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Castigat ridendo mores

Ecco la soluzione al mistero di Casini

L'allontanamento da Berlusconi era comprensibile, ma ora che il PdL si sta liquefacendo, perché Pierferdi continua a rimanere attaccato alle sottane della sinistra, anche a costo di allearsi con Vendola? Un vero enigma. Che finalmente è stato risolto

Da molto tempo mi pongo una domanda su una questione che per me è un vero enigma. La domanda è questa: perché Casini prima e Fini poi mollano il centrodestra e cominciano ad amoreggiare con la sinistra? Ma soprattutto, perché perseverano anche di fronte alla possibilità di raccogliere il testimone di un Berlusconi ormai quasi ritiratosi a vita privata?
 
Soprattutto Casini, sembra disposto ad andare ancora da solo o ad allearsi persino con Vendola pur di non tornare nel centrodestra.

Ed ecco allora che quando ormai non credevo più nella possibilità di risolvere l'arcano, ho ricevuto un'illuminazione folgorante, tanto che mi sono sentito come Archimede quando scoprì la legge del punto di galleggiamento dei corpi: Eureka!

La soluzione era lì da anni, davanti ai miei occhi, di una semplicità elementare, quasi ovvia. L'illuminazione è arrivata quando ho saputo di un'inchiesta dell'Espresso in cui si "rivela" che la famosa casa di Montecarlo donata da una nobildonna ad Alleanza Nazionale e di cui il cognato di Fini si sarebbe appropriato, è stata acquistata proprio da Giancarlo Tulliani, il cognato appunto, il che ha confermato quanto già si sapeva, ma che non aveva comportato nessuna conseguenza rilevante, né penale né politica, per l’ex leader di An. Quindi mi sono detto: la sinistra non corteggia più Fini, anzi questa inchiesta dell’Espresso sancisce ufficialmente che Fini ai rossi non serve più. Niente più trattamenti giornalistici particolari per lui, e forse ora arriveranno anche nuove grane giudiziarie.

Cosa c’entra Casini? Beh, a questo punto non bisogna essere dei geni per capire che, quanto più sta lontano da Berlusconi e in generale dal centrodestra, tanto più Pierferdi sarà al riparo da eventuali inchieste giornalistiche e giudiziarie, che in Italia si sa, molto spesso, sono un po’ la stessa cosa. Per quanto Casini sia conosciuto come uomo di specchiata moralità, alla luce dei precedenti nella sua area politica la prudenza non è mai troppa.
Eureka!


Sulla scuola Profumo molto peggio della Gelmini. Ma nessuno lo sa

Non bastasse il concorso per "quattro gatti" dal sapore vagamente elettorale, ora la proposta di aumentare le ore di lezione da 18 a 24 potrebbe tagliare le gambe a chi ha investito sull'abilitazione. E intanto i precari, al momento, non hanno neanche diritto alle ferie!

Per chi non se ne fosse accorto, sulla scuola si è avuta la conferma di quanto a destra siano politicamente dei polli. E' da sempre, infatti, un classico della destra italiana (quella vera e propria come quella democristiana) sbattere in faccia ai cittadini soluzioni drastiche per risolvere problemi atavici, senza giri di parole e senza leggine fatte nottetempo in barba a quanto promesso di giorno. Questione di cultura, di mentalità, forse anche di dilettantismo politico.
Così, se non fosse per le timide proteste di ieri contro il concorso e contro qualche generico taglio, il ministro Profumo passerebbe quasi per il salvatore della scuola, e con lui ovviamente il governo di cui è membro. Tutto l'opposto, insomma, della scandalosa Gelmini, la famigerata ministra dell'Istruzione dell'ultimo governo Berlusconi, colpevole di aver fatto piombare la scuola (o meglio, il personale, perché la scuola ormai sono gli insegnanti, dei problemi degli alunni non gliene frega niente a nessuno) nella catastrofe.
Veniamo al punto. Partiamo dal concorso, una delle prese in giro più colossali che si ricordino, una vera barzelletta. Un concorso nella scuola per 11 mila e 800 persone non si era mai sentito prima. E' stato rappresentato come la porta del paradiso per tutti i giovani e meno giovani che aspirano ad avere un posto di insegnante. Ma d'altra parte pochi sanno che 10 mila posti è il contingente che mediamente entra in ruolo ogni anno attraverso le graduatorie. Intanto nell'opinione pubblica è passata comunque l'idea di un governo che finalmente apre le porte della scuola a nuovi, giovani insegnanti. Addio precariato!
In realtà, basterebbe guardare i posti disponibili per ogni singola classe di concorso nelle varie regioni, per capire che ci troviamo di fronte al più classico dei casi di fumo negli occhi finalizzato a strappare qualche voto in più. Fa eccezione solo la scuola primaria, dove in effetti i posti messi a concorso sono numerosi. Qualcuno obietterà che il ministro ha annunciato che i concorsi verrano banditi con cadenza biennale o triennale, il che vuol dire che d'ora in avanti i nuovi insegnanti saranno reclutati per metà attraverso concorsi e i restanti dalle graduatorie di merito. Fantastico! Però: a) per un'opportunità in più che viene offerta a chi senza concorso non avrebbe mai un lavoro a tempo indeterminato, se ne toglie una a chi è in graduatoria da anni, in attesa di quel posto; b) non è molto meritocratico mettere sullo stesso piano aspiranti con esperienza nella scuola anche decennale o pluridecennale, e aspiranti con pochi o senza nessun giorno di insegnamento; c) ben sapendo che un conto sono le promesse, un altro i fatti, siamo sicuri che questo concorsino non sia, oltre che il primo dopo tanti anni, anche l'ultimo?
Capitolo tirocinio, meglio conosciuto come Tfa. Duole il cuore dare questa triste notizia a tanti giovani che coltivano la speranza di insegnare, anche solo come precari, una volta conseguito questo titolo abilitante per il quale stanno concorrendo. La notizia è questa: in una bozza di legge che dovrebbe essere presentata prossimamente in Consiglio dei Ministri, è previsto che il carico settimanale di ore di lezione, per gli insegnanti delle medie e delle superiori, passi da 18 a 24. Gli obiettivi di un tale provvedimento sarebbero due: il primo è quello di far coprire agli insegnanti anche i famosi "spezzoni" che inevitabilmente "avanzano" proprio a causa del fatto che nessuno di loro (tranne casi eccezionali) può avere più di 18 ore settimanali di lezione; il secondo è quello di effettuare in modo più economico, cioè senza spese aggiuntive per la scuola e per il ministero, le sostituzioni per malattie e/o ferie.
Premesso che chi scrive è da sempre fautore di una soluzione del genere, anche contro i propri interessi, perché la ritiene giusta e sacrosanta, sorge però un gigantesco interrogativo: se tutti i docenti svolgeranno 6 ore settimanali in più di lezione, che ne sarà di quelli che aspettano proprio le malattie o gli spezzoni per avere un incarico? Risposta logica: non avranno nessun incarico, in pratica si attaccano al famoso tram. Meraviglioso! Ma allora perché illuderli con il tirocinio formativo abilitante, presentato anche questo come la porta del paradiso? E che nessuno venga a dire che il Tfa lo aveva previsto la Gelmini, altrimenti una risata in faccia non gliela leva nessuno. Da quando seguo la politica, ricordo più provvedimenti cancellati (perché attuati dal governo precedente) che provvedimenti nuovi. Per cui evitiamo di prenderci in giro tra di noi. La speranza è che la bozza rimanga tale (come successo tantissime volte in passato), il che scongiurerebbe le conseguenze che vengono illustrate in questo articolo pubblicato sul sito orrizzontescuola.it.
Concludiamo con una chicca. In queste prime settimane di scuola molti insegnanti precari hanno fatto una scoperta agghiacciante: in pratica, ai malcapitati, non spetta nessun giorno di ferie retribuite. Voi direte: ma una cosa del genere ci riporta alla Sicilia di Verga, a Rosso Malpelo o ai Malavoglia! E invece no: succede anche nell'Italia del 2012, quella schiava del debito pubblico e delle Manovre finanziarie imposte dall'Unione Europea. Questa estate era stato reso noto che da quest'anno, agli insegnanti come a tutti gli altri dipendenti pubblici che avevano questo privilegio, non sarebbero state retribuite le ferie non godute. La cosa, per quanto assurda per i docenti (i quali, per ovvi motivi, non possono usufruire di tutti e 29 i canonici giorni di ferie annuali), era passata come un sacrificio da fare sull'altare della crisi. 
Senonché ora è saltato fuori che in realtà gli insegnanti non possono chiedere nessun giorno di ferie durante l'anno (se non, ovviamente, per motivi quali lutti, matrimoni etc.), perché non verrà loro retribuito. I docenti di ruolo sfrutteranno il monte ferie nei mesi estivi, mentre quelli con contratto in scadenza il 30 giugno o al termine delle attività didattiche si attaccheranno (ci risiamo) al famoso tram di cui sopra. Il tutto perché l'intenzione del governo è quella di ridurre al minimo, se non a zero, tutte le spese legate alle ferie, non solo quindi quelle non godute, ma anche quelle chieste ed eventualmente ottenute. In realtà la cosa, oltre che paradossale, è anche assai pasticciata e forse impraticabile, per cui se ne vedranno ancora delle belle. La speranza dei precari (i quali in questo caso possono attribuire al ministro solo la complicità di un provvedimento che in realtà riguarda la Funzione pubblica) è che la proverbiale capacità dei sindacati di buttarla in caciara abbia successo, tanto più che siamo ormai in piena campagna elettorale.
Morale della favola, la scuola con i Monti boys è passata dalla padella alla brace, per quanto i giornali amici dei banchieri e i tg Rai si sforzino (invano) di farci credere l'esatto contrario. E cioè che la scuola sia passata, non già dalla brace alla padella, ma dalla tragica parentesi Gelmini alle irripetibili opportunità offerte a tutti dal governo Monti e dal ministro Profumo. A noi persone di buon senso, intanto, non resta che aspettare il tanto sospirato giorno in cui, nel discutere di scuola, l'oggetto principale del discorso saranno gli alunni, e non sempre gli insegnanti.           

Le tante manine segrete che spinsero Mani Pulite

L'inchiesta milanese prese l'avvio nell'Italia post Guerra Fredda, piena di personaggi e fatti oscuri. Tra cimici, furti, spiate e un'infinità di gialli


(Da due articoli pubblicati su Libero da Filippo Facci). "Mani pulite fu la classica palla di neve che rotolò lungo il pendio della Repubblica e s’ingigantì: si tratta di capire quale e quanta neve abbia caricato. Antonio Di Pietro era senz’altro un personaggio ambiguo e chiacchierato, sino all’inizio del 1992: negli anni Ottanta aveva lavorato per un’intelligence antiterrorismo legata a Carlo Alberto Dalla Chiesa (l’ex magistrato sul punto è ancor oggi reticente) e non si è mai capito come mai, nel 1984, pur risultando un magistrato, partì per i tropici e stese un rapporto sul ricercato internazionale Francesco Pazienza: informazioni che poi giunsero al Sismi e fecero scattare altre azioni del Sismi: tanto che l’informativa di Di Pietro, nella sentenza del processo sul Banco Ambrosiano, venne definita «irrituale» dal giudice.
Altre polemiche forse fuorvianti, si ricorderà, fioccarono quando spuntarono delle fotografie in cui Di Pietro figurava a cena col funzionario del Sisde Bruno Contrada (poco prima che l’arrestassero: siamo alla fine del 1992) in presenza anche di un responsabile della Kroll Secret Service, la più grande agenzia d’investigazione d’affari del mondo, la cosiddetta «Cia di Wall Strett». Ora, e ancora, queste testimonianze dell’ex ambasciatore Usa Reginald Bartholomew che ha lasciato intravedere un certo attivismo del suo omologo Peter Secchia attraverso il braccio del console di Milano Peter Semler, come raccontato da Maurizio Molinari su La Stampa. Da qui l’immagine di un Di Pietro che cerca di accreditarsi in ambasciata (e che chiacchiera e preannuncia) e che lascia intravedere concorsi della Cia circa la genesi di Mani pulite: un quadro che resta improbabile.          
Vero è che Di Pietro era un ambizioso chiacchierone che cercava di accreditarsi dappertutto: anche a Bergamo, in precedenza, era finito nei guai perché durante un dopocena si vantò pubblicamente del prossimo arresto di due importanti avvocati che aveva già indagato e messo sotto intercettazione telefonica: si chiamavano Aldo Algani ed Ernesto Tucci, e a Bergamo, da qualche parte, c’è ancora il fascicolo, si suppone archiviato.
Vero è, ancora, che Di Pietro fece qualche viaggio americano all’inizio di Mani pulite: ma non fu un segreto e le foto del soggiorno, all’epoca, furono pubblicate anche dal settimanale Epoca: si vedono e lui e Nando Dalla Chiesa che sbirciano il menù di un fast food.
Ma soprattutto resta vero, a due anni dalla caduta del muro di Berlino, che l’Italia stava diventando un casino vero ed era un crocevia di riequilibri e impazzimenti tra est e ovest. Tutti scenari internazionali che indubbiamente, più che dare origine all’inchiesta Mani Pulite, non ne impedirono la nascita come in passato sarebbe probabilmente accaduto. Certo, una forza di controllo come la Cia poteva limitarsi a sorvegliare e consigliare, e l’ipotesi che possa aver favorito ben altro - soffiate, indicazioni di conti esteri, dritte su nascondigli e latitanze - per ora restano congetture e altro non si può dire.
La neve che s’attaccò alla palla, da principio, era fatta di un po’ di tutto, un nevischio prettamente milanese e fatto di andreottismi forcaioli in salsa meneghina, di anatemi curial-politici cari alla buonanima del cardinal Martini, del fuoco purificatore dei circoli tipo Società civile (frequentati da vari magistrati) e senza contare la Lega di Bossi.
Il che non toglie che l’inchiesta Mani pulite, intesa come procedimento contro Chiesa Mario, nacque in realtà non il fatidico 17 febbraio 1992, ma nel settembre 1991: ecco perché è stra-possibile che Di Pietro ne abbia ampiamente parlato a Peter Sempler ben prima appunto del febbraio 1992, circostanza che Di Pietro ha negato. Lo dimostra il fatto che la prima richiesta di proroga (senza la quale un’indagine, dopo sei mesi, dovrebbe essere chiusa) fu infatti del marzo 1992.
Il che non toglie, a sua volta, che nessun’ambasciata del mondo si sarebbe affidata a uno come Di Pietro. Come visto, era anche meno di un magistrato come un altro: era quantomeno chiacchierato e la sua vicinanza agli ambienti socialisti era nota. Il 2 dicembre 1991, quando l’intero corpo dei magistrati scioperò contro i pronunciamenti del capo dello Stato Francesco Cossiga, non meravigliò che tra gli otto che non aderirono ci fosse appunto anche Di Pietro, magistrato che l’Avanti! mandò immediatamente a intervistare in quanto – dissero al cronista, lo scrivente – «è amico nostro».
Su Libero abbiamo già raccontato di come i capi della Procura oltretutto fossero orientati senza tentennamenti a chiudere l’inchiesta chiedendo la direttissima: altro che abbattere la prima Repubblica. Le elezioni del 5 aprile 1992 - dopo le quali i magistrati si sentirono le mani più libere, come hanno ammesso - dovevano ancora deflagrare. Poi però lo fecero, e qualcosa accadde: anzi, aveva già cominciato ad accadere indipendentemente dall’inchiesta. Manine invisibili, servizi segreti deviati o meno, agenzie internazionali, la Cia, quello che volete: resta che il nostro Paese più di altri, dopo la fine della Guerra Fredda, era un porto di mare. Tra il 1989 e il 1996 accade di tutto."
 
Cimici, furti, spiate e bombe: quanti gialli nell'era del pool
 
"Nei primi anni di Mani pulite una trentina di case, uffici e studi vengono «visitati» non si sa da chi. Tra questi quelli dei parlamentari Arnaldo Forlani, Giorgio Postal (sottosegretario ai Servizi di sicurezza), Calogero Pumilia, Riccardo Misasi, Calogero Mannino, Guido Carli (a quest’ultimo rubano la chiave del suo studio privato al ministero del Tesoro), Gianni De Michelis, Carmelo Conte, Rino Formica, Margherita Boniver (nei giorni in cui presentava una relazione sul caso Moro), Carlo Vizzini, Alfredo Biondi, Giorgio Pisanò, Silvia Costa, Gianfranco Macis (della Commissione stragi, sostenne che cercassero alcuni documenti) e Giovanni Galloni (vicepresidente del Csm).
Il 9 gennaio 1991 Vincenzo Parisi, ascoltato dalla Commissione stragi, afferma che «vorrebbero fare dell’Italia una terra di nessuno». I Servizi segreti? «Escludo quelli di casa nostra». Il 19 giugno 1991, giorno in cui si apprende del trasferimento a Roma di Giovanni Falcone, viene visitato l’ufficio del ministro della Giustizia Claudio Martelli. Il 19 marzo 1992 viene visitato l’ufficio romano del ministro dell’Interno Vincenzo Scotti. Il 20 marzo 1992 viene visitato l’ufficio del sottosegretario alla Difesa Clemente Mastella. Nello stesso giorno viene visitato il monolocale del giornalista Michele Santoro.
Il 16 marzo 1992 l’agenzia Ansa trasmette d’intesa la notizia di una circolare del capo della polizia Vincenzo Parisi in cui si allertano i prefetti contro un fantomatico piano mirante a destabilizzare le istituzioni. «In tale ottica», spiega Parisi, «potrebbero inquadrarsi l’intrusione notturna negli archivi della Commissione parlamentare sul caso Bnl-Atlanta e la serie di furti e avvertimenti a danno di periti, consulenti, difensori, giornalisti, ufficiali di polizia giudiziaria connessi all’inchiesta condotta dal giudice Rosario Priore sul caso Ustica».
Dal giugno 1992 in poi circolò una quantità incredibile di verbali falsi, «veline» e dossier anonimi. Tra il 5 e il 6 luglio 1992, ignoti s’introducono nell’ufficio milanese di Bettino Craxi di piazza Duomo. Due porte blindate vengono superate senza scasso ma non viene asportato nulla. L’inquilina della porta accanto (peraltro, in quel periodo, intervistata da Piero Chiambretti), uscita nottetempo in pianerottolo per via di alcuni trambusti notturni, raccontò di essere stata così tranquillizzata: «Non si preoccupi, Pubblica sicurezza». Episodio analogo due giorni dopo al Club Turati di via Brera 18, dove Vittorio Craxi, figlio di Bettino, aveva un ufficio. Identiche modalità di scasso nell’ufficio di un’associazione di cui era presidente Anna Craxi. Visite notturne sono state denunciate anche da un legale di Craxi, Enzo Lo Giudice, e dall’ex segretaria Enza Tommaselli.
Il 5 febbraio 1993 una telefonata annuncia una bomba nell’ufficio romano di Stefania Craxi e Marco Bassetti. La Digos, intervenuta, non trova bombe ma, nell’appartamento adiacente, rinviene un calco della serratura dell’ufficio. Negli stessi giorni il deputato Dc Bruno Tabacci denuncia il ritrovamento di una microspia nella tasca laterale della sua automobile.
Nel marzo 1993 un inconoscibile personaggio offriva materiale (fotocopie di assegni della Cassa di Risparmio di Torino, tabulati, verbali di protesto) allo scopo di dimostrare che Giuseppe Davigo, padre di Piercamillo, avesse emesso assegni a vuoto per decine di milioni nel corso del 1992.
Il 16 aprile 1993 l’avvocato Giuseppe Lucibello scopre una microspia lungo il cavo telefonico del suo ufficio. Il 27 luglio 1993 bombe a Milano e a Roma. Ventidue minuti dopo la mezzanotte, Palazzo Chigi rimane telefonicamente isolato fino alle tre.
Nel dicembre 1993 e nel gennaio 1994 vengono visitati gli appartamenti romani di due deputati leghisti. L’onorevole Publio Fiori trova una «cimice» nella cornetta del telefono e un’altra viene trovata più tardi dai tecnici intervenuti per la bonifica.
Il 27 e 28 aprile 1995 vengono visitate le congregazioni di Piazza Pio XII e l’ufficio dell’arcivescovo argentino Jorge Mejia. Spariscono vari fascicoli riservati. Nell’agosto 1995 viene devastata e semidistrutta persino l’abitazione dello scrivente, come regolarmente denunciato. Vengono asportati alcuni documenti d’archivio. In un’altra visita del primo ottobre vengono asportati alcuni floppy-disk.
L’11 e 12 novembre 1995 vengono visitati gli uffici del dicastero del cardinale Joseph Ratzinger e messi a soqquadro. Vengono inoltre saccheggiati i cassetti del sottosegretario alla Congregazione monsignor Joseph Zlathansky (contenevano dossier in copia unica sulle carriere degli ecclesiastici). Il 29 novembre 1995 viene visitato l’appartamento del parlamentare Giuseppe Tatarella.
Il 4 febbraio 1996 viene visitato l’appartamento di Marco Pannella. Nello stesso periodo vengono visitati gli uffici di Willer Bordon e Clemente Mastella. Nel febbraio 1996 si apprende che erano stati intercettati per clonazione oltre duecento telefoni cellulari di politici, manager, giudici e giornalisti. Tra questi: i parlamentari Gianni Letta e Adolfo Urso, l’ex questore Achille Serra, alcuni dirigenti del Pds, della Rai, del Centro nazionale ricerca, della Consob, il giudice Michele Coiro, un generale della guardia di finanza e uno dei carabinieri, sette cronisti di La Repubblica e due dell’Ansa.
Il 21 marzo 1996 nell’appartamento del parlamentare Cosimo Ventucci irrompono quattro uomini vestiti come poliziotti. Lo immobilizzano, maltrattano la moglie e la figlia e spariscono senza asportare nulla. Il 6 luglio 1996 viene visitato l’appartamento del parlamentare Roberto Maroni."


Cambiamento radicale del sistema politico. O sarà astensione di massa

Chi crede di farci votare con questo sistema elettorale e con l’attuale distribuzione dei poteri si sbaglia di grosso. Dalla legge elettorale all’architettura istituzionale, ecco cosa si potrebbe fare affinché le prossime elezioni non siano l’ennesima presa in giro

Al di là delle dichiarazioni di principio circa l’importanza di andare a votare per esercitare un diritto fondamentale, devo dire in tutta franchezza che se si dovesse votare domani mi sentirei un emerito stupido al momento di entrare nella cabina elettorale. E non tanto per quella diffusa sensazione di nausea verso la classe politica e per la sua incapacità di governare il paese, che di per sé sarebbe già un valido motivo; mi sentirei uno stupido, semmai, perché ancora una volta approverei un sistema di voto e di governo che è la causa principale di quella incapacità. In parole povere, mi recherei al seggio elettorale sapendo già in anticipo che la nuova legislatura si rivelerebbe, ancora una volta, un sostanziale fallimento politico.

UNA PRESA IN GIRO
Ergo, risparmiamoci le solite frasi retoriche sul diritto di voto che in democrazia è anche un dovere morale, eccetera eccetera, perché a fare i tromboni ci pensano già i politici, quindi evitiamo almeno di scimmiottarli. Oltretutto è evidente a tutti che si può andare a votare anche dieci volte all’anno, ma ciò nonostante la democrazia è letteralmente in balia delle banche che prosperano sui debiti pubblici, dei kapò dell’euro e dei loro adepti, alcuni dei quali sono noti primi ministri di importanti paesi.
La democrazia appunto. Che negli ultimi sei mesi, in Italia, ha raggiunto forse il punto più basso, tanto che ormai possiamo considerarci, senza esagerazione, un paese a sovranità limitata. Qui finisce la lunga premessa e passiamo alle idee, alle proposte che forse potrebbero far cambiare proposito a tutti coloro (e c’è da giurarci, sono tantissimi) i quali oggi come oggi, se dovessero seguire l’istinto (guai a demonizzare l’istinto), userebbero volentieri la scheda elettorale al posto della carta igienica. 
Votare in queste condizioni, fra meno di un anno, sarebbe un insulto all’intelligenza degli Italiani. In primo luogo perché l’attuale sistema elettorale è quanto di peggio si possa concepire in fatto di rappresentanza dei cittadini. In secondo luogo perché l’attuale distribuzione dei poteri tra gli organi dello Stato, concepita nell’immediato dopoguerra quando l’Italia era appena uscita da una dittatura ventennale, oggi è la causa di gran lunga principale della mancanza di governabilità, come spiegato più volte in questo blog, e come dimostra soprattutto la durata media dei governi (circa un anno) nella storia della repubblica: una roba che non esiste in nessuna, e sottolineo nessuna, democrazia del pianeta.

NUOVO PARLAMENTO
Può la nostra democrazia ritrovare un briciolo di credibilità? Può farlo, certo, ma a condizione che aggiorni se stessa, se non vuole che decadano anche i principi sui quali è fondata. Bisognerebbe, innanzitutto, ridurre il numero dei parlamentari ed eliminare il bicameralismo perfetto, con l’elezione di una sola Camera (composta da non più di 400 o 420 membri) affiancata da un’altra assemblea che rappresenti le autonomie regionali (circa 150 delegati delle Regioni).

NUOVA LEGGE ELETTORALE
A questo punto, sarebbe quanto mai opportuno tornare al sistema maggioritario uninominale, come i cittadini italiani indicarono inequivocabilmente nel referendum più drammatico della nostra storia recente, quello del 1993 promosso da Mario Segni. Il sistema di voto potrebbe essere elaborato come una via di mezzo tra quello francese parlamentare e quello inglese, ovvero come nella seguente ipotesi:
a) divisione del paese in 330 collegi, in ognuno dei quali viene eletto alla Camera un solo deputato;
b) i candidati devono essere espressione non di una coalizione, ma di un singolo partito. È da ricordare che, come tutti gli esperti dimostrano, nel maggioritario uninominale l’elettorato si orienta naturalmente verso i grandi partiti (il cosiddetto voto utile) i quali finiscono così per ottenere percentuali di voto che non otterrebbero con altri sistemi. Fra i partiti minori, invece, gli unici ad essere favoriti dall’uninominale puro sono quelli con forte radicamento territoriale;
c) una possibile distorsione di tale sistema è l’eventualità – verificatasi alcune volte in Inghilterra – che un partito abbia il maggior numero di preferenze a livello nazionale sui propri candidati (sommando i voti dei collegi in cui ha vinto e quelli dei collegi in cui ha perso), ma non il maggior numero dei seggi, cioè dei collegi in cui ha prevalso il proprio candidato, che poi è il dato che conta per la vittoria a livello nazionale. Per mettere una pezza a questo problema si potrebbe adottare il sistema francese del doppio turno, ovvero prevedere che il seggio venga assegnato al primo turno solo al candidato che ottiene almeno il 35 o il 40% dei voti (in Francia, nelle elezioni parlamentari, è il 25%); in caso contrario vanno al ballottaggio i primi due candidati;
d) un'altra possibile situazione paradossale potrebbe verificarsi qualora un partito, pur ottenendo un numero abbastanza alto di preferenze a livello nazionale (ad esempio, il 12%), non riuscisse a vincere neppure in un collegio, rimanendo così fuori dal Parlamento. È successo, negli anni ’90, ancora in Inghilterra, al Partito Liberale, che rimase fuori dalla Camera dei Comuni pur avendo ottenuto il 18 per cento nazionale sommando i voti dei suoi candidati nei vari collegi. Una soluzione tampone sarebbe quella di far andare al ballottaggio, nei collegi in cui nessun candidato ha raggiunto il 40%, anche il candidato arrivato terzo, a patto però che abbia raggiunto una certa percentuale di voti, ad esempio il 10 o il 12%;
e) per garantire a chi vince una maggioranza solida, al partito che prevale con i propri candidati nel maggior numero dei collegi viene assegnato un premio di maggioranza di 90 deputati, scelti tra i propri migliori non eletti al primo turno. Un’ipotesi, quindi, potrebbe essere la seguente: partito A vince le elezioni perché ottiene, tra primo e secondo turno, 130 seggi su 330, ai quali si aggiungono i 90 del premio di maggioranza per un totale di 220 seggi su 420, una maggioranza più che sufficiente per governare in un sistema quasi monocamerale, tanto più che non sono esclusi accordi parlamentari successivi con altre forze politiche.

PIU’ POTERI AL GOVERNO E NORME ANTI-RIBALTONE
Il secondo passaggio fondamentale riguarderebbe invece l’architettura istituzionale degli organi politici. In questo senso, bisognerebbe finalmente rafforzare le funzioni del premier (il quale potrebbe essere il leader del partito vincitore), a cominciare dal potere di nomina e di revoca dei ministri. In generale, occorre rivedere l’equilibrio tra il capo dello Stato e il capo dell’esecutivo (che nel nostro ordinamento attuale, in realtà, non è un capo ma un primus inter pares, dal momento che ha solo il potere di coordinare l’attività dei ministri) modellandolo sull’esempio del premierato inglese e del cancellierato tedesco. Infine, per garantire stabilità al governo e continuità alla sua azione, bisognerà istituire delle norme anti-ribaltone, prendendo spunto dalla “sfiducia costruttiva” in vigore in Germania. In pratica, la mozione di sfiducia contro il premier o contro l’esecutivo può essere legittima solo a due condizioni: deve essere proposta da un adeguato numero di parlamentari della maggioranza (almeno 30) e deve prevedere l’indicazione obbligatoria di un nuovo premier e dei componenti di un nuovo esecutivo, cosa non facile da mettere in pratica perché richiede un accordo di ampio respiro tra i promotori della sfiducia.
Si tratta, naturalmente, di ipotesi e di proposte. Quello che interessa realmente è che si guariscano i mali cronici della politica repubblicana: il diritto dei cittadini di vedere il loro voto adeguatamente rappresentato, nonché la stabilità del governo, al quale devono essere finalmente assegnati poteri idonei per attuare il programma, come avviene del resto in tutte le democrazie (sicuramente più che in Italia), senza essere continuamente sottoposto ai ricatti dei partitini e dei voltagabbana, con le conseguenze catastrofiche alle quali in 64 anni di repubblica abbiamo fatto mestamente l’abitudine.
Rendere dunque più credibile il sistema politico, questo è ciò che va fatto prima ancora dei provvedimenti economici; altrimenti nessuno si dovrà meravigliare se si registrerà un’astensione di massa. Anche quest’ultima, peraltro, è un diritto legittimo come quello di voto. E non è detto inoltre che possa essere meno utile. Sarebbe interessante, in effetti, verificare le reazioni della nostra classe dirigente di fronte ad un’astensione senza precedenti. Probabilmente avrebbero la faccia tosta di dare avvio comunque alla legislatura. Ma in quel caso resterebbe ai cittadini un’altra forma di protesta, più devastante e forse più legittima dell’astensione: quella fiscale. L’importante, in ogni caso, è svegliarsi dal torpore senza lasciarsi travolgere dagli eventi. E dai tromboni.

Fuori dall'euro subito, a meno che...

Presto o tardi anche l'Italia, al pari della Grecia, sarà fuori dall'eurozona. I sacrifici non sono bastati, tanto vale tornare alla lira subito, anziché farci spennare per niente. Una terza via? Esiste, ma ci vorrebbe una rivoluzione

Meglio tornare alle vecchie lire subito, piuttosto che farlo dopo manovre sanguinose ed inutili. All'idea di un'Italia fuori dall'eurozona occorrerà abituarsi, perché fra qualche anno la sorte del nostro Paese sarà identica a quella toccata alla Grecia, la quale nel giro di massimo 12 mesi tornerà alla dracma.
Conosciamo le obiezioni: uscire dall'euro significherebbe avere, almeno nel primo anno, un'inflazione a due cifre; comporterebbe una fuga di capitali all'estero senza precedenti (come già sta accadendo in Grecia, dove il governo provvisorio ha deciso di piazzare i militari davanti alle banche e di fissare un limite ai prelievi giornalieri); aumenterebbe il peso relativo degli interessi del nostro debito pubblico; persino le esportazioni, che in teoria dovrebbero trarre enormi benefici da un ritorno alla lira, potrebbero essere penalizzate da eventuali dazi che i Paesi-euro imporrebbero per arginare l'ingresso nei loro mercati dei prodotti italiani, i quali altrimenti farebbero manbassa.
Ma pur riconoscendo l'ovvietà che un ritorno alla vecchia moneta metterebbe in ginocchio la nostra economia, almeno nei primi anni, qualcuno può spiegarci allora a cosa sono serviti in Grecia i licenziamenti dei dipendenti pubblici, le tasse, i tagli, gli enormi sacrifici, se poi questo Paese ha dovuto comunque dichiarare il default? Forse ci si illude che la situazione dell'Italia sia diversa, ma proprio qui sta l'errore.
COME LA GRECIA  Di certo l'Italia ha un tessuto produttivo molto più solido della Grecia, come anche della Spagna, del Portogallo e dell'Irlanda. Può vantare una ricchezza complessiva più elevata e un andamento del bilancio statale molto più regolare. Ma i parametri richiesti per rimanere nell'euro non è in grado comunque di rispettarli, semplicemente perché è impossibile farlo. Impossibile abbassare il rapporto debito/pil dall'attuale 121 per cento fino al 60, tanto più che per fine 2012 il governo stesso ha previsto un rialzo fino al 123 per cento, e questo nonostante le manovre lacrime e sangue. Impossibile finanziare il nostro debito pubblico sperando che il mercato ne acquisti una grossa parte, se è vero come è vero che la vendita dei titoli di Stato continua inesorabilmente a calare (in questo siamo in ottima compagnia). Impossibile, infine, trovare soluzioni di politica economica e fiscale utili a rimettere in sesto i bilanci pubblici, perché il fondo del barile è stato già raschiato, e se non è cosi ci manca poco.
Alla luce di tutto ciò, non si capisce a che pro noi dovremmo continuare ad essere martellati a colpi di tasse, di balzelli e di tagli indiscriminati (perché questo avverrà anche nei prossimi anni, mettetevi l'anima in pace), per poi essere costretti ad uscire dall'eurozona lo stesso. Tanto vale, quindi, uscire subito, anziché farci spennare per niente. Delle conseguenze più o meno catastrofiche abbiamo già detto, ma tanto quelle le subiremo in ogni caso (per i possibili scenari del dopo-euro, non necessariamente negativi, vi rimandiamo a questo vecchio articolo-->Ritorno alla lira: cosa accadrebbe?).
Il ritorno alla vecchia moneta, per la verità, si potrebbe anche evitare, a patto però che si verifichi almeno una delle due seguenti condizioni. Giudicherete da soli, poi, quanto queste due speranze possano essere realistiche.
PER SALVARE L'EURO 1) La Germania accetta l'idea che i Paesi mettano in comune i debiti, in modo da superare il paradosso in base al quale la moneta è unica, ma i debiti sono sovrani. A questo punto non verrebbero più emessi titoli dei debiti pubblici nazionali con rendimenti diversi, ma titoli del debito pubblico europeo, emessi dalla Banca centrale europea, la quale finalmente comincerebbe a funzionare come una vera banca centrale, con la possibilità, tra le altre cose, di svalutare la moneta per rimettere in moto l'economia. Gli stessi aiuti alle banche in difficoltà non sarebbero forniti da un organo virtuale come il cosiddetto "eurosistema", ovvero dall'insieme dei fondi occasionali delle singole banche nazionali o dalle banche nazionali in proprio (come ha fatto la Germania, e in misura minore l'Italia con i "Tremonti bond"), ma dalla Bce, ovviamente fornita di riserve stabili e adeguate, con dei bond europei. 
Sembrerebbe uno scenario plausibile, ma in realtà è molto difficile che ciò avvenga. Non c'entra la Merkel, come tutti pensano. C'entra invece il fatto che la Germania è il paese che più si è avvantaggiato dalla crisi dell'eurozona, soprattutto perché, avendo un'economia più in salute, i suoi prodotti hanno potuto sbaragliare tutta la concorrenza, Italia in primis.
I tedeschi preferirebbero, semmai, fare un nuovo Euro del Nord, più forte di quello attuale, che invece resterebbe in corso nell'Europa del Mediterraneo. E proprio in questo senso si stanno muovendo da tempo.
O PER SALVARE L'ITALIA 2) Avviene qualcosa a metà strada tra il rivoluzionario e il miracoloso. I governi italiani capiscono che l'unico modo per risollevare l'economia ed uscire dal pantano del debito è quello di far ripartire in quinta la produttività del Paese. Come? Nell'unica maniera possibile, ovvero con un abbassamento drastico della pressione fiscale, in stile governi Reagan e Tatcher. All'inizio, probabilmente, le entrate fiscali diminuirebbero, ma con una pressione fiscale più giusta, di sicuro diminuirebbe anche l'evasione. E in ogni caso, una volta rilanciata l'economia riducendo sensibilmente il peso delle tasse che grava sulle spalle di imprese e consumatori, gli introiti fiscali tornerebbero sicuramente a salire, probabilmente a livelli mai visti prima e tali non solo da mantenere almeno inalterato il livello dei servizi pubblici fondamentali, ma anche da poter avviare una seria modernizzazione delle infrastrutture. Ovviamente, per poter imprimere questa svolta, all'inizio sarebbe necessario tagliare gli sprechi pubblici a tutti i livelli. Ma tagliarli sul serio. Sto pensando la stessa cosa a cui state pensando voi: ipotesi decisamente NON REALISTICA.                     

L'Italia dei "no" condannata al sottosviluppo

Sono 331 le infrastrutture arenate da Nord a Sud a causa delle barricate ambientaliste. Allucinante il dato sugli impianti che sfruttano fonti rinnovabili: il 62 per cento dei progetti è bloccato

Un Paese fermo. In tutti i sensi. La protesta dei "No Tav" in Val di Susa ha fatto riemergere un problema drammatico dell'Italia del terzo millennio, ovvero il dilagare della sindrome Nimby, acronimo dell'espressione inglese "Not in my back yard", "no nel mio cortile".
In Italia, il fenomeno dell'opposizione alla realizzazione di infrastrutture pubbliche, considerate dalle popolazioni locali invasive sul piano paesaggistico e ambientale, è determinato da cause di varia natura, e ha raggiunto dimensioni imponenti a partire dagli anni '90, ossia quando, in seguito alla progressiva concessione di maggiori competenze amministrative alle autonomie locali (poi sancita dalla riforma costituzionale del 2001), l'Italia è diventata un Paese dalla barricata facile.
Tante le ragioni, dicevamo: a) l'impresentabile riforma del 2001, che ha assegnato alle Regioni competenze su ambiti d'intervento che dovrebbero essere in capo esclusivamente allo Stato (vedi politiche energetiche, turismo e reti nazionali di trasporto); b) errori marchiani nella progettazione di alcune opere (un'esigua minoranza), la cui realizzazione sarebbe effettivamente uno scempio ambientale; c) la fame di visibilità di alcuni amministratori locali e, più ancora, di molta gente che vivacchia nell'anticamera della politica che conta, e che perciò cerca nei movimenti ecologisti un veicolo attraverso cui farsi notare; d) l'ambientalismo dilagante, utilizzato da certa sinistra come surrogato dell'ostilità contro la proprietà privatà; e) l'ignoranza a causa della quale molti cittadini in buona fede si "bevono" quelle che spesso sono delle stupidaggini prive di basi tecniche e scientifiche, e che quando sembrano averle - ci riferiamo alle motivazioni di tantissime proteste - è perché sono inventate di sana pianta.
Queste le cause. Ma il problema più grosso sono le conseguenze. L'Italia, infatti, è ormai diventata un Paese in cui non si realizza niente: infrastrutture ferroviarie e stradali, impianti idrici ed energetici, impianti di smaltimento o riutilizzo dei rifiuti. Secondo l'osservatorio nazionale Nimby forum, sono 331 le opere pubbliche bloccate in tutto il territorio nazionale a causa delle proteste dei cittadini del posto. Un dato impressionante.
Osservando la mappa degli impianti contestati fornita dal "Nimby forum", ciascuno di noi può controllare quante e quali infrastrutture sul proprio territorio sono fermate dai veti. Ed è bene precisare, peraltro, che quella mappa contiene solo i progetti già approvati.
Il dato più sconcertante, e per certi versi paradossale, è quello relativo al comparto elettrico, nell'ambito del quale è fermo il 62,5 per cento degli impianti progettati. La statistica include anche ben 156 casi di impianti di energia derivata da fonti rinnovabili (soprattutto eolico e biomasse, ma anche fotovoltaico). Già, perché da qualche anno, specie al Sud, queste infrastrutture sono sempre più spesso oggetto di contestazioni, anche da parte di quegli ambientalisti che tanto hanno glorificato le virtù dell'energia derivata dal sole e dal vento. Come dire, l'antagonismo di se stessi, l'ambientalismo al quadrato.
Naturalmente, non è sempre colpa degli ambientalisti "brutti e cattivi" se l'Italia sembra essere un Paese condannato al sottosviluppo causa arretratezza delle infrastrutture. Anche chi governa, a tutti i livelli, ha le sue responsabilità. Per non parlare della criminalità organizzata, le cui mani rapaci vanno ben oltre il Mezzogiorno. Ci sono poi i ritardi di una burocrazia troppo spesso inefficiente, ma anche l' "allegria", per dirla con un po' di ironia, con la quale molto imprese aggiudicatarie portano a termine i lavori, senza subire nessuna conseguenza.
Fatto sta che alle opere pubbliche bloccate dai "no", bisogna aggiungerne altrettante la cui realizzazione richiede cantieri ultradecennali (l'autostrada Salerno - Reggio Calabria è solo una delle tante), o che, come il ponte sullo Stretto o il Mose di Venezia, rimangono solo sulla carta. E sullo stomaco.

Ecco come la Germania potrebbe aver truccato i conti

I tedeschi non conteggerebbero le spese previdenziali e i debiti della Kreditanstalt für Wiederaufbau, un istituto simile alla nostra Cassa Depositi e Prestiti. Se così fosse il debito reale sarebbe il triplo di quello dichiarato

E se la Germania fosse il Paese più indebitato, anziché quello più virtuoso della Ue, come tutti abbiamo sempre creduto?
Potrebbe sembrare una sparata da titolone, ma stando a quanto rivelato da due articoli pubblicati sul Corriere della Sera e su Libero, non solo il debito complessivo della Germania sarebbe il più alto d'Europa (questo già era noto), ma potrebbe essere molto più elevato di quanto dichiarato, se non fosse per qualche trucchetto utilizzato dai governi teutonici dopo l'unione tra Repubblica federale ed ex Ddr. Di conseguenza, anche l'incidenza percentuale del debito sulla ricchezza pubblico-privata (Pil) sarebbe da bollino rosso. Addirittura peggiore del rapporto debito-pil della Grecia. Per capire meglio, leggiamo quanto riportato nei due articoli sopracitati. Il primo, di Massimo Mucchetti, è stato pubblicato sul Corriere della Sera il 7 settembre scorso. Di seguito ne riportiamo un estratto.
"Angela Merkel paragona l'Italia alla Grecia. Per quanto si possa dir male del nostro governo, il cancelliere sbaglia.
Roma non ha mai mentito sui suoi conti pubblici come ha fatto Atene. E poi la Germania dovrebbe comunque rispettare un partner commerciale dove esporta più che in Cina. E infine, quanto a debito pubblico, il governo di Berlino si avvale di antiche furbizie.
Che, alla vigilia della sentenza della Corte costituzionale di Karlsruhe sui salvataggi già fatti e in vista della seduta del Bundestag di fine mese sul piano salva Stati, vale la pena di ricordare. Da 16 anni la Germania non include nel suo debito pubblico le passività del Kreditanstalt für Wiederaufbau, meglio noto come KfW, posseduto all'80% dallo Stato e al 20% dai Länder, altri soggetti pubblici. Si tratta di 428 miliardi di euro interamente garantiti dalla Repubblica federale.
La KfW fa mutui a enti locali e piccole e medie imprese. Detiene partecipazioni cruciali in colossi come Deutsche Post e Deutsche Telekom. È vigilata dai ministeri delle Finanze e dell'Industria, non dalla Bundesbank. Grazie al legame di ferro con lo Stato, la KfW conquista la medaglia d'oro nella classifica mondiale dell'affidabilità, stilata da Global Finance, e il massimo rating da parte di Moody's, Standard & Poor's e Fitch, lo stesso della Repubblica federale. Le sue obbligazioni sono dunque uguali ai bund. Ma a differenza dei bund, magicamente non entrano nel conto del debito pubblico.
Se vi entrassero come la logica del Trattato di Maastricht vorrebbe, il debito pubblico tedesco salirebbe da 2.076 miliardi a 2.504 e la sua incidenza sul prodotto interno lordo 2011 balzerebbe dall'80,7% al 97,4%. Ancora un piccolo passo, magari per salvare qualche banca tedesca ingolosita dai titoli di Stato mediterranei, e potremmo dire: benvenuta Germania tra noi del club degli over 100%! La magia, che nasconde il 17% del debito pubblico reale tedesco, si chiama Esa95. È il manuale contabile che esclude dal debito pubblico, a integrazione dei criteri di Maastricht, le società pubbliche che si finanziano con pubbliche garanzie ma che coprono il 50,1% dei propri costi con ricavi di mercato e non con versamenti pubblici, tasse e contributi. La serietà di un tale principio è paragonabile alla considerazione del rischio di controparte negli Ias-Ifrs, i principi contabili che hanno favorito il crac Lehman. Se per ipotesi KfW avesse problemi, chi pagherebbe? Lo Stato. E senza nemmeno l'ipocrisia degli Usa che qualificavano le loro Fanny Mae, Freddie Mac e Ginnie Mae come imprese sponsorizzate dal governo per far capire che, alla bisogna, il Tesoro avrebbe coperto, ma senza dirle statali per non sembrare statalisti.
Ora l'Italia ha la Cassa depositi e prestiti, 70% Tesoro, 30% fondazioni bancarie, soggetti privati. La Cdp emette anno dopo anno obbligazioni che godono della garanzia statale e sono collocate dalle Poste sotto forma di buoni e di libretti. Mal contati sono 300 miliardi, due terzi reinvestiti in titoli di Stato e un terzo in mutui agli enti locali. La Cdp emette anche obbligazioni non garantite per una ventina di miliardi destinate alle iniziative per le imprese e detiene partecipazioni rilevanti. Ma il suo debito è per tutta la parte coperta da garanzia pubblica conteggiato nel debito pubblico. In un mondo serio delle due l'una: o la Germania ricalcola il suo debito come si deve perché l'Eurozona sotto attacco non accetta più furbizie da parte di nessuno, ancorché legalizzate a forza, oppure l'Italia deconsolida dal suo debito pubblico quei cento miliardi o giù di lì che la Cdp usa per gli enti locali, dato che questi la scelgono su un mercato bancario liberalizzato".
Il ragionamento di Mucchetti sembra proprio non fare una grinza e in effetti fa adombrare il sospetto che i conti ufficiali della Germania siano stati leggermente taroccati. Ma a gettare un'ombra inquietante sulla situazione del bilancio della Repubblica federale (e sulla sua credibilità) è un'altra notizia, questa più recente. Secondo quanto riportato da Libero di oggi (21 dicembre), il colpo di spugna al debito pubblico tedesco sarebbe molto più vistoso, tanto da ridurlo addirittura del 70 per cento!
Tutto è nato da una lettera inviata da un lettore del Corriere della Sera al quotidiano di via Solferino, e pubblicata alcuni giorni fa. Nella lettera si citava un articolo apparso su una rivista economica tedesca e in cui veniva evidenziato il fatto che i governi teutonici non conteggerebbero, nel computo del debito di bilancio, una grossa parte delle spese previdenziali, che come sappiamo hanno un peso notevole in relazione alla spesa pubblica.
Ecco un estratto dell'editoriale di Maurizio Belpietro (Libero) sulla vicenda. "Più furbetti di lei in giro non ci sono: Angela Merkel vuol far pagare i debiti della Germania all'Italia e al resto dell'Europa. Berlino trucca i conti e solo così può dare lezioni ai paesi in difficoltà. Se i tedeschi non imboscassero i vitalizi previdenziali e gli assegni per le persone disabili, avrebbero infatti un debito di 7mila miliardi di euro, più del triplo di quello dichiarato [...] Il rapporto tra debito e Pil, invece di essere così virtuoso (85%), schizzerebbe ad un astronomico 197 per cento. Per intendersi, 77 punti in più di quello italiano e superiore anche a quello della Grecia fallita. Se poi si bada al fabbisogno di consolidamento, l'Italia è al 2,4, meglio di Berlino.
Che l'Italia sia il socio più rispettabile di Eurolandia nella graduatoria della "sostenibilità del debito pubblico" lo ha affermato, a sorpresa, la Fondazione tedesca Marktwirtschaft (economia di mercato), che riunisce personalità del riformismo liberale tedesco. La giuria ha valutato la "rispettabilità"nazionale distinguendo tra debito pubblico esplicito e implicito. L'Italia viene premiata perché può vantare il più encomiabile "divario di sostenibilità" tra le due forme del debito, ottenendo così un "fabbisogno di consolidamento", come detto, del 2,4 per cento. "Solamente confrontando il debito esplicito delle pubbliche amministrazioni centrali e periferiche con quello implicito, occulto, del sistema pensionistico, assistenziale e sanitario si può fare un bilancio trasparente e sincero degli oneri di un Paese", ha spiegato Bernd Raffelhüschen, docente di economia all'università di Friburgo e promotore dell'iniziativa di Marktwirtschaft. Il basso indebitamento implicito e l’avanzo primario di bilancio, fa notare il professore, rispecchiano i risultati ottenuti con le prime correzioni del sistema pensionistico e sanitario varate negli ultimi anni".
Tempo fa l'Attaccabrighe dimostrò come anche il modello energetico tedesco fosse una mezza bufala, alimentata soprattutto dai giornali italiani. Non avremo esagerato, forse, nell'enfatizzare la virtù di questi crucchi? In ogni caso, queste rivelazioni sul debito della Germania cambiano le carte in tavola. O almeno, in un mondo normale, così dovrebbe essere.

500 miliardi nei paradisi fiscali: quando andiamo a prenderli?

Almeno 180 si troverebbero nella sola Svizzera, con la quale Germania e Inghilterra hanno stretto un accordo. E noi? Tagliamo le pensioni e facciamo finta di nulla con chi non ha neppure utilizzato lo scudo?

L'altra faccia della rivolta fiscale si chiama "evasione scandalosa". Se lo Stato diventa sempre più vessatorio (soprattutto nei confronti dei cittadini onesti), facendo maturare quella percezione di intollerabile ingiustizia che nel precedente articolo ha indotto l'Attaccabrighe a proporre addirittura una rivolta fiscale, non è dovuto solo al fatto che la spesa pubblica improduttiva è troppo alta. Esiste anche il problema dei troppi connazionali farabutti che continuano a farla franca a nostre spese.
A tal proposito, non sarà il caso di prendere in considerazione l'idea di chiedere una rogatoria internazionale ad alcuni dei più grossi paradisi fiscali sparsi sul globo, e andare finalmente a pizzicare le montagne di denaro che molti nostri compatrioti vi nascondono? No, perché se dobbiamo tagliare le pensioni alle vecchiette o pagare la benzina come oro colato, e poi vedere gente con il villone andare oltrefrontiera per nascondere i propri capitali nei caveau elvetici, vuol dire che alle porcherie non c'è proprio limite. E confermerebbe il fatto che l'appello alla rivolta è più che giustificato.
Anche perché - particolare non trascurabile - a coloro che hanno frodato lo Stato nascondendo soldi e patrimoni nei 63 paradisi fiscali "censiti" dall'Ocse (clicca sulla cartina a lato) è stata data l'opportunità di mettersi in regola, con tanto di garanzia di anonimato. Quello che è stato chiamato "scudo fiscale", in realtà, è un condono bello e buono, dal momento che si potevano rimpatriare attività finanziarie e patrimoniali a fronte del solo pagamento di una somma del 5 per cento a titolo di imposta e sanzioni, mentre in Gran Bretagna e negli Stati Uniti, tanto per intenderci, chi ha voluto regolarizzare i capitali esportati ha dovuto pagare in toto le imposte evase negli anni precedenti.
Tutto ciò, ovviamente, si aggiunge al fatto che riportare i soldi in Italia significava, per gli anonimi evasori, evitare possibili condanne fino a sei anni di carcere, per vari reati tributari e non solo. Ebbene, sapete quanti soldi sono rientrati? 85 miliardi di euro, che all'erario hanno fruttato circa 4 miliardi di entrate immediate. Ma sapete a quanto ammontano i capitali italiani nascosti nei paradisi fiscali del mondo? Secondo stime per ovvi motivi approssimative, sarebbero circa 500 miliardi, di cui non meno di 180 nella sola Svizzera. Si badi bene al fatto che si tratta solo di stime, visto che secondo alcuni esperti potrebbero essere anche il doppio, in particolare quelli portati in Svizzera, nelle cui banche potrebbero esserci addirittura 300 miliardi di euro italiani.
D'altra parte è risaputo in tutta Europa (e in particolare lo sanno i nostri vicini confederati) che la Svizzera la manteniamo noi. Tremonti ci aveva provato a fare il duro, arrivando addirittira a minacciare la richiesta di una rogatoria, ma ha dovuto desistere in seguito a pressioni ricevute da più parti, soprattutto dalla Lega.
Figuriamoci, i nostri politici sono di una pavidità penosa. Che tuttavia faranno bene a vincere (tecnici e non), perché il popolo bue è incazzato come non mai e questo per loro non prelude a nulla di buono. L'iniziativa di Germania e Gran Bretagna, oltretutto, potrebbe metterli all'angolo.
Inglesi e Tedeschi, infatti, hanno stretto con la Svizzera un accordo che prevede la creazione di una nuova imposta alla fonte e anonima - più articolata rispetto all'attuale euroritenuta in vigore per tutti i cittadini Ue - per i cittadini tedeschi e inglesi che hanno capitali non dichiarati in Svizzera. Questa imposta permetterebbe di sanare le situazioni attuali di evasione, che d'ora in poi saranno soggette ad imposizione fiscale, seppur mantenendo le norme elvetiche sul segreto bancario.
Secondo alcune indescrezioni anche l'Italia sarebbe pronta ad avviare trattative in questo senso con i vicini confederati. Considerando una media di 180 miliardi di redditi parcheggiati oltre confine nel corso degli anni, e applicando un'aliquota Irpef media del 33 per cento, l'Agenzia delle Entrate incasserebbe circa 60 miliardi. Altro che Ici. E comunque, semmai questa ipotesi si concretizzasse, è necessario accelerare i tempi pachidermici della politica, del tutto imparagonabili a quelli dei furbetti di casa nostra. Il via vai dei nostri connazionali oltrefrontiera, infatti, è cominciato da parecchi mesi. E una volta trasferiti dal conto bancario alle cassette di sicurezza, quei soldi non li prende più neanche Lupin. 
      

Ci vorrebbe una rivolta fiscale

Gli esempi di resistenza fiscale nella storia sono tanti. E anche gli Italiani, oggi, qualcosa potrebbero fare: dall'Ici ai carburanti, dal 5 per mille alle lotterie, all'oppressione fiscale si può reagire anche senza violare la legge

Non ho nessuna intenzione di tediarvi con un nuovo pistolotto contro le tasse. Quello che pensa l'Attaccabrighe sulla pressione fiscale è stato spiegato in numerosi articoli, in particolare in uno pubblicato tre mesi fa (per chi avesse voglia di darci una sguardo, eccolo qua (http://lattaccabrighe.blogspot.com/2011/09/ridurre-al-minimo-cio-che-e-pubblico-o.html). Ma la manovra proposta dal governo Monti ha fatto riemergere un dato drammatico: dal 1992, l'aumento della pressione fiscale non conosce limiti. In diverse occasioni abbiamo pensato che la misura fosse colma, che non si potesse andare oltre, un po' come il record dei 100 metri. E invece "zac": 9 e 79, arriva il nuovo primato.
Vado giù piatto. Dobbiamo continuare a farci spennare come polli all'infinito? Vogliamo veramente (e non solo iperbolicamente) fare la fine di grandi civiltà del passato, come l'Impero Romano, ed essere sepolti dai costi che gli apparati statali sostengono per mantenere se stessi? Non è forse il caso di dar vita a qualche atto di disobbedienza civile, di resistenza o di rivolta fiscale?
ESEMPI DEL PASSATO
Ribellarsi contro un fisco predone, anche senza violare la legge, non è impossibile. Tra poco lo dimostreremo. E oltretutto, la storia è piena di esempi di resistenza fiscale. Qui ne citeremo tre. Una famosa ribellione contro le tasse fu quella dei coloni americani che nel 1774 si rifiutarono di pagare le tasse alla madrepatria britannica. Fu l'inizio di una rivoluzione che portò alla conquista dell'indipendenza americana. Nel 1930, la campagna del Mahatma Gandhi per l'indipendenza dell'India ebbe uno dei suoi punti chiave in una protesta fiscale nei confronti degli occupanti britannici. Tale resistenza ebbe il suo culmine con la famosa marcia attraverso l'India. E metodi simili di disobbedienza civile, in relazione alle tasse, furono adottati anche da Martin Luther King.
Un caso che invece interessa noi da vicino fu quello della California, dove nel 1978 i cittadini chiesero e ottennero un referendum locale riguardante la tassazione delle case. La legge che ne venne fuori (la famosa "Proposition 13") rese illegale l'aumento delle imposte sugli immobili. E' un episodio che potrebbe servirci da esempio: l'Ici sulla prima casa, così come l'Imu prevista dal precedente governo, è la forma più odiosa di prelievo fiscale, perché va a colpire il patrimonio in un bene primario, per il quale molte famiglie si accollano mutui ultradecennali.
COSA FARE OGGI: CARBURANTI E LOTTERIE
Andando più nel concreto e nell'immediato, invece, qualcosa si potrebbe fare subito. Cominciando proprio dai carburanti, le cui accise (statale e regionale) hanno fatto salire i prezzi a livelli ormai intollerabili, soprattutto se si considera che tali aumenti si aggiungono a quelli scandalosi di autostrade e trasporti pubblici. Si dovrebbe perciò evitare di fare rifornimento ai distributori Agip, controllati dall’Eni e che garantiscono al ministero dell’Economia qualche miliardo di dividendi annui. E un'altra voce importante delle entrate del Tesoro sono ovviamente i Monopoli, a cominciare dai giochi e dalle lotterie. Sarebbe una forma di protesta clamorosa, se tutti gli Italiani boicottasero Lotto, Superenalotto, Totocalcio, scommese, Gratta e Vinci e chi più ne ha più ne metta.
In generale, dovremmo evitare di acquistare prodotti e servizi dello Stato, come l'energia elettrica per esempio, scegliendo soluzioni alternative e magari più economiche.
CINQUE PER MILLE E SCADENZE
E anche quando siamo proprio costretti a pagare, dobbiamo cominciare a farlo con più malizia e, soprattutto, senza regalare nulla allo Stato. Quindi attenzione quando si compila la dichiarazione dei redditi: meglio donare il 5 per mille ad un'associazione, anziché lasciare che venga incamerato automaticamente dall'erario. Né tantomeno bisogna essere superficiali su tutti gli acquisti deducibili, perché a volte la pigrizia ci porta a non conservare scontrini e fatture o, peggio ancora, a non essere ben informati su tutti gli acquisti che si possono "scaricare".
I lavoratori autonomi, infine, dovrebbero evitare di pagare alla scadenza tutti i tipi di imposte dovuti all’erario, quali ad esempio Iva, Ire (ex  Irpef) e addizionali, Irap, Irpeg, contributi Inps, effettuando il pagamento in ritardo di mesi o addirittura anni, e accollandosi in questo caso i costi delle penali che sono del tutto irrisori, nell’ordine del 6 per cento annuo sul dovuto. 
Si tratta di iniziative solo in apparenza velleitarie, perché se attuate da tutti costituirebbero un segnale forte all'indirizzo di una classe politica (italiana ed europea) le cui strategie di politica economica, ormai, non riescono ad andare oltre l'orizzonte limitato dell'imposizione fiscale indiscriminata. Il perché lo sapete, basta vedere gli sprechi pubblici presenti a tutti i livelli di governo. E purtroppo i normali strumenti democratici non bastano più per far sentire la nostra voce.     

Nessuno lavorerà più di noi

Il nostro sistema pensionistico potrebbe diventare il più "severo" del mondo. Dalle baby-pensioni alle retribuzioni gonfiate, ecco tutti i regali fatti alle generazioni passate e che pagheranno quelle presenti e future

In pensione a 66 anni o con almeno 42 anni di contributi (41 per le donne). Questa la proposta-choc che il governo Monti sottoporrà alla discussione del Parlamento e che, se dovesse passare, farà degli Italiani il popolo con più anni di lavoro sul groppone. E non solo per quelli del futuro, visto che la riforma coinvolgerà decine di migliaia di lavoratori che erano ormai prossimi alla pensione. Per moltissimi di loro, peraltro, l'assegno, quando avranno maturato i requisiti, non sarà più calcolato sulla base del sistema retributivo o di quello misto retributivo-contributivo (come prevedeva la riforma Dini del 1995), bensì su quello contributivo integrale. Il danno e la beffa.
Ma perché così tanto accanimento su queste benedette pensioni? Perché, insomma, il sistema pensionistico italiano, così com'è strutturato attualmente, non è finanziariamente sostenibile? Nel modo più sintetico possibile, l'Attaccabrighe cercherà ora di rispondere a questa domanda che i cittadini comuni si pongono. Scopriremo che quello degli anni di lavoro o di vecchiaia è solo uno dei problemi della nostra previdenza, e neanche il più importante.
Sono quattro, nello specifico, i punti deboli che hanno fatto del sistema pensionistico italiano una macchina mangia-soldi: a) l'età pensionabile; b) il sistema di calcolo delle pensioni; c) le baby-pensioni; d) le finte pensioni di invalidità. Sul punto a) abbiamo già scritto nel precedente articolo, dimostrando che all'inizio degli anni '90 il divario tra l'Italia e i partner europei non era così abissale. Da noi, infatti, si andava in pensione con 57 anni di età o con 32 di contributi, che la riforma Dini del 1995 portò a 35, fissando anche un'età minima di 54 anni (portata poi a 57 nel 2001). Di certo si lavorava un po' meno rispetto agli altri, se si pensa che proprio a metà anni '90 la Germania riformava le pensioni di anzianità in questo modo: 63 anni di età e 35 di contributi, due requisiti entrambi obbligatori e non alternativi. Con la pensione di anzianità i tedeschi percepiscono inoltre qualcosa in meno rispetto a chi prosegue fino ai 65 anni per maturare il diritto alla pensione di vecchiaia. A noi sarebbe bastato copiare pari pari questo impianto, senza dubbio il più equilibrato che ci sia, per evitare la stangata che ci sarà rifilata dal governo Monti e che farà sembrare quasi morbido il sistema tedesco (loro, per esempio, porteranno le pensioni di vecchiaia a 67 anni solo nel 2029). Purtroppo abbiamo rifiutato per anni questo cambiamento (forte ma non traumatico), limitandoci a qualche riformina che rinviava all'infinito un serio aggiustamento dei conti. Così adesso dovremo sottoporci ad una terapia d'urto.
Quello dell'età pensionabile, tuttavia, non è il difetto principale del nostro sistema previdenziale. Per le casse degli istituti di previdenza è stato certamente più oneroso il modo in cui venivano calcolati gli assegni. Fino al 1995, infatti, questo calcolo veniva fatto sulla base del sistema cosiddetto "retributivo". In pratica, l'assegno corrispondeva grosso modo ad una sorta di media degli stipendi percepiti negli ultimi cinque anni di servizio. In apparenza giusto, ma di fatto insostenibile nel lungo periodo, non solo perché una parte delle pensioni vengono pagate con i contributi dei lavoratori attivi, ma soprattutto per via di un fenomeno assai diffuso nella nostra Italia, in particolare nel settore pubblico: quello delle retribuzioni gonfiate negli ultimi anni di servizio, durante i quali diverse categorie ottengono repentini scatti di carriera oppure hanno la possibilità di alzare la propria retribuzione con straordinari mai fatti in giovane età. Il tutto finalizzato, ovviamente, ad un aumento dell'assegno pensionistico. La riforma Dini (1995) stabilì che con il sistema retributivo sarebbero state pagate solo le pensioni di coloro che alla data del 31 dicembre 1995 avevano maturato almeno 18 anni di contributi; per gli altri, invece, sarebbe entrato in vigore un sistema misto: retributivo per gli anni di servizio antecedenti a quella data, "contributivo" (cioé basato sul rapporto tra quanto effettivamente versato all'istituto di previdenza sottoforma di contributi ed un coefficiente particolare) per gli anni successivi. Per chi cominciava a lavorare dal 1996, invece, valeva il contributivo integrale. Risulta evidente che sarebbe stato più opportuno far passare subito tutti al contributivo integrale: ciò avrebbe aiutato le casse degli istituti di previdenza e inoltre si sarebbe evitata a molti lavoratori la beffa di vedersi modificato il sistema di calcolo della pensione qualche anno prima di prenderla, come appunto accadrà in seguito alla riforma dell'attuale governo.
E veniamo ora ai punti c) e d), ovvero quelli relativi alle "pensioni-regalo". Per qualcuno il vero buco nero del sistema pensionistico italiano. Di sicuro fra le cause principali dello squilibrio fra entrate e uscite.
Per “baby-pensioni” si intendono quelle pensioni erogate dallo Stato italiano a lavoratori del settore pubblico che hanno versato i contributi pensionistici per pochi anni o che hanno avuto la possibilità di ritirarsi dal lavoro con età inferiore ai 40-50 anni. Le baby pensioni furono inaugurate nel 1973 dal governo Rumor con una legge che consentiva ai dipendenti pubblici di ritirarsi con pochi anni di anzianità: 14 anni, 6 mesi e 1 giorno di contributi per le donne sposate con figli, 20 anni per gli statali, 25 per i dipendenti degli enti locali. Sono state eliminate solo nel 1992. Secondo una recente inchiesta del Corriere della Sera i baby-pensionati sarebbero circa mezzo milione e costerebbero allo Stato, udite udite, circa 9 miliardi di euro l’anno. Ogni commento è superfluo, perché qui i numeri parlano davvero da soli.
E che dire delle pensioni di invalidità immaginaria? Anche qui le statistiche sono da brivido. Secondo un'indagine pubblicata questa estate dal sito linkiesta.it, ancora oggi, nonostante il fatto che i controlli siano stati enormemente inaspriti rispetto al passato, le pensioni per finti invalidi ci costano 8 miliardi di euro l'anno. In Sardegna, stando ai controlli Inps del 2010, il 53 per cento delle pensioni non avrebbe motivo di essere erogato. Al secondo posto c’è l’Umbria, con un tasso del 47 per cento. Seguono Campania (43 per cento) e Sicilia (42 per cento). Nell'articolo si legge che "si è creata una situazione paradossale: al diminuire delle richieste di riconoscimento dello stato invalidante, la spesa per le pensioni di invalidità continua a crescere. Nel 1998 sfiorava l’equivalente di 6 miliardi di euro, lo scorso anno è arrivata a 16 miliardi". E tutto ciò malgrado il fatto che, sempre nel 2010, sia stato cancellato il 23 per cento delle pensioni (invalidità civile o indennità di accompagnamento), in pratica una su quattro.
Le statistiche offrono vari spunti di riflessione. Uno su tutti, e cioé che è giusto adeguare l'età di pensionamento alla media europea (l'Italia andrà ben oltre), ma nessuno ci venga a dire che il disavanzo dei conti della previdenza dipende solo dall'età con cui mediamente le persone oneste vanno in pensione.
Ora la parola passa all'aula. E a tal proposito sarà interessante verificare come reagiranno i partiti a questa proposta del governo: di sicuro, non potranno continuare a nascondersi dietro i professori e i banchieri.