 capi per potenziali 10 clienti, vende quei capi ad un determinato prezzo. Ma se i clienti diventano 12 il prezzo aumenterà, è il tipico caso di scuola. Attenzione però: lo stimolo che lo Stato dà all'economia con il suo debito incentiva non solo la domanda, ma anche l'offerta, dunque la produzione. E' vero che i clienti del negozio diventeranno 12, ma anche i capi da vendere potrebbero diventare 12, se non addirittura 13, o magari 11. Usa, Giappone e Gran Bretagna, soprattutto da quando è scoppiata la crisi, stanno facendo larghissimo uso dello strumento monetario. Alzi la mano chi ha sentito parlare di inflazione in quei paesi.
4) Uscire dall'Eurozona è un rischio enorme. La nuova Lira potrebbe valere nulla, con tutte le conseguenze del caso. Quando sento questa mi viene da ridere. E' agghiacciante sapere che ci sono italiani i quali pensano che, in caso di ritorno alla Lira, ci vorrebbero circa 2 mila delle nuove Lire per fare un Euro. Innanzitutto, la nuova Lira partirebbe con un rapporto di 1 a 1 rispetto all'Euro (e ci mancherebbe) e sarebbe poi il mercato a deciderne il valore nel tempo. E il mercato significa l'economia, significa quante persone comprano o vendono la tua moneta. In secondo luogo, autorevoli economisti affermano che in caso di ritorno alla Lira, lo Stato italiano potrebbe ritrovarsi a dover gestire il problema opposto, ovvero una ipervalutazione della nuova Lira, a causa della corsa che tutti noi, volenti o nolenti, dovremmo fare per acquistare Lire al posto degli Euro. Sarebbe quest'ultimo, anzi, a svalutarsi, anche a causa della perdita di credibilità dell'intero sistema in seguito all'uscita di uno Stato membro. Le fantomatiche previsioni dei terroristi (in malafede), tipo costo dell'energia alle stelle (soprattutto la benzina, dicono gli stupidi, quando il prezzo della benzina è fatto per il 60 per cento di tasse) o tassi sul debito pubblico che ci strozzeranno (ne parlo nel prossimo punto) meritano semplicemente delle enormi e rumorose pernacchie.
5) Se dovessimo pagare il nostro debito in Lire, gli interessi diventerebbero insostenibili. Questa, oltre che bella grossa, è anche una colossale e inaccettabile presa in giro. Ti senti come un soldato che in guerra ha subito l'amputazione del braccio e che poi viene deriso dagli stessi nemici per quella menomazione. Poc'anzi abbiamo visto che la nuova Lira non avrebbe alcun problema di svalutazione (e comunque non esiste un solo elemento per fare una simile previsione), e questo già stronca sul nascere la convinzione che i mercati (cioè coloro che acquistano i titoli di debito che lo Stato emette) non accetterebbero di essere ripagati in Lire (?), o comunque chiederebbero rendimenti (interessi) più alti. Tale affermazione vi sembrerà ancora più infondata e assurda dopo che avrete letto quanto segue: l'unico fattore per cui uno Stato può pagare interessi alti (che a loro volta provocano la crescita del famoso "spread", la differenza con gli interessi che paga la Germania) sul vecchio debito accumulato è proprio il fatto di non possedere una propria moneta. Ovvio: se lo Stato non ha una moneta (ricordate il punto 1?) deve sottostare alle richieste dei mercati, deve pagare gli interessi che loro richiedono, sono i mercati ad avere "il coltello dalla parte del manico". Lo spread, infatti, misura quanto un titolo è più rischioso rispetto ad un altro. Ed è ovvio che un titolo di uno Stato privo di moneta è sempre ad alto rischio, dal momento che lo Stato non ha ability to pay. Se invece lo Stato possiede la propria moneta i tassi di interesse sono sempre bassi e la sua affidabilità è massima, perché i titoli di debito possono essere acquistati dallo Stato stesso, ovvero dalla sua banca centrale, emettendo moneta, la moneta di cui lo Stato è il proprietario-monopolista. E sempre usando la stessa moneta lo Stato non ha alcun problema né limite nel rimborsare gli acquirenti privati. E' esattamente ciò che faceva l'Italia prima dell'Euro, ciò che fanno ancora oggi la Gran Bretagna, gli Stati Uniti, il Giappone, la Svezia, solo per citare alcuni paesi ricchi con moneta sovrana. Quando lo Stato ha la sovranità monetaria non è esposto ai giochi speculativi che hanno travolto la Grecia, il Portogallo, la Spagna, e che nel 2011 hanno colpito pesantemente anche l'Italia. In conclusione, i politici che vanno in tv a dire "attenti, potremmo pagare interessi astronomici" si devono semplicemente vergognare, e se invece sono in buona fede devono mettersi a studiare. E di brutto.
6) Bisogna tornare alla Lira per svalutarla e rendere i nostri prodotti più competitivi. Il 90% dei pochi fautori dell'abbandono dell'Euro considera questo come il motivo più valido per tornare alla sovranità monetaria. In parole povere il concetto è il seguente: tornare alla Lira e poi fare in modo che la Lira valga poco affinché le nostre aziende possano esportare più facilmente. Il che è un po' come dire: ti do una cura contro il cancro, ma da domani inizia a fumare tre pacchetti di sigarette al giorno. Questa gente non si rende conto che un'economia che punta tutto sulle esportazioni produce due effetti: a) calo dei consumi interni, perché se noi consumiamo tutto quello che le aziende producono non resta più nulla da esportare; b) crollo dei salari e flessibilità ultras sul mercato del lavoro [che poi è funzionale al punto a)], cioè tagli al costo del lavoro per vincere la battaglia dei prezzi contro gli agguerritissimi concorrenti stranieri, che peraltro oggi sono Cina, India, Brasile, ovvero paesi dove il costo del lavoro è 1/3, 1/4, 1/5 rispetto a quello dei paesi ricchi. Una roba folle. Questo sistema economico fatto di esportazioni selvagge, delocalizzazioni di aziende, dipendenza dagli investimenti stranieri è uno dei capisaldi del modello economico che ci sta spazzando via. Le esportazioni sono utili nella misura in cui servono a compensare, a pareggiare le necessarie importazioni, stop. Ancora oggi, l'80% della produzione degli Stati Uniti è assorbito dalla spesa degli americani, credo sia un esempio molto significativo per capire che bisogna stimolare i consumi interni, il lavoro, la produzione, la ricchezza nazionale.
Resta il fatto, ad ogni modo, che dei sei luoghi comuni sull'Euro descritti fin qui, quest'ultimo è probabilmente il meno grave e il meno ridicolo.
Per concludere è doveroso far notare che è sciocco illudersi che votando questo o quel candidato al Parlamento europeo si possano ottenere dei cambiamenti. Il Parlamento europeo, infatti, non ha potere legislativo, di conseguenza le maggioranze al suo interno contano meno di zero e non possono prendere alcuna iniziativa legislativa o costituzionale. Tutto il potere è in mano a una Commissione di funzionari non eletti. La convinzione che votare alle europee sia un dovere civico, nonché un atto importante per decidere le nostri sorti è il settimo luogo comune da smentire categoricamente. Del resto, risulterebbe fin troppo evidente che in Europa le elezioni sono solo una mera formalità se si conoscessero i veri scopi per cui è nata l'Eurozona: tutto fuorché una promessa di benessere e di democrazia.
Solo il sentir pronunciare le terribili parole "uscire dall'Euro" provoca in molti di noi reazioni che sfociano nell'irrazionale. Un po' come accadeva nell'Europa medievale se qualcuno sosteneva idee inconsuete riguardo alla religiosità: se il "blasfemo" era fortunato, chi gli stava di fronte si faceva il segno della croce, invocando il perdono divino per l'anima del sacrilego e soprattutto per la propria, per avere osato soltanto ascoltare quelle parole empie, magari condividendone in cuor proprio la sostanza. Oggi, persino di fronte ad un olocausto economico e generazionale senza precedenti, l'idea di tornare alla moneta sovrana genera più o meno le stesse reazioni mistico-bigotte, dalle quali, si faccia attenzione, non sono immuni nemmeno molti fautori del ritorno alla Lira. Vediamo quindi quali sono i luoghi comuni più diffusi sull'Euro con l'evidenza della loro totale infondatezza.
1) L'Euro è una moneta come le altre, però più forte, perché è il frutto dell'unione delle vecchie monete nazionali e/o di più economie. L'Euro NON È una moneta come il dollaro, la sterlina, o come le vecchie lire o i vecchi marchi. Le valute come il dollaro, la sterlina, la lira etc. sono delle monete sovrane, di cui lo Stato è il proprietario-monopolista. Attraverso la propria spesa lo Stato le crea e le immette nel contenitore che comprende l'insieme dei cittadini, generando direttamente o indirettamente tutti i redditi esistenti: dei dipendenti pubblici e privati, dei lavoratori autonomi, degli imprenditori, della classe politica, delle banche, di tutti. Successivamente ha la libertà di prelevare solo una parte della moneta emessa, per mezzo delle tasse, le quali, pertanto, non hanno la funzione di finanziare la spesa dello Stato, ma servono solo a drenare una parte della moneta che lo Stato versa nel contenitore di cittadini-aziende affinché il mercato non venga "allagato" di moneta, col rischio di svalutarla. Le tasse servono inoltre a regolare l'equilibrio nel contenitore di cittadini-aziende, a incoraggiare o scoraggiare alcuni comportamenti/acquisti/investimenti, e soprattutto, sono il mezzo attraverso il quale lo Stato ci impone di usare solo la sua moneta, dal momento che le tasse si possono pagare solo con la valuta dello Stato. In definitiva, lo Stato proprietario-monopolista della moneta che i cittadini usano non ha limiti di alcun tipo quando deve emetterla e versarla nel contenitore di cittadini-aziende.
L'Euro, invece, non è una moneta sovrana, infatti nessuno Stato dell'Eurozona ne è il proprietario. L'Euro viene emesso dalla Banca centrale europea, ed immesso non nel contenitore di cittadini-aziende, bensì nelle riserve dei mercati finanziari, da cui gli Stati dell'Eurozona lo devono prendere in prestito e, dopo aver versato il denaro nel contenitore di cittadini-aziende, riprenderlo tutto dallo stesso contenitore e restituirlo ai mercati. Chiunque può facilmente capire che, stando così le cose, lo Stato è obbligato come minimo a pareggiare i conti, cioè a tassare esattamente quanto spende, se non anche di più. E questo perché lo Stato non possiede una moneta, che deve chiedere in prestito ad altri. La metafora più azzeccata per spiegare questo sistema l'ha inventata Paolo Barnard: "Uno Stato che rinuncia alla propria sovranità monetaria e di spesa è come un uomo che rinuncia ai propri polmoni per respirare con quelli degli altri. E in questo caso gli altri sono i mercati di capitali privati".
2) Il debito pubblico è dannoso e pericoloso, dunque fa bene l'Europa a imporre a tutti gli Stati il contenimento o addirittura la riduzione del debito. Questo è il più falso ma anche il più devastante dei luoghi comuni che ci sono stati inculcati a forza nella mente in anni e anni di paziente lavaggio del cervello attuato a tutti i livelli, dalle università agli organi di informazione, dal dibattito politico alla piazza. Se avete seguito il punto 1) avete già la risposta: se lo Stato spende più di quanto tassa (come faceva lo Stato italiano prima di adottare i parametri europei, cioè prima del 1992), lo Stato registra un disavanzo, ma quel debito corrisponde fino all'ultimo centesimo all'attivo del contenitore di cittadini-aziende, dunque alla nostra ricchezza. L'unica condizione necessaria affinché lo Stato possa mettere in atto questo processo vitale per l'economia è che possegga una propria moneta, perché è evidente che con il sistema di emissione dell'Euro descritto al punto 1) ciò non può essere assolutamente possibile. Non ci vuole una mente geniale per comprendere che l'annullamento di questa prerogativa dello Stato (cioè spendere più di quanto tassa), provoca l'effetto opposto: se lo Stato preleva dal nostro contenitore la stessa cifra che versa, a noi rimane esattamente zero. Ma la situazione oggi è anche peggiore: dal momento che lo Stato deve pagare anche gli interessi sul debito accumulato prima della nascita della moneta unica europea, quel 3% di deficit di cui si parla sempre in televisione (che è il limite di indebitamento che l'Europa impone) comprende anche gli interessi sul debito passato. Pertanto, escludendo quelli, lo Stato produce ogni anno un avanzo di bilancio, vale a dire che preleva dal nostro contenitore più di quanto ci versa dentro, tassa più di quanto spende. E ovviamente l'avanzo dello Stato corrisponde al nostro disavanzo. Domanda: ma se lo Stato versa 100, come può pescare 103? Semplice: pesca dall'attivo che noi abbiamo fatto nei decenni passati, quando cioè lo Stato si indebitava arricchendo l'economia. Oggi, a poco a poco, si riprende indietro tutto a furia di avanzi di bilancio, sistematicamente, ogni anno, dal 1992. Le conclusioni le lascio a voi, mi limito solo a ricordarvi cosa succede oggi in Italia: CHEMIOTASSAZIONE, TAGLI ALLO STATO SOCIALE e uno Stato che si limita ad agire all'interno del nostro contenitore spostando risorse da una categoria all'altra.
3) Se lo Stato copre il debito stampando moneta ci sarà una grande inflazione. Il più classico degli spauracchi, molto simile alle storie che si raccontano ai bambini per farli stare buoni. Se lo Stato si indebita usando la propria moneta, stimola indubbiamente la domanda di beni perché ci sarà più denaro da spendere per gli acquisti. Un negozio di abbigliamento che deve vendere 10 capi per potenziali 10 clienti, vende quei capi ad un determinato prezzo. Ma se i clienti diventano 12 il prezzo aumenterà, è il tipico caso di scuola. Attenzione però: lo stimolo che lo Stato dà all'economia con il suo debito incentiva non solo la domanda, ma anche l'offerta, dunque la produzione. E' vero che i clienti del negozio diventeranno 12, ma anche i capi da vendere potrebbero diventare 12, se non addirittura 13, o magari 11. Usa, Giappone e Gran Bretagna, soprattutto da quando è scoppiata la crisi, stanno facendo larghissimo uso dello strumento monetario. Alzi la mano chi ha sentito parlare di inflazione in quei paesi.
4) Uscire dall'Eurozona è un rischio enorme. La nuova Lira potrebbe valere nulla, con tutte le conseguenze del caso. Quando sento questa mi viene da ridere. E' agghiacciante sapere che ci sono italiani i quali pensano che, in caso di ritorno alla Lira, ci vorrebbero circa 2 mila delle nuove Lire per fare un Euro. Innanzitutto, la nuova Lira partirebbe con un rapporto di 1 a 1 rispetto all'Euro (e ci mancherebbe) e sarebbe poi il mercato a deciderne il valore nel tempo. E il mercato significa l'economia, significa quante persone comprano o vendono la tua moneta. In secondo luogo, autorevoli economisti affermano che in caso di ritorno alla Lira, lo Stato italiano potrebbe ritrovarsi a dover gestire il problema opposto, ovvero una ipervalutazione della nuova Lira, a causa della corsa che tutti noi, volenti o nolenti, dovremmo fare per acquistare Lire al posto degli Euro. Sarebbe quest'ultimo, anzi, a svalutarsi, anche a causa della perdita di credibilità dell'intero sistema in seguito all'uscita di uno Stato membro. Le fantomatiche previsioni dei terroristi (in malafede), tipo costo dell'energia alle stelle (soprattutto la benzina, dicono gli stupidi, quando il prezzo della benzina è fatto per il 60 per cento di tasse) o tassi sul debito pubblico che ci strozzeranno (ne parlo nel prossimo punto) meritano semplicemente delle enormi e rumorose pernacchie.
5) Se dovessimo pagare il nostro debito in Lire, gli interessi diventerebbero insostenibili. Questa, oltre che bella grossa, è anche una colossale e inaccettabile presa in giro. Ti senti come un soldato che in guerra ha subito l'amputazione del braccio e che poi viene deriso dagli stessi nemici per quella menomazione. Poc'anzi abbiamo visto che la nuova Lira non avrebbe alcun problema di svalutazione (e comunque non esiste un solo elemento per fare una simile previsione), e questo già stronca sul nascere la convinzione che i mercati (cioè coloro che acquistano i titoli di debito che lo Stato emette) non accetterebbero di essere ripagati in Lire (?), o comunque chiederebbero rendimenti (interessi) più alti. Tale affermazione vi sembrerà ancora più infondata e assurda dopo che avrete letto quanto segue: l'unico fattore per cui uno Stato può pagare interessi alti (che a loro volta provocano la crescita del famoso "spread", la differenza con gli interessi che paga la Germania) sul vecchio debito accumulato è proprio il fatto di non possedere una propria moneta. Ovvio: se lo Stato non ha una moneta (ricordate il punto 1?) deve sottostare alle richieste dei mercati, deve pagare gli interessi che loro richiedono, sono i mercati ad avere "il coltello dalla parte del manico". Lo spread, infatti, misura quanto un titolo è più rischioso rispetto ad un altro. Ed è ovvio che un titolo di uno Stato privo di moneta è sempre ad alto rischio, dal momento che lo Stato non ha ability to pay. Se invece lo Stato possiede la propria moneta i tassi di interesse sono sempre bassi e la sua affidabilità è massima, perché i titoli di debito possono essere acquistati dallo Stato stesso, ovvero dalla sua banca centrale, emettendo moneta, la moneta di cui lo Stato è il proprietario-monopolista. E sempre usando la stessa moneta lo Stato non ha alcun problema né limite nel rimborsare gli acquirenti privati. E' esattamente ciò che faceva l'Italia prima dell'Euro, ciò che fanno ancora oggi la Gran Bretagna, gli Stati Uniti, il Giappone, la Svezia, solo per citare alcuni paesi ricchi con moneta sovrana. Quando lo Stato ha la sovranità monetaria non è esposto ai giochi speculativi che hanno travolto la Grecia, il Portogallo, la Spagna, e che nel 2011 hanno colpito pesantemente anche l'Italia. In conclusione, i politici che vanno in tv a dire "attenti, potremmo pagare interessi astronomici" si devono semplicemente vergognare, e se invece sono in buona fede devono mettersi a studiare. E di brutto.
6) Bisogna tornare alla Lira per svalutarla e rendere i nostri prodotti più competitivi. Il 90% dei pochi fautori dell'abbandono dell'Euro considera questo come il motivo più valido per tornare alla sovranità monetaria. In parole povere il concetto è il seguente: tornare alla Lira e poi fare in modo che la Lira valga poco affinché le nostre aziende possano esportare più facilmente. Il che è un po' come dire: ti do una cura contro il cancro, ma da domani inizia a fumare tre pacchetti di sigarette al giorno. Questa gente non si rende conto che un'economia che punta tutto sulle esportazioni produce due effetti: a) calo dei consumi interni, perché se noi consumiamo tutto quello che le aziende producono non resta più nulla da esportare; b) crollo dei salari e flessibilità ultras sul mercato del lavoro [che poi è funzionale al punto a)], cioè tagli al costo del lavoro per vincere la battaglia dei prezzi contro gli agguerritissimi concorrenti stranieri, che peraltro oggi sono Cina, India, Brasile, ovvero paesi dove il costo del lavoro è 1/3, 1/4, 1/5 rispetto a quello dei paesi ricchi. Una roba folle. Questo sistema economico fatto di esportazioni selvagge, delocalizzazioni di aziende, dipendenza dagli investimenti stranieri è uno dei capisaldi del modello economico che ci sta spazzando via. Le esportazioni sono utili nella misura in cui servono a compensare, a pareggiare le necessarie importazioni, stop. Ancora oggi, l'80% della produzione degli Stati Uniti è assorbito dalla spesa degli americani, credo sia un esempio molto significativo per capire che bisogna stimolare i consumi interni, il lavoro, la produzione, la ricchezza nazionale.
Resta il fatto, ad ogni modo, che dei sei luoghi comuni sull'Euro descritti fin qui, quest'ultimo è probabilmente il meno grave e il meno ridicolo.
Per concludere è doveroso far notare che è sciocco illudersi che votando questo o quel candidato al Parlamento europeo si possano ottenere dei cambiamenti. Il Parlamento europeo, infatti, non ha potere legislativo, di conseguenza le maggioranze al suo interno contano meno di zero e non possono prendere alcuna iniziativa legislativa o costituzionale. Tutto il potere è in mano a una Commissione di funzionari non eletti. La convinzione che votare alle europee sia un dovere civico, nonché un atto importante per decidere le nostri sorti è il settimo luogo comune da smentire categoricamente. Del resto, risulterebbe fin troppo evidente che in Europa le elezioni sono solo una mera formalità se si conoscessero i veri scopi per cui è nata l'Eurozona: tutto fuorché una promessa di benessere e di democrazia.
Il vero scopo per cui è nata l'Eurozona
La moneta unica europea è un esperimento perfettamente riuscito. I suoi scopi: superare la democrazia e stroncare la piccola e media borghesia, il tutto scolpito in Trattati che hanno dato tutto il potere a una élite sovranazionale di nominati
Non
è un complotto ordito in una stanza buia, no. L’Eurozona è un esperimento fatto
alla luce del sole, anche se senza mai chiamare in causa direttamente il
popolo. Ad ogni modo, la sua forma e il modello socio-economico a cui si ispira
sono scritti a lettere di fuoco in Trattati sovranazionali scelleratamente
firmati da tutti i paesi membri. Ho avuto modo di parlarne già alcuni mesi fa,
qui mi limiterò a riassumere i veri obiettivi dei Trattati di Maastricht (1992)
e Lisbona (2007).
In
numerose occasioni ho scritto che l’Eurozona ha annientato l’unico vero modello
economico in grado di garantire il benessere comune. Ricapitolando
telegraficamente: lo Stato con moneta sovrana è il monopolista della moneta che
lui emette spendendo. Nel momento in cui crea la moneta effettuando la propria
spesa, lo Stato versa quella moneta nel contenitore dell'insieme dei cittadini, generando
direttamente o indirettamente TUTTI I REDDITI ESISTENTI: dei dipendenti pubblici e
privati, dei lavoratori autonomi, degli imprenditori, della classe politica, di
tutti. Attraverso le tasse preleva poi solo una parte di quel denaro, in modo
da creare un attivo nel contenitore, che per lo Stato è un debito.
Pertanto, il debito dello Stato corrisponde fino all’ultimo centesimo al nostro
attivo, alla nostra ricchezza, dunque non è un peccato mortale, anzi, è un processo
assolutamente necessario, poiché questo è l'unico modo affinché venga prodotta ricchezza nuova nel contenitore di cittadini-aziende, all'interno del quale nessuno può generare un attivo dal momento che il denaro passa semplicemente da una mano all'altra. Come logica conseguenza, è sbagliato pensare che le tasse
finanzino la spesa pubblica; infatti servono ad altro, come ho spiegato in
altri articoli del blog, ed è evidentemente impossibile che il processo parta dal basso, ovvero dal nostro contenitore. Noi non possiamo finanziare la spesa dello Stato, semplicemente perché la moneta non la creiamo noi, bensì lo Stato, il quale prima spende e solo dopo tassa, e, ribadisco, deve tassare meno di quanto ha speso, senza avere limiti di alcun tipo. Neanche il pericolo dell'inflazione può costituire un limite per la capacità di spesa dello Stato, semplicemente perché è un pericolo inesistente, soprattutto in un paese con un elevato potenziale produttivo, dal momento che quando lo Stato spende più di quanto preleva stimola la domanda di beni ma anche l'offerta, i consumi ma anche la produzione (se volete maggiori dettagli visitate il sito di Paolo
Barnard o quello della Mosler Economics).
L’Eurozona è invece il capovolgimento di quanto scritto sopra. Nell’Eurozona
nessuno Stato è proprietario della moneta Euro, la quale viene emessa dalla
Banca centrale europea e immessa nelle riserve dei mercati di capitali privati
da cui gli Stati la devono prendere in prestito e restituirla con gli
interessi. Non solo: il Trattato di Maastricht impone agli Stati firmatari di
contenere il deficit (debito annuale) entro un limite insignificante, che
peraltro include anche gli interessi sul debito accumulato prima della nascita
dell’Eurozona, il che di fatto obbliga gli Stati a produrre ogni anno un avanzo
di bilancio, dunque tagli alla spesa o aumento del prelievo fiscale, o entrambe le cose. Considerando ciò che ho scritto prima sul funzionamento degli
Stati a moneta sovrana, tutto ciò implica che lo Stato preleva dal nostro
contenitore più di quanto versa con la sua spesa. Il risultato è IMPOVERIMENTO ARITMETICO dell’economia. In definitiva, lo Stato non può assolutamente
indebitarsi, sia perché glielo vietano i Trattati, sia perché non possiede una
moneta.
Adesso
dovete capire questo: tale impianto assurdo non è frutto di un errore, ma di un
piano realizzato a beneficio esclusivo di grandi multinazionali, grandi
speculatori e di una élite aristocratica di tipo neofeudale. Queste élite
puntano a:
1)
imprigionare gli Stati in una camicia di
forza, perché, come scrive Paolo Barnard, “uno Stato senza portafoglio è
come un eunuco, anzi peggio, è come un padre senza reddito”. Le conseguenze sul potere d'intervento del governo e del parlamento eletti dal popolo sono ovvie: quel potere di fatto scompare, perché lo Stato deve SOTTOSTARE AI DIKTAT DEI MERCATI FINANZIARI E DEGLI INVESTITORI STRANIERI (“senza mettersi in contrasto, anche solo brevemente, con le loro
richieste”, cit. Marcello De Cecco, uno dei più grandi
economisti italiani viventi), VENDERE IL VENDIBILE (cioè privatizzazioni, naturalmente a
prezzi stracciati), compresi i servizi essenziali, quelli a cui non possiamo
rinunciare, come l’energia, l’acqua, i treni, le autostrade, la sanità, persino
le carceri e i cimiteri (le cosiddette “captive demand”, letteralmente
“richiesta prigioniera”);
2)
arricchirsi speculando sui debiti degli
Stati, perché uno Stato senza moneta non può indebitarsi, ma poiché tutti
gli Stati hanno un debito pregresso (che è stata la nostra ricchezza passata)
che devono ripagare, non possedendo una propria moneta, DIPENDONO TOTALMENTE DAI PRESTITI DEI MERCATI DI CAPITALI
PRIVATI (titoli di Stato), i quali hanno il coltello dalla parte del manico e
possono fissare gli interessi che vogliono dal momento che lo Stato non può
fare a meno dei loro soldi. E non dimentichiamo che quanto più lo Stato
persegue il pareggio di bilancio o l'avanzo di bilancio, più l’economia nazionale regredisce,
diminuiscono sempre più le entrate fiscali mentre aumentano le spese per gli
ammortizzatori sociali. Quindi nuovi debiti (inutili, poiché servono solo a
tappare la falle senza creare ricchezza) e sempre maggiore dipendenza dai
mercati finanziari;
3)
cancellare la piccola e media borghesia
e i suoi diritti, per tornare ad un sistema molto simile a quello FEUDALE,
CON UN’ARISTOCRAZIA CHE DETIENE TUTTE LE LEVE DEL POTERE POLITICO ED ECONOMICO
E UNA MASSA DI LAVORATORI SOTTOPAGATI (compresi quelli qualificati), quando non
addirittura sfruttati (si pensi agli immigrati), e di piccole aziende
schiacciate. È l’ovvia conseguenza di quanto scritto finora, ma non
dimentichiamo che questi neofeudali, per dare l’illusione di aiutare i popoli a
superare la crisi economica che loro stessi creano, intimano agli Stati di
aumentare la flessibilità del lavoro, ridurre i salari, licenziare i dipendenti
pubblici, tagliare i servizi e le pensioni, spacciando tutto questo per
“sacrifici necessari”. Lo Stato, come detto, non può opporsi più di tanto
perché ha le mani legate, mentre IL PARLAMENTO NON CONTA PIÙ NULLA, visto che i
Trattati scavalcano di fatto la Carta costituzionale, e le leggi della
Commissione Ue non eletta da nessuno sono superiori a quelle adottate dal
Parlamento nazionale. Il governo, dal canto suo, può limitarsi soltanto ad agire all'interno del nostro contenitore, spostando risorse da una categoria all'altra. I lavoratori, infine, finiscono per
accettare la riduzione dei salari e delle garanzie, perché “meglio quello
piuttosto che niente”. Lo scopo, in definitiva, è farci lavorare da kosovari,
ma in strutture moderne.
Tutto questo oggi si sta
concretizzando sotto i nostri occhi, ce l’abbiamo sulla soglia di casa. Non c’è
alcuna cospirazione segreta, è tutto pubblico e alla luce del sole. Finirà solo
se e quando il popolo deciderà di staccare la spina. Ma se questa dovesse
diventare la nostra dimensione abituale, se cioè dovessimo assuefarci a questo decadimento, le sofferenze finiranno ugualmente, nel senso che non ci faremo più caso, saremo
sfruttati e sereni, immemori del passato benessere e dei diritti perduti. A noi la scelta.
Eurozona: il mostro con cui le élite neofeudali cancelleranno democrazia e diritti. La storia e i nomi
Impedire agli Stati democratici di spendere per il bene comune e costringerli a sottostare a leggi sovranazionali emanate da persone non elette: così i grandi poteri stanno distruggendo la democrazia e la borghesia, creando una massa di sottopagati. Una storia di estrema cupidigia che Paolo Barnard riassume in questo articolo con fatti e nomi precisi
Continua da tre precedenti articoli: 1)Il debito pubblico non è un problema, anzi: è la nostra ricchezza; 2)Ecco perché gli evasori e la "casta" non sottraggono nemmeno un euro alla ricchezza nazionale; 3)Un sistema economico da disfare: a cominciare dal culto delle esportazioni.
Proseguiamo con il discorso avviato alcune settimane fa per comprendere come funziona l'economia finalizzata al benessere comune, e per capire come questa economia sia stata scientificamente smantellata. Ma da chi e con quali scopi? L'ultimo articolo della serie sarà dedicato proprio a queste risposte, e riporterà integralmente un articolo pubblicato da Paolo Barnard sul proprio sito, con cui il giornalista sintetizza quanto scritto nel libro "Il più grande crimine".
Abbiamo cercato fin qui di dimostrare che l'Eurozona non è altro che il più tragico e riuscito esperimento messo in atto per capovolgere la vera economia che aveva portato democrazia, diritti e benessere per un numero di persone mai visto prima. L'economia basata sull'assunto che lo Stato deve essere il proprietario e monopolista della moneta che tutti noi usiamo; lo Stato la emette (attraverso la sua spesa) versandola nel contenitore pubblico-privato di aziende-lavoratori-consumatori, e generando direttamente o indirettamente tutti i nostri redditi; ne preleva poi attraverso le tasse solo una parte, affinché il nostro contenitore registri un attivo. Il capovolgimento di questo sistema è invece l'Eurozona, dove la moneta non è emessa da alcuno Stato, bensì dalla Banca centrale europea, la quale la immette non nel nostro contenitore, ma nelle riserve dei mercati di capitali privati, da cui gli Stati la prendono in prestito dovendola poi restituire tutta con gli interessi. Conseguentemente sono obbligati a prelevare dal nostro contenitore tutto il denaro che vi hanno versato prima, lasciando a noi zero. Il risultato è impoverimento matematico, tagli alla spesa e ai servizi, tasse ammazza-economia, deflazione, disoccupazione, masse disposte a lavorare a qualsiasi condizione, Stati in balìa della speculazione e delle grandi multinazionali.
Veniamo quindi all'articolo di Barnard. E' una storia di estrema cupidigia che parte da molto lontano e che il giornalista riassume in questo articolo con fatti e nomi precisi. Buona lettura, e se trovate l'articolo troppo lungo potete leggerlo un po' alla volta, ne vale davvero la pena.
Tratto da paolobarnard.info, titolo originale: "Il Neofeudalesimo si chiama Eurozona. E' un mostro. Storia, nomi, fatti".
Continua da tre precedenti articoli: 1)Il debito pubblico non è un problema, anzi: è la nostra ricchezza; 2)Ecco perché gli evasori e la "casta" non sottraggono nemmeno un euro alla ricchezza nazionale; 3)Un sistema economico da disfare: a cominciare dal culto delle esportazioni.
Proseguiamo con il discorso avviato alcune settimane fa per comprendere come funziona l'economia finalizzata al benessere comune, e per capire come questa economia sia stata scientificamente smantellata. Ma da chi e con quali scopi? L'ultimo articolo della serie sarà dedicato proprio a queste risposte, e riporterà integralmente un articolo pubblicato da Paolo Barnard sul proprio sito, con cui il giornalista sintetizza quanto scritto nel libro "Il più grande crimine".
Abbiamo cercato fin qui di dimostrare che l'Eurozona non è altro che il più tragico e riuscito esperimento messo in atto per capovolgere la vera economia che aveva portato democrazia, diritti e benessere per un numero di persone mai visto prima. L'economia basata sull'assunto che lo Stato deve essere il proprietario e monopolista della moneta che tutti noi usiamo; lo Stato la emette (attraverso la sua spesa) versandola nel contenitore pubblico-privato di aziende-lavoratori-consumatori, e generando direttamente o indirettamente tutti i nostri redditi; ne preleva poi attraverso le tasse solo una parte, affinché il nostro contenitore registri un attivo. Il capovolgimento di questo sistema è invece l'Eurozona, dove la moneta non è emessa da alcuno Stato, bensì dalla Banca centrale europea, la quale la immette non nel nostro contenitore, ma nelle riserve dei mercati di capitali privati, da cui gli Stati la prendono in prestito dovendola poi restituire tutta con gli interessi. Conseguentemente sono obbligati a prelevare dal nostro contenitore tutto il denaro che vi hanno versato prima, lasciando a noi zero. Il risultato è impoverimento matematico, tagli alla spesa e ai servizi, tasse ammazza-economia, deflazione, disoccupazione, masse disposte a lavorare a qualsiasi condizione, Stati in balìa della speculazione e delle grandi multinazionali.
Veniamo quindi all'articolo di Barnard. E' una storia di estrema cupidigia che parte da molto lontano e che il giornalista riassume in questo articolo con fatti e nomi precisi. Buona lettura, e se trovate l'articolo troppo lungo potete leggerlo un po' alla volta, ne vale davvero la pena.
Tratto da paolobarnard.info, titolo originale: "Il Neofeudalesimo si chiama Eurozona. E' un mostro. Storia, nomi, fatti".
Il complotto. Una parola
trasformatasi in un’arma micidiale ai danni di chi studia, denuncia, e lotta
contro il Vero Potere. E’ usata da giornalisti soprattutto, quelli
che dalle pagine dei grandi quotidiani e dagli schermi Tv ammiccano sorrisetti
spregiativi quando quelli come me parlano di Unione Europea criminale, di
progetto Neoclassico e infine di NEOFEUDALESIMO.
Ci tacciano di essere dei fantasisti o pazzoidi che parlano di complotti,
sciocchezze… suvvia, siamo seri.
Io (e pochissimi altri)
denuncio cose che volano in effetti chilometri sopra la comprensione comune
della gente. Esse sono così distanti dal ‘ragionevole’, dal ‘plausibile’, che è
gioco facile, per coloro che sanno invece benissimo che quello che io denuncio è
vero, squalificarmi come complottista. E allora l’Olocausto?
Il massimo storico
dell’Olocausto mai esistito si chiamava Prof. Raul Hilberg. Il suo monumentale
volume “La Distruzione degli Ebrei d’Europa” racconta fra la tante cose
un fatto proprio ‘irragionevole’ e ‘non-plausibile’, una cosa che si direbbe
pazzesca. Ed è che nella civilissima Germania degli anni ’40 del XX secolo, la
macchina mostruosa dell’Olocausto si compose precisamente di due componenti:
A) di un’ideologia
divenuta fede – cioè che l’ebreo andava eliminato per la salvezza del
continente Europa;
B) e di una, si
faccia attenzione!, macchina burocratica di sterminio AUTOPROPAGATASI, cioè non comandata
dall’alto né pianificata dai vertici nazisti. Ovvero di un moto
perpetuo e autonomo che creava pezzi della macchina di sterminio man mano che
questo moto passava da una testa all’altra, da una burocrazia all’altra, da una
regione all’altra, da un’autorità locale all’altra, in Germania come in Polonia
ecc. Nessun decreto di Hitler con le parole “gassateli”, nessun comando
berlinese di ingegneri pianificatori dei campi di concentramento, nessuna
riunione del Terzo Reich dove ogni sei mesi si faceva il punto dello sterminio.
Ma, ripeto, un moto AUTOPROPAGATOSI da un’ideologia/fede e che ha finito col
ricomporsi SPONTANEAMENTE in un Olocausto gestito da migliaia di pezzetti
burocratici autonomi senza alcuna gestione centrale. Non so se vi è chiaro, ma
tutto questo ha dell’incredibile, eppure fu così, lo decreta il massimo storico
del Nazismo mai esistito. Ora…
… immaginate se
un’autorità della statura immensa come quella del prof. Raul Hilberg avesse
scritto di tutto ciò, previsto tutto ciò, negli anni dell’ascesa al potere di
Hitler. Ma è straovvio: lo avrebbero squalificato come un mentecatto delirante
e un complottista, probabilmente anche dagli stessi ebrei tedeschi.
Facile, come bere un bicchier d’acqua.
E qui arrivo al nostro
NEOFEUDALESIMO. Il mio lavoro di oggi, dopo il saggio Il Più Grande
Crimine 2011, sta svelando una pianificazione di quasi un secolo da parte
delle elite Tradizionaliste Neofeudali europee, cioè il
Vero Potere, per riprendersi il dominio perduto dall’Illuminismo in poi;
per, soprattutto, re-imporre alle “masse ignoranti” d’Europa un GIUSTO
ORDINE che ne avrebbe evitato, a loro parere, la degenerazione in un modello di
‘depravata democrazia all’americana’. Il GIUSTO ORDINE significava e significa
oggi per loro l’assoluto controllo di una elite non-eletta su centinaia di
milioni di cittadini europei sempre più impoveriti, e quindi resi servi
impotenti. E lo strumento che queste elite Neofeudali hanno usato per portare
al successo quella pianificazione è l’UNIONE MONETARIA EUROPEA, oggi chiamata Eurozona,
che infatti sta ottenendo la devastazione della democrazia e degli standard di
vita in tutta Europa, con crolli di quegli standard e dell’economia della
piccola-media borghesia di proporzioni indicibili. Ebbene, ricordate Hilberg:
facile per i tromboni servi del Vero Potere ridicolizzare me e le mie
autorevoli fonti accademiche come complottisti. Ma non lo siamo. Noi vi stiamo
raccontando il prossimo Olocausto, dove nei campi di sterminio è già oggi
finita la DEMOCRAZIA.
Elite
Tradizionaliste Neofeudali: da dove nascono? E cosa hanno fatto?
Per semplificare un
racconto immenso, parto dal New Deal di Franklin D. Roosevelt. Quando la
notizia di quella rivoluzione sociale ed economica americana giunse in Europa,
essa fu accolta dai discendenti delle famiglie dominanti e dai maggiori
capitani d’industria, i Tradizionalisti Neofeudali, con orrore.
Niente meno che orrore. Ma che stava facendo quel pazzo degenerato di
Roosevelt?, pensarono. Dio! Stava usando i soldi dello Stato per creare dei “falsi
diritti” per le “masse ignoranti”, per i disoccupati, e gli stava
migliorando lo standard di vita! Questo era anatema per Tradizionalisti
Neofeudali, per due motivi: lo Stato USA, poiché possessore di una moneta
sovrana, aveva in mano uno strumento di potere di fuoco infinito per far
avanzare proprio le spregevoli “masse ignoranti”, e questo poteva
contagiare anche gli Stati d’Europa. Andava evitato a tutti i costi; e una
volta che le “masse ignoranti” avessero ottenuto abbastanza diritti e
benessere, sarebbero divenute troppo potenti e avrebbero definitivamente
distrutto i VALORI DEL GIUSTO ORDINE SOCIALE perduto dopo il crollo dei
feudalesimi a favore della democrazia. Questi valori sono:
A) sottomissione delle “masse
ignoranti” alla superiore saggezza delle elite non-elette, che le governa
attraverso istituzioni SOVRANAZIONALI rette da tecnocrati fedeli ai Tradizionalisti
Neofeudali (vi dice già qualcosa….?).
B) una vita di
permanente povertà o scarsità delle “masse ignoranti” per non alzare
troppo la testa sopra il regno della Chiesa vaticana, fedele alleata della
restaurazione del GIUSTO ORDINE.
C) da quella scarsità
doveva venire paura e insicurezza continua delle “masse ignoranti” per
cementare tutto ciò. Un esempio concreto: essi pensarono che con “masse
ignoranti” rese benestanti ‘alla americana’ non sarebbe più stato possibile
spedire milioni di poveracci a crepare come maiali al macello nelle trincee di
una guerra Neofeudale (I Guerra Mondiale), o in avventure coloniali dello
stesso stampo, non sarebbe più stato possibile estrarre manodopera della gleba
per i loro conglomerati industriali.
Ora ecco chi erano i Tradizionalisti
Neofeudali. Il primo gruppo si riunì fra le due Grandi Guerre attorno al Comité
des Forges in Francia, finanziato dalla famiglia Wendel e dai
tedeschi Krupp, con interventi finanziari di non poco conto della Banca di
Francia. Erano politici principalmente, ma raccoglievano le idee di pensatori
noti, da Junger a Keyserling, Heidegger, Jouvenel, Perroux, Mounier, Celine,
naturalmente selezionandone le analisi più convenienti per il loro sogno di
restaurazione del GIUSTO ORDINE, e scartandone molte altre (ad eccezione di
Perroux che fu preso e copia-incollato da cima a fondo). Gli economisti di
riferimento erano i Neoclassici più noti allora: Walras,
Jevons, Menger. Questo primo drappello fu immediatamente ingrossato nelle
sue fila dai maggiori industriali nord europei (franco-tedeschi soprattutto, il
cosiddetto cartello dell’acciaio-carbone), dalle famiglie nobili, prima fra
tutte la famiglia tedesca dei Thurn Und Taxis e i belgi Davignon e Boel, i
Reali allora esistenti in Europa (esclusa la Gran Bretagna), e la miriade di
discendenti della casa Hohenstaufen (non posso qui elencare tutti questi
‘rentiers’ europei, ma sono migliaia di famiglie).
Se ne deduce che era
principalmente un ‘asse’ franco-tedesco, ed aveva un progetto ben preciso:
sottomettere a quasi servitù intere nazioni europee a cominciare da Italia,
Portogallo, Spagna, il Benelux, e anche gli scandinavi. L’Europa dell’est
neppure era presa in considerazione, la consideravano territorio coloniale come
l’Africa. Per quanto riguarda gli Stati Uniti, i Tradizionalisti
Neofeudali avevano due visioni nette: la prima era che la ‘democrazia
dei consumi’ d’oltreoceano avrebbe finito per corrompere quella società con i
valori ‘depravati’ del benessere minimo della gente, fino alla sua distruzione.
Infatti il capitalismo americano, per quanto infestato di imperfezioni, doveva
(e deve) mantenere in vita un minimo di spesa pubblica per evitare il collasso
totale dei consumi, che è contrario agli interessi delle Corporations, e quindi
doveva (e deve) mantenere le strutture democratiche di: governo sovrano,
Parlamento che decide la spesa (Congresso), e Banca Centrale che la finanzia
(FED). Tutti elementi, questi, che per i Tradizionalisti Neofeudali erano
bestemmie politiche allo stato puro che avrebbero affondato gli USA celebrando
la vittoria della loro Europa neofeudale; la seconda visione era che appunto
l’Europa non avrebbe mai dovuto diventare un modello americano di Stati Uniti
d’Europa con un governo centrale democraticamente eletto, un Tesoro comune e
Banca Centrale a garanzia dei debiti pubblici (vi dice già qualcosa…..?). Il
fatto è che in America nessun singolo Potere era, ed è mai riuscito badate
bene, come invece in Europa oggi proprio al culmine del sogno Neofeudale, a
impossessarsi di tutti e tre i poteri fondamentali delle elite: il potere
economico, quello politico e quello di manipolazione delle masse. I Tradizionalisti
Neofeudali invece lavorarono proprio per impossessarsi di
tutti e tre questi poteri, con un successo tragico oggi chiamato Unione
Europea/Eurozona.
Ora torniamo al loro
valore numero uno, sopradescritto come: A) sottomissione delle “masse
ignoranti” alla superiore saggezza delle elite non-elette, che le governa
attraverso istituzioni SOVRANAZIONALI rette da tecnocrati fedeli ai Tradizionalisti
Neofeudali. La domanda che si posero fu come ottenere una struttura
simile. La risposta che gli arrivò fu lampante: creare una UNIONE MONETARIA,
che privando gli Stati della loro moneta li distruggeva di fatto totalmente, e
li assoggettava ai gestori esterni, sovranazionali, di quella UNIONE. Uno
Stato senza portafoglio è un eunuco, anche meno di questo, è come un padre di
famiglia senza reddito, il cui Parlamento diventa una facciata di
cartapesta: democrazia MORTA. Di conseguenza le “masse ignoranti”
sarebbero andate allo sbando e crollate nella deflazione permanente del loro
standard di vita (vi dice già qualcosa….?), esattamente lo scopo dei Tradizionalisti
Neofeudali.
La sopraccitata risposta
gli fu servita da quattro uomini: Robert Schuman, lobbista dell’industria
pesante francese di acciaio e carbone, e un prediletto del Vaticano, uomo di
collegamento coi trust dell’acciao-carbone tedeschi; Jean Monnet, banchiere,
esperto di finanza, e uomo strategico perché in buoni rapporti con gli USA;
Walter Funk, presidente della Reichbank (1943); e Francois Perroux, economista,
il vero cervello dietro la moneta unica e il modello di Banca Centrale Europea
che poi sarebbe venuto, un filonazista puro (almeno fino a che non giudicò
Hitler troppo ‘soffice’), con cui lavorava un altro economista di pura
tradizione neofeudale, Jaques Rueff.
I Neofeudali di Francia
e Germania a quel tempo, e qui stiamo già parlando dei primi anni dopo il 1945,
capirono però che non potevano portare avanti un progetto di rottura così
violento coi valori americani, perché l’Europa ridotta a macerie era appesa
alla tetta di Washington disperatamente. Qui fu la furbizia di Monnet a fare il
trucco. Monnet semplicemente descrisse il micidiale progetto neofeudale della
UNIONE MONETARIA ai presidenti USA Truman e Eisenhower come un’unione europea
di nazioni retta da un governo di saggi in funzione anti Sovietica!
Un muro contro il ‘pericolo rosso’. Non solo, Monnet disse agli americani che
la Banca di Francia avrebbe continuato a finanziare la Germania dell’ovest,
visto che i Wendel erano di fatto i padroni della banca. Washington ci cascò, e
rimase totalmente inconsapevole della vera natura del progetto descritta sopra,
e del suo odio feroce per qualsiasi modello americano.
Prima di proseguire, va
spiegata una cosa di una importanza cruciale, ma veramente assoluta. Quando
parliamo di uomini del Vero Potere, tendiamo automaticamente a pensare a questi
vampiri che siedono su castelli stracolmi di oro, ricchezze, fortune immani, e
che fanno ciò che fanno a milioni di innocenti per pura arrogante avidità. No.
Fermi. Personaggi di questa matrice esistono certamente, ma sono più gli americani
a essere di quella pasta, come alcuni europei certo, ma NON i Tradizionalisti
Neofeudali. No, no e no. Essi, dovete capirlo, lavorarono, e oggi
lavorano, solo per due motivi:
A) Un senso di
investitura divina al DIRITTO di governare le “masse ignoranti”,
esattamente come i loro antenati in epoca feudale. Ma soprattutto…
B) Un senso del DOVERE,
cioè di dover fare quello che fanno, se no, essi sono convinti, il mondo del
GIUSTO ORDINE SOCIALE verrà travolto dalla depravazione di quel mostro
purulento chiamato democrazia, che per loro è la fonte della fine di ogni
valore, di ogni buon senso, la fonte della fine di tutto. Loro DEVONO salvarsi
e salvarci, a costo di ammassare montagne di cadaveri. Ricordate bene: un uomo
come l’attuale presidente del Consiglio Europeo, il super-Neofeudale Herman Von
Rompuy, o un uomo come Mario Monti, ne sono convinti fin nel midollo. Così
Juncker, Draghi, Issing, Barnier, Rehn, così era Padoa Schioppa e soci. Ecco
perché non mostrano un milligrammo di pietà umana per le sofferenze di milioni
di europei oggi (vedi Grecia). Essi pensano che essa è la giusta via del
SACRIFICIO per impedire a tutto il continente di sprofondare nella sparizione
finale dei loro ‘GIUSTI VALORI’. Lo Stato non dovrà MAI PIU’ garantire alle
masse i “falsi diritti” del welfare, della democrazia, del benessere in
crescita (non vi dice già qualcosa….?). In questo i Tradizionalisti
Neofeudali odierni derivano la loro ideologia non solo dai personaggi
sopraccitati, ma anche da Heidegger, Hitler, Goebbels, Funk e Schacht, tutti
autori di scritti e noti discorsi contro la ‘perversione’ del New Deal di
Roosevelt, cioè del modello di Stato interventista nel sociale, e a favore
invece della supremazia delle elite su Stati imbelli. Ma la derivano
soprattutto (Monti fra i primi) da colui che si contende il titolo di ‘Il
più sociopatico economista mai vissuto’ con Robert Malthus, cioè Friedrich
Von Hayek, della cosiddetta scuola austriaca, un vero razzista di proporzioni
epiche, l’uomo che scrisse di poter tollerare un minimo di Stato Sociale ma
solo “per impedire ai poveri di esasperarsi al punto da divenire un pericolo
fisico per le classi dominanti” (sic). E’ l’uomo che dopo il francese
Perroux si batté per impedire l’accesso delle “masse ignoranti”
all’istruzione pubblica, considerata pericolosa perché avrebbe fatto
comprendere alle masse l’economia.
Il salto del
Neofeudalesimo dei Tradizionalisti al Vero Potere Neofeudale del giorno d’oggi.
Non vi faccio perdere
tempo. La nascita dell’Unione Europea è roba stranota come tappe formali: Piano
Schuman 1949, la CECA nel 1951, il Trattato di Roma 1957, nel 1967 la Comunità
Europea (CE), nel 1979 eleggemmo il primo Parlamento Europeo, poi arriva il
1993 quando nasce l’Unione Europea col Trattato di Maastricht, che sancì una
serie di riforme eclatanti, fra cui dal 1 gennaio 2002 quella dell’Euro come
moneta unica per i suoi membri. La nostra Banca Centrale Europea di oggi è
stata modellata precisamente sulle indicazioni del tradizionalista neofeudale
Francois Perroux, che già allora scrisse quelli che oggi sono i comandamenti
della BCE: impedire agli Stati di spendere a deficit per il terrore
dell’inflazione; le crisi si curano con Austerità feroci, cioè tagli sociali e
super tasse; il Mercato Unico deve esser il Signore assoluto senza nessuna
interferenza degli Stati; la flessibilità del lavoro è un comandamento
imprescindibile. Questo scrisse il neofeudale Perroux nel 1943 (!), e
questo è oggi!
E sempre stando col
francese, ma anche con l’ultra neofeudale austriaco sopraccitato, Hayek, si
viene a sapere che l’idea di sottomettere le banche al potere delle elite
neofeudali – oggi in pieno svolgimento con l’Unione Bancaria UE (si legga
http://paolobarnard.info/intervento_mostra_go.php?id=834) – fu loro già 60 anni
fa.
Oggi, le idee tradizionaliste/neofeudali
degli anni ’30 di UNIONE MONETARIA, Banca Centrale e distruzione della spesa
pubblica degli Stati, hanno preso la forma della perversa struttura dell’Eurozona,
con l’UNIONE MONETARIA, la BCE, e le AUSTERITA’. Queste perfette
riproduzioni del vecchio progetto tradizionalista neofeudale hanno di fatto
spogliato totalmente gli Stati ex sovrani di ogni reale potere consegnandolo a
elite non-elette (Commissione UE), e ne hanno esautorato i Parlamenti con i
Trattati UE sovranazionali che sono superiori in autorità alle nostre leggi,
cioè il sogno neofeudale come detto più sopra. Ora notate però una cosa: il
progetto tradizionalista neofeudale ha tolto tutto allo Stato nazionale meno
una cosa: il potere di polizia fiscale, proprio per imporre a
milioni di esasperati cittadini gli orrori del ‘giusto sacrificio’ del GIUSTO
ORDINE neofeudale, che io ho battezzato coi nomi di Economicidio e Chemiotassazione.
Bene, anche questa idea risale al club di Perroux, Funk, Rueff e soci, altra
mostruosità neofeudale presente sulla soglia di casa di milioni di noi oggi.
Ma chi sono oggi i
portatori dell’oscena torcia Neofeudale nella UE? cioè: CHI SONO GLI UOMINI CHE
HANNO RACCOLTO L’EREDITA’ DEL PIANO TRADIZIONALISTA NEOFEUDALE DEGLI ANNI ’30,
E CHE LA STANNO PORTANDO ALLA VITTORIA CON LA DEVASTAZIONE DI TUTTE LE NOSTRE
EX DEMOCRAZIE, CON DISOCCUPAZIONE RECORD, PAURA SOCIALE, E DEFLAZIONE ECONOMICA
PERMANENTE AI MASSIMI LIVELLI DA 70 ANNI CREATE A TAVOLINO DALL’EUROZONA E
DAI SUOI TRATTATI?
Ne ho già nominati
alcuni, cioè Herman Von Rompuy, Mario Monti, Juncker, Draghi, Issing, Barnier,
Rehn, Barroso, così era Padoa Schioppa. Aggiungo alcuni altri colossi
neofeudali: Jaques Attali, Jaques Santer, lo fu Francois Mitterrand, Jean
Claude Trichet, poi Giuliano Amato, Romano Prodi, Theo Weigel, col codazzo di
centinaia di vassalli tecnocrati come gli italiani Marco Buti e Massimo Tononi.
Vi si aggiunge la corte di latifondisti, nobili e massoni ammorbati di Opus Dei
che si riuniscono attorno a Etienne Davignon e al famigerato club Bilderberg,
sempre potentissimi. Poi il micidiale Jaques Delors, l’uomo di devota
‘scuola Perroux’ che ha tenuto le massime redini d’Europa (Presidente
Commissione Europea, il vero potere UE) per tutti i 10 anni cruciali del
passaggio dalle democrazie degli anni ’70 agli Stati fantoccio del dopo
Maastricht/Eurozona. Poi non si dimentichino le correnti tedesche di
economia della Scuola di Berlino e di Bremen, con il cosiddetto
‘Ordo-Liberismo’ di Walter Eucken che ha spacciato a generazioni di gonzi
tedeschi il Neofeudalesimo come corrente sociale!
Ma qui c’è un altro
passaggio da capire, che è cruciale. L’avanzata del NEOFEUDALESIMO, cioè della
VERA ANIMA di tutto quello che a voi raccontano come Eurozona e Unione Europea
e che ci sta distruggendo come democrazie, si è servita di una specie di ‘ascensore’ per
arrivare invisibile nella stanze del potere. Hanno usato l’economia cosiddetta Neoclassica e
quella Neoliberista. Come detto, i Neofeudali hanno usato un’arma
principale per ottenere l’abbattimento del potere degli Stati di spendere per
la crescita del popolo e della democrazia: l’UNIONE MONETARIA, che, ripeto,
significa 1) bloccare la spesa pubblica 2) creare il terrore dei deficit 3)
imprigionare i governi entro spese pubbliche microscopiche 4) quindi
paralizzare il flusso di denaro nelle società, portando deflazione economica,
fallimenti a catena, disoccupazione alle stelle, paura e insicurezza di tutti
5) e consegnare noi cittadini/aziende nelle mani dei produttori ‘privati’ di
denaro, cioè le banche, visto che il produttore di denaro pubblico, lo Stato, è
stato castrato.
Bene, queste folli
regole erano per coincidenza anche il vangelo degli economisti prezzolati dal
Vero Potere che si organizzarono per distruggere, per letteralmente
polverizzare, tutta l’Economia Sociale nata dal pensiero di
Marx, di Keynes, della Robinson, di Kalecki, di Godley, quella cioè che
predicava l’esatto opposto: uno Stato DEVE SPENDERE PIU’ DI QUELLO CHE TASSA
PER FAR CRESCERE IL 99%, A SCAPITO DELL’1%. Questi economisti prezzolati dal
Vero Potere erano e sono appunto i Neoclassici e i Neoliberisti,
quelli che (parlando dell’Italia) oggi campeggiano alla Bocconi e sul Corriere
della Sera, cioè i Giavazzi, gli Alesina, i Boeri, i Mingardi, Stagnaro,
Boldrin, ecc. Ma soprattutto i loro ‘superiori’ internazionali come Von Mises,
Friedman, Brunner, Tsiang, Meltzer, Lucas, Reinhart e Rogoff, Mankiw ecc. La
cosa pietosa di sto drappello di venduti con crimini sociali sulla coscienza è
che non si sono mai resi conto di essere stati usati come ‘ascensori’ da
un potere ben più devastante, quello Neofeudale, che li disprezza persino,
considerandoli troppo morbidi nell’opera di annientamento delle “masse
ignoranti”, così come Perroux considerava Hitler troppo morbido. Ma i
Neofeudali li hanno e li stanno ancora usando. Il problema è che tantissimi
antagonisti del Vero Potere credono in buona fede che il nemico da combattere
in UE siano ste ‘puttane’ dell’economia Neoclassica e Neoliberista,
mentre no! NO!, il nemico ha un altro nome: NEOFEUDALESIMO. Ma naturalmente….
Barnard è un complottista… eh? cari miei economisti ‘di sinistra’ eteroignari
alla Brancaccio, Zezza o Bellofiore? Non avete ancora capito NIENTE del Vero
gioco, sciocchi.
Il grande
paradosso capitalistico.
Una domanda, sono certo,
vi ha già percorso la mente da un bel po’. Questa: ma le classi capitaliste
europee non la vedono la contraddizione fra la dottrina ormai dilagante del
Neofeudalesimo e i loro interessi? Non lo vedono che distruggere la ricchezza immessa
dallo Stato in cittadini/aziende (la spesa pubblica), che creare così
deflazione permanente, e che ridurre alla semi-povertà milioni di europei li
danneggia nei commerci di beni e servizi e quindi nei profitti?
La risposta a questa
domanda è sempre – come tutto è quando si parla di Vero Potere, e così come
nell’esempio iniziale dell’Olocausto – scioccante e incredibile. La semplifico.
Uno dei colossi dell’economia sociale, quella dell’INTERESSE PUBBLICO, e
naturalmente sepolto e dimenticato, era Michal Kalecki, polacco. Già lui negli
anni ’40 del XX secolo ci avvisava della miopia, MIOPIA, permanente e
irrimediabile della classe capitalista imprenditrice. Disse Kalecki che,
contrariamente a tutte le evidenza della scienza economica, gli imprenditori nascono,
crescono e muoiono con stampato nel loro cervello il Dogma secondo cui
un’azienda profitta se paga i lavoratori il meno possibile. E questo, già ai
tempi del geniale polacco, valeva per il gigante Krupp come per il salumaio di
quartiere. Oggi questa demenziale distorsione mentale esiste identica in tutta
la classe imprenditrice europea, dalla Fiat o Siemens, alle piccole medie
imprese, al bar.
Non è valso nulla che un
altro genio dell’economia sociale come John Maynard Keynes abbia dimostrato
all’infinito che il “Paradosso del Risparmio” è una rovina di tutto il
ciclo economico mondiale: se si pagano poco i lavoratori, se si risparmia e non
si spende, crolla il flusso di liquidità che è proprio quello che fa crescere
aziende ed economia, che permette gli investimenti e infine i profitti stessi.
E’ lampante no? Ma no. Non è valso a nulla che Marx nell’800 o che Godley pochi
decenni fa abbiano spiegato ai capitalisti i precisi meccanismi della creazione
del profitto, che richiede SEMPRE l’esistenza di categorie di salariati capaci di spendere bene a favore di altre categorie (e se possibile senza ricorrere al
debito con le banche), con, come fornitore di liquidità di ultima istanza lo
Stato. No. Niente. I capitalisti non lo capivano, e non lo capiscono ancora
oggi. Gli imprenditori colossi, ma anche quelli medi e piccoli, non la vogliono
capire. E allora ecco che si spiega perché il fanatismo dei Neoclassici
di ridurre tutti i salari a livelli di semi-povertà gli va a genio
perfettamente. E’ il trionfo del loro istinto idiota di dominare i
dipendenti credendo di trarne profitto. E’ il trionfo della cocciuta stupidità
dell’imprenditore che NON CAPISCE MAI, MAI NULLA DEI FONDAMENTALI DELLA
MACROECONOMIA KEYNESIANA, che invece farebbe la fortuna sua e dei suoi
dipendenti allo stesso tempo.
Pensate, in questo
contesto, al fenomeno delle mega-fusioni e acquisizioni industriali e bancarie.
Spiego: da diversi anni assistiamo a una corsa maniacale di Corporations e
banche ad acquistare rivali, o aziende minori, per creare questi colossi sempre
più immensi. Cito solo la tedesca Audi o la Deutsche Bank perché la Germania è
oggi lo Stato che più al mondo corre per gonfiare in modo mostruoso le
dimensioni delle proprie maggiori aziende; ma anche la nostra Unicredit, ENI o ENEL
tentano espansioni simili, e altri esempi sono infiniti. Il punto che hanno in
comune tutti questi operatori del mega capitale è sempre il medesimo: tagliare
i costi e i salari. Cosa stanno facendo questi sciagurati? Semplice:
obbediscono all’ordine Neofeudale secondo cui appunto l’immane concentrazione
del potere dei Signori deve ritornare agli splendori dei secoli IX o XII, con
servitù della gleba come manodopera sia di colletti bianchi che blu. E di nuovo
non comprendono che questo deprimerà proprio l’economia su cui vivono. No!
Comandare è più importante per loro, del resto sono ciechi.
E poi si faccia
attenzione: i Neofeudali sanno benissimo che una volte che una Corporation o
una banca divengono ipertroficamente colossali, è impossibile per qualsiasi
Stato lasciarle fallire quando l’economia che esse stesse hanno depresso, come
detto sopra, collassa, perché finirebbero per trascinarsi dietro mezzo mondo. E
allora gli Stati devono usare il denaro pubblico per salvarle, chinando la
testa come sguatteri. E perché la chinano? PERCHE’ NON POSSONO PIU’
USARE LA LEGGE DEI PARLAMENTI PER COMANDARE NELL’INTERESSE PUBBLICO, VISTO CHE
I NEOFEUDALI SONO OGGI I SOLI POSSESSORI DELLA LEGGE SOVANAZIONALE. Attenti
a questo passaggio, lo ripeto. Solo i Tecnocrati Neofeudali possono oggi
controllare questi colossi industriali e bancari, visto che sono loro, i
Neofeudali della Commissione Europea, della BCE o del Consiglio UE che
gestiscono l’arma finale di tutte le armi:
LA LEGGE, oggi da loro esclusivamente creata in
UE.
La disperazione di
un pubblico che non capisce. Cosa va fatto.
Una precisazione
importantissima per i lettori, che, mi perdonino, non riescono mai bene a
capire le ombre del Vero Potere e virano sempre verso un quadro di buoni contro
cattivi, chi vince chi perde. No, le cose nel mondo del Vero Potere,
specialmente nella sua versione Neofeudale, non stanno così.
La guerra è in corso,
non è vinta, i Neofeudali hanno indiscutibilmente ottenuto vittorie
agghiaccianti, le ho già descritte alla noia, ma ribadisco: basti pensare al
fatto che Camera e Senato oggi sono stati resi teatrino di campagna assieme
alla nostra Costituzione; basti pensare che l’Italia non ha mai visto un crollo
dei consumi come quello odierno dalla fine della II Guerra Mondiale (Istat),
con i giovani disoccupati italiani in numeri di livello africano. Io qui vi ho
raccontato dell’esistenza di questo mostro e di ciò a cui mira in futuro. Ma ci
sono forze antagoniste alla restaurazione finale del NEOFEUDALESIMO in Europa:
non sono certo gli attivisti, che non ci capiscono nulla e si rifiutano di
capire; non sono certo (perdonate, conato…) i sindacati. Sono alcune forze di
capitalismo europeo filo-USA; è una parte del mondo finanziario, quella più
vicina al sistema bancario ‘retail’, cioè piccole-medie banche; ma soprattutto
sono le colossali incognite del capitalismo russo e cinese, dell’asse che
stanno creando con l’idea di uno Yuan moneta di riserva internazionale
sostenuta dal gas/petrolio russo, cioè un rivoluzione economica sempre modellata
sugli Stati Uniti che potrebbe spazzare via da sola tutto il progetto
neofeudale in pochi anni.
Ma per ora i
Neofeudali sono qui, a Bruxelles e a Francoforte, e sono micidiali, hanno in
mano tutto il potere, TUTTO. E
qui arriva la mia disperazione: un pubblico che non capisce.
Lo avete capito che
tutto ciò che hanno creato i NEOFEUDALI in oltre 70 anni è all’origine della
più devastante crisi delle democrazie, dell’economia, dei posti di lavoro, del
futuro dei giovani, della tutela sociale dalla fine della II Guerra Mondiale?
Lo capite che l’urlo dell’operaio del Veneto, che la depressione della famiglia
laziale una volta benestante e oggi in crisi, che il collasso dei diritti alla
vita dignitosa alla salute alla prosperità di milioni di noi provengono tutti
dal progetto Neofeudale, OGGI VINCITORE? Lo avete capito che quel progetto ha
distrutto la spesa pubblica, la sovranità dei Parlamenti, e l’economia
dell’Interesse Pubblico, per restaurare il GIUSTO ORDINE del regno delle elite
sulle “masse ignoranti”? E si chiama Eurozona, UE dei tecnocrati.
Lo avete capito che un
fantoccio patetico come Renzi, immediatamente chiamato a obbedienza dalla
neofeudale Angela Merkel, conta come una cacca di piccione sul davanzale
d’Europa? Lo capite che i politici di Roma sono ridicoli figuranti impotenti e
grottescamente ignari di tutto il Vero Potere? Vi è chiaro che gli sbraiti di
un cretino di Genova neppure arrivano alla soglia di casa dell'autista di uno
come Herman Von Rompuy? Che neppure arrivano all’orecchio della camiciaia di
Barnier? Lo avete capito che il Vero Potere va studiato e che dobbiamo
contrapporgli una guerra totale combattuta da uomini e donne con pedigree
d’acciaio, con una preparazione che spacca un capello con uno sguardo? Che va
combattuto da chi ha la seguente idea chiara, limpida e scolpita nell’acciaio
della propria determinazione a liberarsi:
I NEOFEUDALI CI HANNO
SOTTOMESSI, DEPREDATI DI DEMOCRAZIA E DIRITTI, CI HANNO SCHIAVIZZATI USANDO
CODICI DI LEGALITA’ DA LORO RESI ‘PLAUSIBILI’, QUANDO INVECE ERANO
‘INIMMAGINABILI’, E CI RISERVANO UN FUTURO DA SERVITU’ DELLA GLEBA NEL
TERZO MILLENNIO.
ORA NOI DOBBIAMO
RIPRENDERCI 250 ANNI DI CODICI DI VERA LEGALITA’, QUELLA CHE HA
PRODOTTO LE PIU’ AVANZATE COSTITUZIONI DEL MONDO PER L’INTERESSE PUBBLICO, E
SBATTERGLIELA IN FACCIA, CON IL POTERE RESTITUITO AGLI STATI SOVRANI E AI
PARLAMENTI DI FERMARLI E DI ARRESTARLI, DI PROCESSARLI PER I LORO IMMANI
CRIMINI, E DI FARLI SPARIRE.
Questo dobbiamo fare.
Significa: l’uscita dell’Italia dall’Eurozona neofeudale, il ripristino della
nostra SOVRANITA’ MONETARIA E PARLAMENTARE, e l’applicazione in Italia della
migliore economia dell’Interesse Pubblico mai esistita: la Mosler
Economics MMT. Leggete il Programma di Salvezza Economica per il Paese. Ma significa soprattutto
un’altra cosa, caro lettore, cara lettrice: che tu, come me, ritrovi il CORAGGIO,
il coraggio di ribellarti, ora che sai cosa ti stanno facendo. Caro lettore,
cara lettrice, senza coraggio siete morti, e saranno morti i vostri figli, e se
non avrete coraggio ve lo meritate.
(p.s. buone elezioni
europee… come andare a investire in un pollaio di Vicenza credendo di
influenzare la Borsa di New York.)
* si ringraziano i
contributi di: primo fra tutti Alain Parguez, poi Ferguson, Lacroix-Riz, Tooze,
Bruneteau, Bliek, Piettre, Lhomme, Sartre, Herman, Chomsky, Zoccarato.
PAOLO BARNARD
IMI: la storia sepolta dei "dimenticati di Stato"
Lasciati in balìa dei tedeschi dopo l'8 settembre '43, 700 mila soldati italiani si rifiutarono di combattere per la Germania immolandosi per il bene della patria. Furono deportati nei lager dove ne morirono 50mila, ma alle famiglie non fu detto neanche dove erano seppelliti: perché?
Quando Roberto Zamboni, vent'anni fa, indagando nei documenti degli archivi di Stato alla ricerca dello zio scomparso, iniziò a rinvenire i loro nomi con i cimiteri in cui erano stati inumati, rimosse il coperchio su una storia sepolta da decenni di oblio: la storia di oltre 700 mila "IMI", gli internati militari italiani, 50 mila dei quali morti nei campi di concentramento nazisti senza che i familiari avessero almeno una lapide su cui piangerli. Eppure i loro corpi avevano ricevuto una degna sepoltura in numerosi cimiteri militari della Germania, dell'Austria e della Polonia. Ma perché, allora, a genitori, mogli, fratelli non fu detto nulla?
Quando l'8 settembre del 1943 fu reso noto l'armistizio che il maresciallo Badoglio aveva firmato con gli Alleati cinque giorni prima, in Italia scoppiò il caos, soprattutto nelle file delle nostre truppe. Mentre il re e Badoglio si davano alla fuga rifugiandosi nel Sud ormai conquistato dagli anglo-americani (che erano sbarcati in Sicilia il 10 luglio provocando il crollo del regime fascista e la caduta di Mussolini, avvenuta il 25 dello stesso mese), i soldati italiani furono lasciati letteralmente allo sbando, senza ordini, senza essere chiamati alle armi contro l'invasore tedesco che nel frattempo aveva preso in mano la situazione nel Centro-Nord. Coloro che non riuscirono a fuggire al Sud rimasero alla mercé dei nazisti e furono messi di fronte ad una scelta: combattere per la Repubblica di Salò e per i tedeschi o rifiutarsi per poi essere deportati e imprigionati.
Le cifre ufficiali parlano di oltre 1 milione di militari italiani disarmati e catturati, 400 mila dei quali nelle isole greche. Solo 94 mila accettarono di combattere per i tedeschi, mentre furono 700 mila quelli che in seguito al rifiuto furono deportati in vari campi di lavoro forzato della Germania, della Polonia e dell'Austria, dove, in quanto "traditori", furono arruolati fittiziamente come lavoratori civili, in modo che non fossero loro riconosciute le forme di tutela previste dalla Convenzione di Ginevra nonché le cure della Croce Rossa. Dopo gli ebrei e le altre minoranze etniche che il nazismo perseguitò per motivi ideologici, gli Imi furono quelli che subirono il trattamento peggiore. Gli aneddoti raccontati dai superstiti fanno venire la pelle d'oca, così come alcuni episodi avvenuti nelle ex colonie (si pensi a Cefalonia o alle navi italiane affondate dai tedeschi nell'Egeo e il cui equipaggio finì in pasto agli squali).
Sorprende non poco il fatto che il sacrificio di questi soldati sia stato assai trascurato, per non dire dimenticato, dalla Storia che si studia sui libri di scuola. Già, perché con il loro rifiuto essi si immolarono letteralmente per il bene dell'Italia. Avrebbero potuto dire "sì", e con 700 mila soldati in più nelle file dei nazifascisti sarebbe stato molto più difficile, per non dire impossibile, per gli Alleati, liberare la penisola. Avrebbero potuto dire "sì" per salvare la pelle, e invece dissero "no". Ciò nonostante, nessun merito è stato loro riconosciuto per decenni, anzi, i superstiti hanno vissuto quasi con vergogna la loro condizione di sopravvissuti, perseguitati addirittura dal sospetto di essere dei disertori. Vessati e umiliati dai nazisti, dai fascisti (che si accanivano in modo particolare con questi ex commilitoni) e poi anche nel dopoguerra da molti connazionali. Loro che si erano arruolati per combattere con scarse motivazioni in una guerra in cui non credevano, al fianco di un alleato che detestavano, per poi sentir dire che i soldati italiani non sono dei veri soldati, sono dei fifoni, delle banderuole. Il danno e la beffa.
Ma è un altro l'aspetto più sconcertante di questa storia. Il destino più atroce toccò infatti agli Imi che nei lager persero la vita, circa 50 mila. Di questi padri, mariti, fratelli si perse non solo il ricordo pubblico, ma anche i familiari non ebbero più loro notizie, non seppero dove e come erano morti, se e dove erano stati seppelliti. Con una legge del 1951 lo Stato vietò il rimpatrio delle salme degli Imi caduti nei campi di concentramento, così come di quelle dei civili. Ma il peggio è che i familiari non ricevettero alcuna comunicazione circa il luogo della loro sepoltura. Gran parte di loro risultava come "disperso". Solo di recente, un artigiano veronese, Roberto Zamboni, è riuscito a fare luce sulla vicenda. Indagando, nel 1994, sul destino di un suo zio, scoprì che era sepolto da cinquant'anni in un cimitero militare della Germania. Da quel momento diede inizio ad un lungo e tenace lavoro di "scavo" negli archivi di Stato, riuscendo a individuare dove si trovavano le tombe di quasi 20 mila militari, con il luogo e la data del decesso. Negli ultimi anni alcuni di loro sono stati anche riportati a casa dai figli o dai nipoti, mentre la missione di Zamboni continua anche grazie al sito da lui aperto col nome alquanto significativo di "dimenticati di Stato".
Lui stesso ammette di non riuscire a capire i veri motivi di questo "occultamento" operato dallo Stato. Personalmente, invece, ritengo che la situazione sia abbastanza chiara. Sarebbe stato difficile per i governi post-bellici giustificare la morte nei campi di concentramento di questi soldati che di fatto furono abbandonati da coloro che presero in mano le redini della nazione dopo la caduta di Mussolini, ovvero la monarchia, Badoglio, gli stessi movimenti politici nascenti che avrebbero dato vita ai partiti repubblicani. Arruolati dal regime per combattere la "guerra parallela", dopo la caduta del duce e l'arrivo degli anglo-americani questi soldati furono lasciati in balìa del nemico per una precisa scelta strategica (a mio avviso codarda e sbagliata) di concentrare le forze in quel terzo di paese occupato dagli Alleati. Non che le stragi di partigiani e di civili siano state meno dolorose, ma almeno sono state ricordate e giustamente tramandate. E resta il fatto che i nuovi responsabili di governo (o almeno quelli che erano dalla parte giusta) lasciarono un esercito allo sbando. I familiari l'avrebbero giudicata come una colpa grave.
C'è poi un'ulteriore chiave di lettura per questa scelta dello Stato. Questi soldati erano vittime della follia nazista e quasi tutte le loro tombe si trovavano proprio in Germania. Perciò lo Stato considerò rischioso, dal punto di vista politico, comunicare alle famiglie ciò che era successo ai loro uomini partiti per la guerra e mai tornati. Era il momento della pacificazione, era il momento di dimenticare. Con buona pace di chi avrebbe voluto almeno una lapide su cui piangere il figlio morto per la patria.
POST SCRIPTUM Pubblico qui una lettera scritta dal nipote di un Imi, dal titolo "8 settembre 1943: l'armistizio, agli italiani e in particolare ai soldati, è convenuto veramente?". Sono parole toccanti che fanno riflettere. (Per leggerla basta cliccare sull'immagine e poi ingrandirla. Nel caso non si riuscisse a ingrandirla online, si consiglia di scaricarla sul proprio pc.)
Quando l'8 settembre del 1943 fu reso noto l'armistizio che il maresciallo Badoglio aveva firmato con gli Alleati cinque giorni prima, in Italia scoppiò il caos, soprattutto nelle file delle nostre truppe. Mentre il re e Badoglio si davano alla fuga rifugiandosi nel Sud ormai conquistato dagli anglo-americani (che erano sbarcati in Sicilia il 10 luglio provocando il crollo del regime fascista e la caduta di Mussolini, avvenuta il 25 dello stesso mese), i soldati italiani furono lasciati letteralmente allo sbando, senza ordini, senza essere chiamati alle armi contro l'invasore tedesco che nel frattempo aveva preso in mano la situazione nel Centro-Nord. Coloro che non riuscirono a fuggire al Sud rimasero alla mercé dei nazisti e furono messi di fronte ad una scelta: combattere per la Repubblica di Salò e per i tedeschi o rifiutarsi per poi essere deportati e imprigionati.
Le cifre ufficiali parlano di oltre 1 milione di militari italiani disarmati e catturati, 400 mila dei quali nelle isole greche. Solo 94 mila accettarono di combattere per i tedeschi, mentre furono 700 mila quelli che in seguito al rifiuto furono deportati in vari campi di lavoro forzato della Germania, della Polonia e dell'Austria, dove, in quanto "traditori", furono arruolati fittiziamente come lavoratori civili, in modo che non fossero loro riconosciute le forme di tutela previste dalla Convenzione di Ginevra nonché le cure della Croce Rossa. Dopo gli ebrei e le altre minoranze etniche che il nazismo perseguitò per motivi ideologici, gli Imi furono quelli che subirono il trattamento peggiore. Gli aneddoti raccontati dai superstiti fanno venire la pelle d'oca, così come alcuni episodi avvenuti nelle ex colonie (si pensi a Cefalonia o alle navi italiane affondate dai tedeschi nell'Egeo e il cui equipaggio finì in pasto agli squali).
Sorprende non poco il fatto che il sacrificio di questi soldati sia stato assai trascurato, per non dire dimenticato, dalla Storia che si studia sui libri di scuola. Già, perché con il loro rifiuto essi si immolarono letteralmente per il bene dell'Italia. Avrebbero potuto dire "sì", e con 700 mila soldati in più nelle file dei nazifascisti sarebbe stato molto più difficile, per non dire impossibile, per gli Alleati, liberare la penisola. Avrebbero potuto dire "sì" per salvare la pelle, e invece dissero "no". Ciò nonostante, nessun merito è stato loro riconosciuto per decenni, anzi, i superstiti hanno vissuto quasi con vergogna la loro condizione di sopravvissuti, perseguitati addirittura dal sospetto di essere dei disertori. Vessati e umiliati dai nazisti, dai fascisti (che si accanivano in modo particolare con questi ex commilitoni) e poi anche nel dopoguerra da molti connazionali. Loro che si erano arruolati per combattere con scarse motivazioni in una guerra in cui non credevano, al fianco di un alleato che detestavano, per poi sentir dire che i soldati italiani non sono dei veri soldati, sono dei fifoni, delle banderuole. Il danno e la beffa.
Ma è un altro l'aspetto più sconcertante di questa storia. Il destino più atroce toccò infatti agli Imi che nei lager persero la vita, circa 50 mila. Di questi padri, mariti, fratelli si perse non solo il ricordo pubblico, ma anche i familiari non ebbero più loro notizie, non seppero dove e come erano morti, se e dove erano stati seppelliti. Con una legge del 1951 lo Stato vietò il rimpatrio delle salme degli Imi caduti nei campi di concentramento, così come di quelle dei civili. Ma il peggio è che i familiari non ricevettero alcuna comunicazione circa il luogo della loro sepoltura. Gran parte di loro risultava come "disperso". Solo di recente, un artigiano veronese, Roberto Zamboni, è riuscito a fare luce sulla vicenda. Indagando, nel 1994, sul destino di un suo zio, scoprì che era sepolto da cinquant'anni in un cimitero militare della Germania. Da quel momento diede inizio ad un lungo e tenace lavoro di "scavo" negli archivi di Stato, riuscendo a individuare dove si trovavano le tombe di quasi 20 mila militari, con il luogo e la data del decesso. Negli ultimi anni alcuni di loro sono stati anche riportati a casa dai figli o dai nipoti, mentre la missione di Zamboni continua anche grazie al sito da lui aperto col nome alquanto significativo di "dimenticati di Stato".
Lui stesso ammette di non riuscire a capire i veri motivi di questo "occultamento" operato dallo Stato. Personalmente, invece, ritengo che la situazione sia abbastanza chiara. Sarebbe stato difficile per i governi post-bellici giustificare la morte nei campi di concentramento di questi soldati che di fatto furono abbandonati da coloro che presero in mano le redini della nazione dopo la caduta di Mussolini, ovvero la monarchia, Badoglio, gli stessi movimenti politici nascenti che avrebbero dato vita ai partiti repubblicani. Arruolati dal regime per combattere la "guerra parallela", dopo la caduta del duce e l'arrivo degli anglo-americani questi soldati furono lasciati in balìa del nemico per una precisa scelta strategica (a mio avviso codarda e sbagliata) di concentrare le forze in quel terzo di paese occupato dagli Alleati. Non che le stragi di partigiani e di civili siano state meno dolorose, ma almeno sono state ricordate e giustamente tramandate. E resta il fatto che i nuovi responsabili di governo (o almeno quelli che erano dalla parte giusta) lasciarono un esercito allo sbando. I familiari l'avrebbero giudicata come una colpa grave.
C'è poi un'ulteriore chiave di lettura per questa scelta dello Stato. Questi soldati erano vittime della follia nazista e quasi tutte le loro tombe si trovavano proprio in Germania. Perciò lo Stato considerò rischioso, dal punto di vista politico, comunicare alle famiglie ciò che era successo ai loro uomini partiti per la guerra e mai tornati. Era il momento della pacificazione, era il momento di dimenticare. Con buona pace di chi avrebbe voluto almeno una lapide su cui piangere il figlio morto per la patria.
POST SCRIPTUM Pubblico qui una lettera scritta dal nipote di un Imi, dal titolo "8 settembre 1943: l'armistizio, agli italiani e in particolare ai soldati, è convenuto veramente?". Sono parole toccanti che fanno riflettere. (Per leggerla basta cliccare sull'immagine e poi ingrandirla. Nel caso non si riuscisse a ingrandirla online, si consiglia di scaricarla sul proprio pc.)
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