Dalle telefonate del pubblico ad un'emittente radiofonica emerge un quadro che fa cadere le braccia. "Renzi, riduci il debito pubblico", suggerisce un ascoltatore. Al quale ora proviamo a spiegare che il debito dello Stato non è affatto un male, semmai il contrario
L'ispirazione per questo articolo è arrivata seguendo una trasmissione radiofonica in onda su una nota emittente a diffusione nazionale, durante la quale i conduttori ricevevano le telefonate degli ascoltatori che avessero qualche consiglio da offrire al neo premier Matteo Renzi. E tra i tanti, improbabili suggerimenti, ne spicca uno che ti fa realizzare quanto il lavaggio del cervello fatto in questi anni ai cittadini sia andato in profondità, ad un livello tale da rendere ardua l'impresa di una contro-lavanda cerebrale in tempi brevi.
"A Renzi consiglio di impegnarsi sulla riduzione del debito pubblico, che ci costa tanto anche in termini di interessi", è l'opinione di un ascoltatore secondo il quale il vero problema è il debito dello Stato.
Ora, caro ascoltatore, chiunque tu sia, cercherò di spiegarti che le cose non stanno come tu credi, e lo farò con l'umiltà di chi fino a un paio di anni fa credeva, come te, che la radice di tutti i mali fosse il presunto disavanzo pubblico dovuto ai cosiddetti sprechi, alla cosiddetta evasione fiscale, alle cosiddette riforme non realizzate, nonché alla corruzione di cui noi italiani saremmo gli indiscussi campioni mondiali. Chi scrive era un convinto elettore di destra che pensava che il debito pubblico fosse il male assoluto alimentato da una spesa pubblica scellerata. Da questo punto di vista ero un fanatico, un vero ultrà. Senonché, quando nell'autunno del 2011 scoppiò in Italia la crisi dello spread con la conseguente "isteria da deficit", cominciai a pormi delle domande e mi resi conto che le mie convinzioni erano in realtà molto fragili.
Fu in particolare un giornalista di sinistra, Paolo Barnard, a farmi aprire gli occhi su parecchie dinamiche dell'economia che io ignoravo completamente. I suoi articoli stimolarono in me una grande voglia di studiare, di documentarmi, di scoprire cose nuove riguardo all'economia, e in particolare alla gestione del bilancio dello Stato. All'improvviso scoprii di essere totalmente ignorante in materia, ma la lettura di Barnard e la scoperta di economisti come Warren Mosler, Randall Wray, e di rimando, John Maynard Keynes (in realtà una riscoperta), mi hanno portato a ribaltare completamente tutto ciò in cui credevo. Tra le altre cose, mi sono reso conto che quelle che noi oggi chiamiamo "destra" e "sinistra" sono solo due etichette senza senso.
Cercherò di essere breve. Innanzitutto, caro amico, il debito dello Stato non è assolutamente un male, anzi, corrisponde al centesimo alla ricchezza dell'economia privata. Non è necessario essere degli economisti per comprendere questo assunto, basta saper fare due conti elementari: se lo Stato produce un deficit, significa che incassa dal prelievo fiscale meno di quanto spende. Fatta 100 la spesa dello Stato, il prelievo fiscale sarà inferiore a quel numero, per esempio 95. Lo Stato registra un disavanzo di 5, ma l'economia del settore non governativo (aziende e lavoratori-consumatori, inclusi tutti i dipendenti pubblici) registra un +5. Questa parte credo che sia già abbastanza chiara, ma voglio riproporre questo concetto in un altro modo. Bisogna considerare che il settore non governativo (aziende e lavoratori-consumatori) non può creare ricchezza al netto, perché la ricchezza circola in tondo: per qualcuno che si arricchisce c'è qualcun altro che si indebita o si impoverisce e così via, in un circolo che può anche dare l'illusione di funzionare autonomamente (solo l'illusione però) quando la ricchezza circola velocemente. Quando però il circolo rallenta o si arresta (e i motivi possono essere molteplici), solo lo Stato può rimetterlo in moto, perché in effetti solo lo Stato può immettere ricchezza al netto in quel circolo, in un modo molto semplice: lasciando nelle tasche dei cittadini e delle aziende più denaro di quanto ne incassa dalle tasse, in pratica producendo un disavanzo. Il che si può ottenere abbassando le tasse o aumentando la spesa o facendo entrambe le cose contemporaneamente. Si può affermare che questa sia la base imprescindibile per il funzionamento dell'economia di uno Stato. Il fatto di averla cancellata di colpo, attraverso il dogma del pareggio di bilancio o addirittura dell'avanzo di bilancio, costituisce un atto di una gravità inaudita, quanto di più antidemocratico e antieconomico si possa concepire.
Conosco l'obiezione: come si copre il debito? Noi sappiamo che il debito dello Stato, in realtà, è un debito che non si estingue mai e che si riproduce all'infinito. Quando lo Stato produce un disavanzo cosa fa? Emette dei titoli azionari, i cosiddetti Bot, Btp, Cct etc., che gli investitori acquistano per un determinata somma, fornendo così allo Stato i soldi per ripianare il deficit. Quei titoli hanno una scadenza, al termine della quale gli investitori si riprendono i soldi precedentemente "prestati" allo Stato con l'aggiunta di un interesse. A questo punto, dove prende i soldi lo Stato? Semplice: vende altri titoli ad altri investitori, ottenendo così il denaro necessario per ripagare gli investitori di prima, e magari per ripianare un eventuale nuovo deficit. E' questo il sistema adottato da tutti gli Stati moderni. Gli Usa, per esempio, rinnovano in questo modo il loro debito dal 1837.
Utilizzando un minimo di logica, ci si rende facilmente conto che comunque il debito complessivo è destinato ad aumentare a causa degli interessi. Il punto è proprio questo: fare in modo che gli interessi siano bassi, altrimenti il debito cresce in modo esponenziale, di conseguenza i titoli da vendere diventano sempre di più e anche gli stessi interessi aumentano. Insomma, se gli interessi sono alti, lo Stato non può fare debiti, quindi non può mai rimettere in moto l'economia producendo ricchezza al netto nel circolo (ricordi cosa ho scritto sopra?). Per poter fare debito deve quindi fare in modo che gli interessi siano minimi.
Il sistema c'è. Lo Stato fa in modo che sia la propria Banca centrale a comprare tutti o una parte dei titoli. Ovviamente la Banca centrale può farlo solo emettendo nuova moneta, cioè inventandosi il denaro dal nulla; volgarmente si dice "stampando moneta" (anche se oggi non si stampa proprio nulla, visto che si tratta in gran parte di numerini pigiati sulle tastiere dei computer). In tal modo gli interessi scendono notevolmente e ti spiego perché: se lo Stato decide di piazzare i propri titoli sul mercato ad un tasso di interesse, facciamo un esempio, dello 0,5%, gli investitori interessati dovranno accontentarsi di quel rendimento, dal momento che a) in caso di mancata vendita lo Stato fa acquistare i titoli alla propria banca; b) i titoli di debito di uno Stato con moneta sovrana non presentano il minimo rischio, nel senso che gli investitori hanno la garanzia di essere rimborsati, ecco perché gli interessi sono bassi. E' evidente che quando uno Stato non ha una propria banca che può emettere moneta liberamente, succede il processo opposto: in quel caso è il mercato ad avere il coltello dalla parte del manico e a poter chiedere gli interessi che vuole, mentre lo Stato deve cedere obbligatoriamente alle richieste degli investitori perché ha necessità di vendere, tanto più che i suoi titoli, in assenza di una moneta con cui ripagarli, sono assai rischiosi, e infatti lo Stato per rimborsare gli acquirenti, come ho spiegato sopra, deve incassare i soldi vendendo altri titoli, in una catena infinita (su questo punto torno tra poco, perché ha delle implicazioni tragiche per la democrazia, anche se sono sicuro, caro amico, che ci sei già arrivato).
So già qual è la nuova obiezione: ma se lo Stato emette tutta questa moneta, non si rischia di svalutarla troppo e di avere un'inflazione enorme? Ti rispondo tra un attimo. Prima ti faccio notare, in primo luogo, che se la Banca centrale acquista tutti o una parte dei titoli, il debito complessivo diminuisce, perché in quel caso sarebbe come se lo Stato avesse un debito con se stesso, quindi praticamente nessun debito. In secondo luogo, non bisogna dimenticare che, quando invece sono i privati ad acquistare i titoli, a quel debito, in fin dei conti, corrisponde un uguale credito: se io investo 10 mila euro in Bot o "Buoni postali", vanto un credito nei confronti dello Stato, quindi ho in mano una ricchezza che diventerà tale quando riprenderò indietro i soldi investiti con l'interesse maturato; il che ci fa capire che il concetto stesso di "debito pubblico" non ha senso. Esiste semmai il "credito pubblico", a dimostrazione ulteriore del fatto che, come ho scritto sopra, il debito dello Stato corrisponde alla ricchezza dell'economia privata.
Torniamo all'obiezione di prima: il pericolo dell'inflazione. Ti rispondo subito: il pericolo è fasullo, in un paese con un elevato potenziale produttivo non esiste minimamente. Mi vedo costretto a smentire la convinzione comune che lo Stato possa stampare moneta in misura proporzionale all'oro che possiede; purtroppo c'è ancora tanta gente che crede che il sistema sia ancora questo, quando invece il "Gold Exchange Standard" non esiste più dal lontano 1944 (accordi di Bretton Woods). Fino al 1971 fu mantenuto comunque in vita un sistema in parte simile, solo che come punto di riferimento l'oro fu sostituito dal dollaro. In breve, ai tempi del Gold Standard, chiunque poteva recarsi in banca e chiedere oro in cambio dei soldi. Di conseguenza, lo Stato aveva dei grossi limiti se voleva aumentare la moneta circolante, perché se lo faceva senza avere abbastanza oro nei forzieri, tutta la moneta circolante si svalutava con conseguente rialzo dei prezzi (inflazione). Dal 1944, e più ancora dal 1971 (decisione del presidente americano Nixon) questo sistema non è più in vigore. Oggi le cose stanno così: se attraverso i meccanismi di cui sopra lo Stato fa aumentare la moneta in circolazione (debito - acquisto dei titoli da parte della Banca centrale con l'emissione di nuova moneta), sicuramente i consumatori avranno più denaro da spendere, ci sarà dunque una crescita della domanda di beni e servizi, quindi un potenziale aumento dei prezzi. Ma quando lo Stato usa lo strumento monetario, anche le aziende, quindi i produttori, ne beneficiano, il che vuol dire che anche la produzione aumenta, dunque cresce anche l'offerta di beni e servizi andando così a pareggiare l'accresciuta domanda. Il risultato è che non c'è alcuna inflazione, e gli esempi degli ultimi trent'anni lo dimostrano ampiamente, fino ad arrivare agli Usa di Obama o al Giappone, due Stati che negli ultimi anni hanno fatto abbondante uso di questo strumento senza che ci sia stato un aumento dei prezzi. Risulta evidente che l'emissione di moneta ha dei limiti legati esclusivamente alla capacità produttiva del paese. Un paese con un tessuto economico debole (non è certamente il caso dell'Italia) ha un limite molto basso. Faccio notare, infine, che l'inflazione galoppante dell'Italia degli anni '80 era dovuta al fatto che lo Stato continuava a indebitarsi senza che la Banca d'Italia acquistasse i titoli del debito pubblico, cosa che non avvenne più dal 1981. Si trattò di una sorta di preparazione a quello che sarebbe poi stato il sistema-Euro.
Caro amico della radio, possiedi già le basi per modificare radicalmente le tue vecchie convinzioni e per effettuare un'auto-lavanda cerebrale molto accurata. Ci sarebbero ancora due o tre dettagli da approfondire, ma lascio a te la scelta di cercare da solo le risposte alle tue domande. E comunque il mio blog è sempre aperto e su questo argomento scriverò altri articoli.
Una domanda di certo è inevitabile porsela: chi ha inventato il sistema economico attuale e perché lo ha fatto? Beh, è evidente che uno Stato democratico, dotato di un tessuto produttivo ricco e dinamico, e che non ha limiti di spesa (nel senso che può indebitarsi quando e come gli pare per il bene dell'economia nazionale) è una potenza indistruttibile, non c'è "potere forte" (o occulto, per chi ama i complottismi, ma ti assicuro che qui non c'è nulla di occulto perché tutto viene fatto alla luce del sole, anche le peggiori nefandezze) che possa condizionarlo o limitarlo nella sua autorità e nella sua sovranità. Uno Stato che invece non può mai indebitarsi e che non possiede nemmeno una propria moneta, come succede appunto con l'Euro, che non è di nessuno Stato, dal momento che viene emesso dalla Banca centrale europea e immesso direttamente nei mercati finanziari, da cui gli Stati lo possono solo prendere in prestito (vedi a tal proposito gli altri articoli del blog), uno Stato che quindi non può in alcun modo foraggiare il circolo della ricchezza privata, è uno Stato paralizzato, costretto ad avvitarsi su se stesso, con cittadini a loro volta impegnati a dare la caccia con "la bava alla bocca" ai rubagalline presenti all'interno del loro ristrettissimo pollaio, e che non si
accorgono che lo Stato è letteralmente nelle mani della speculazione finanziaria (ricordi quanto ho scritto prima a proposito della compravendita di Bot, Btp etc.?). Ma chi ne trae vantaggio? Di sicuro, chi si arricchisce sul debito degli Stati privi di una moneta e obbligati al pareggio di bilancio, ma ancora di più si arricchiscono le grandi multinazionali, le quali, approfittando dell'inevitabile impoverimento degli Stati, si ritrovano sempre più manodopera disoccupata o sottoccupata disponibile a basso costo, cioè disposta a lavorare a qualunque condizione contrattuale, per non parlare delle aziende private e pubbliche in difficoltà, che finiscono per essere messe in svendita a prezzi molto al di sotto del loro valore di mercato. Idem per i servizi pubblici essenziali, quelli a cui non si può rinunciare, come acqua ed elettricità, ormai tutti privatizzati. Tu ti chiederai: ma gli Stati democratici non possono fare proprio nulla? E allora io ti chiedo: ma gli Stati democratici, in Europa, hanno ancora dei poteri? Non è che forse le decisioni vengono prese da una élite sovranazionale di tecnocrati non eletti da nessuno? E non credi che questi poteri forti abbiano in alcuni politici dei riferimenti nel Parlamento, nel governo e in altri organi democratici, per non parlare degli organi di informazione? Apri gli occhi, amico.
Questi "rentier", queste aristocrazie, si erano eclissate, prima con le conquiste democratiche dell'Ottocento e del Novecento, e ancora di più con la svolta del 1971. Uno Stato democratico e in possesso della propria moneta sovrana moderna che usa per il benessere del popolo, non può soccombere dinanzi ad alcun potere antidemocratico. E' invincibile. Per i rentier era come la criptonite per Superman. Perciò andava fermato.
Ora, caro amico della radio, lascio a te il compito di fare un po' di ricerche. Leggi qualcosa di nuovo e di diverso dalle solite banalità stereotipate. Barnard, Wray, Mosler, Keynes, Krugman, alcuni di questi sono dei premi Nobel. C'è l'imbarazzo della scelta. Buon viaggio.
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Castigat ridendo mores
Così i tedeschi stanno facendo un'abbuffata di aziende italiane in crisi
Un'inchiesta del Financial Times rivela come le aziende tedesche stiano acquistando a man bassa piccole e medie imprese del Nord Italia. Colpa della crisi, ovviamente, ma anche degli squilibri creati dall'Euro e di un sistema bancario che paradossalmente preferisce fare credito ai tedeschi piuttosto che agli italiani
La cronaca, purtroppo, ci racconta anche di molti imprenditori che non vogliono o non riescono a vendere e che perciò scelgono di togliersi la vita. Per dirla con Paolo Barnard, “questa è la distruzione
pianificata di una civiltà”. Troppa pena per commentare oltre.
Un’inchiesta pubblicata lo scorso 1° febbraio sul Financial Times getta una luce
inquietante sulla situazione del tessuto industriale italiano e sui rapporti di
forza che si stanno delineando nell’economia europea. Quella rete di piccole e
medie imprese che fino a poco tempo fa faceva del Nord Italia l’area economica
più ricca d’Europa e che ha contribuito, fino al 2000, a far sì che l’Italia
fosse il primo paese in Europa per produzione industriale, rischia di finire
tutta in mani straniere, e in particolare tedesche. L’industria italiana è in
svendita, questa è la realtà drammatica. Di seguito, ecco alcuni passaggi dell’articolo
del Financial Times.
“Le piccole e medie imprese tedesche hanno fatto
un'abbuffata di acquisizioni oltralpe, diventando le acquirenti straniere
di imprese italiane più attive in Europa. Una serie di accordi in cui
le piccole e medie imprese del settore industriale tedesco si conquistano
l'accesso alle conoscenze tecniche delle imprese italiane sono in fase di
negoziazione, e in alcuni casi le sedi sono trasferite a Nord delle Alpi.
Secondo Dealogic, nel momento in cui la recessione abbatte i prezzi di
vendita nell'Europa meridionale, le imprese tedesche stanno cogliendo
l'opportunità di espandersi, e come quantità di accordi conclusi nel 2013 per
l'acquisizione di imprese italiane si posizionano dietro solo alle imprese
statunitensi.
In un momento di rinnovato ottimismo, con gli indici sulla fiducia
delle imprese al livello più alto dal primo trimestre del 2012, questi
affari ci fanno capire in che misura le aziende tedesche considerano
l'eurozona come un'area attraente per gli investimenti.
Marcel Fratzscher, capo del DIW, un istituto economico
tedesco, dice che, a parte l'Asia, l'attenzione delle imprese tedesche si è concentrata
molto sulla "zona di crisi", dove possono venire in aiuto delle medie
imprese italiane che spesso devono lottare per ottenere l'accesso al credito.
Dice: «Sono
aziende in saldo. Nel Nord Italia, che ha una forte base industriale, ci sono
un sacco di imprese di medie dimensioni che non sono così diverse nella
struttura da quelle che abbiamo in Germania.»
Benché anche alcune grandi società tedesche stiano
acquisendo delle imprese italiane – in particolare l'acquisto da 1,1 miliardi
di dollari di moto Ducati da parte del marchio Audi di Volkswagen nel mese di
aprile 2012 – la maggior parte dell'attività riguarda le piccole e medie
imprese.
Nel 2013 ci sono stati 23 accordi che hanno coinvolto PMI
italiane acquistate da imprese tedesche, e 20 nel 2012. Gli accordi di vendita
ad acquirenti stranieri di società italiane dello scorso anno sono stati 171 in
totale.
Tra questi, l'acquisizione di Ph Srl, uno dei
principali fornitori italiani di servizi di test alimentari, da parte di TÜV SÜD, un fornitore di
servizi tecnici con sede a Monaco di Baviera.
«L'accordo
è stato una dimostrazione del modo in cui le medie imprese raggiungono una
dimensione di scala globale” secondo TÜV
SÜD, che aggiunge : "Stiamo investendo per espandere il nostro network
di laboratori internazionale, ultimamente con acquisizioni in Brasile e in
Italia. Collegando il nostro laboratorio in Italia con altre sedi in tutto
il mondo e attraverso un intenso scambio di tecnologia, siamo in grado di
offrire test identici a livello globale.»"
Una colonizzazione in piena regola, insomma. La
situazione non potrebbe essere più chiara: la Germania, insieme alla Francia, è
stata il principale sponsor dell’eurozona, un sistema monetario basato su
parametri di bilancio disumani che impediscono ai paesi membri di ricorrere al
debito e che, in mancanza di una moneta sovrana da adoperare quando necessario,
li consegnano totalmente alla speculazione finanziaria. A quel punto, però,
affinché i promotori dell’unione monetaria ne traessero qualche vantaggio, essi hanno
fatto di tutto per favorire l’ingresso dell’Italia, in modo che anche noi
adottassimo una moneta forte, sbarazzandosi in tal modo del principale
competitor commerciale.
E non finisce qui, perché, fa notare l’articolo, "le acquisizioni sono spesso descritte come accordi strategici, ma degli insider ci dicono che il
linguaggio nasconde una serie di
acquisizioni aggressive". Tradotto: contro la volontà delle stesse
aziende.
L’articolo continua: “In alcuni casi le offerte sono
strutturate in modo che la gestione e il marketing siano spostati fuori
dall'Italia, riducendo al minimo gli impianti di produzione della società
acquisita.
Carlos Mack, un consulente legale di Lehel Invest Bayern, un gruppo di private equity specializzato
nell'espansione all'estero delle medie imprese, dice che il ragionamento che
sta dietro lo spostamento della sede è «avere
tutte le attività di valore, marchi, brevetti, elenchi di clienti e anche
gestione/commercializzazione, fuori d'Italia, per rendere più facile ottenere
prestiti da una banca non italiana.»
In un caso recente, dice Mr Mack, un'azienda del settore
dentale è stata trasferita interamente, compresi gli impianti di produzione,
che sono stati smantellati dalla Toscana e ricostruiti in Baviera.
Le imprese tedesche, aggiunge Mr. Mack, non sono
interessate soprattutto all'Italia a causa del mercato italiano. «Esse sono interessate ai
prodotti, e a commercializzarli da qualche altra parte.»
Benché alcuni osservatori italiani abbiano accolto con
favore gli investimenti stranieri, vi è la preoccupazione diffusa che le
acquisizioni porteranno a perdite di posti di lavoro o a minacciare le
industrie strategiche.
Francesco Daveri, professore di economia all'Università
di Parma, dice: «La
mia opinione, che non è l'opinione della maggioranza, è che nei casi in cui
l'azienda è mal gestita e il bilancio è mal messo, se c'è qualcuno che viene da
fuori per migliorare la gestione, questa è una buona notizia, una creazione di
valore e così via. Ma non è una cosa che è molto spesso accettata.
Immediatamente si fa richiesta di garanzie per tutelare l'occupazione.»
A differenza dei loro omologhi italiani, le aziende
tedesche incontrano poche difficoltà a ottenere finanziamenti in banca. Un
sondaggio di consulenti aziendali e di M&A
presso le banche ha trovato che le banche italiane sono strettamente coinvolte
con le filiali di aziende tedesche, perché estendono loro i finanziamenti al
fine di proteggere gli stessi investimenti delle banche nelle aziende italiane in
crisi."
Qui siamo al paradosso, ho dovuto sgranare gli occhi per
accertarmi di aver letto bene. Le banche italiane non prestano il becco di un
quattrino ai nostri piccoli imprenditori, ma intanto fanno credito ai tedeschi?
Su questo punto, faccio mie le parole del giornalista Paolo Barnard: «Deflazione Economica Imposta dall’Euro: le nostre aziende affogano,
quindi le banche italiane strangolano le aziende italiane perché sono in
difficoltà, e arrivano i tedeschi a papparsi i nostri marchi di prestigio a due
soldi, e le banche italiane ci fanno affari.»
La
rivelazione fa ancora più rabbia se si ricorda quanto emerso nel 2011 da un articolo del Corriere della Sera, in cui Massimo Mucchetti, attuale deputato
del Pd, faceva notare come già la stessa Cassa Depositi e Prestiti tedesca,
banca pubblica con capitale interamente pubblico, prestasse denaro in grandi
quantità coprendolo con titoli obbligazionari, senza che tutto ciò venisse
conteggiato nel debito pubblico tedesco, come invece avviene per i crediti della
nostra Cassa Depositi e Prestiti, peraltro a capitale misto pubblico-privato.
L’articolo del Financial si conclude così: “Stefan
Brandes, managing partner per l'Italia di Rödl
& Partner, la società di servizi professionali che ha effettuato
l'indagine, afferma: «La
tendenza è di comprare il partner italiano – può essere il distributore o un
cliente o un fornitore – che probabilmente ha qualche tipo di difficoltà, ma ha
buoni servizi.»
Norbert Pudzich, consigliere delegato della camera di
Commercio tedesco-italiana di Milano, dice che anche prima della recessione le
aziende italiane avevano difficoltà ad ottenere credito, perché manca una
stretta relazione con una "banca del territorio", di cui le piccole e
medie società tedesche possono invece godere.
La recessione ha anche peggiorato il problema dei ritardi
nei pagamenti. Mr. Pudzich spiega: «In
Italia, il tempo standard per i pagamenti è di 90-100 giorni. Se il debitore è
lo stato, sono 180 giorni. Ora, a causa dell'indebitamento dello Stato, è a 200
giorni o anche più.»”
Falsificazione della Storia: la sinistra ci riprova (e ci riuscirà ancora)
Partita la fase due della sedicente operazione "pulizia Italia": deberlusconizzare il paese. Il modo per realizzarlo è sempre il solito: la manipolazione della memoria, uno dei più proficui core business della sinistra
"Sono passati due mesi dalla decadenza di Berlusconi e il
tanto atteso ingresso nella Terza Repubblica (quella di Repubblica e della
Bocassini), stenta a realizzarsi. L’Italia indignata e civile, moralista e
antropologicamente superiore che pensava di essersi tolta finalmente di mezzo
il Cavaliere, ora si ritrova a ricordare i 20 anni di Forza Italia e a
discutere delle incredibili foto del Sunday Times che di colpo rendono le rughe
di Berlusconi più giovani, affascinanti e vere dei giubbotti di Renzi e delle
mutande di Travaglio. Niente da fare, l’Italia di Letta e di Napolitano, dei
maggiordomi di Bruxelles e dei salotti radical-chic, della Littizzetto e dei
grillini, insomma l’Italia che piace alla gente che si piace, non riesce a
cavare un ragno dal buco.
Per questo la fase due dell’operazione “pulizia Italia” sarà provare a deberlusconizzare il paese, secondo il cronoprogramma che magistratura e intellettuali si sono dati; ed il modo per realizzarlo è sempre il solito: la manipolazione della memoria, uno dei più proficui core business della sinistra. Ecco perché questurini, sessuofobi, giustizialisti e paranoici travestiti da “giornalisti democratici” stanno provando a ridurre la complessità del berlusconismo (e anche i suoi errori politici, per carità) a Ruby ed Agrama, per trasformare vent’anni di storia democratica in una storia criminale.
Eppure c’è una storia del berlusconismo che ancora deve essere raccontata e i cui pezzi danno l’immagine di questi 20 anni non proprio da buttare via se confrontati con quelli dell’Italia inginocchiata all’eurocrazia o scodinzolante davanti ad una magistratura ormai casta autoreferenziale: è una storia fatta di episodi, di frammenti storici, di brevi narrazioni, di immagini che narrano ciò che poteva essere quella “rivoluzione liberale” che non è stata.
È la storia di come Berlusconi cambiò l’economia italiana dando ricchezza con le sue imprese ad un paese depredato per 50 anni da capitalisti di Stato, famiglie confindustriali, banchieri di partito e grigi tecnocrati.
È la storia di come ha saputo trasformare il nostro immaginario simbolico che i comunisti alla Berlinguer volevano ancora in bianco e nero, perché per loro addirittura la tv a colori era un maleficio del capitalismo; o di come ha cambiato la politica inventando quel bipolarismo (imperfetto quanto vogliamo) che ha dato ai cittadini la possibilità di scegliere chi li governa.
È la storia, ad esempio, di quella straordinaria standing ovation di oltre un
minuto con cui, nel 2006, il Congresso americano in seduta plenaria salutò il
discorso da statista di Silvio Berlusconi, unico leader occidentale a ricevere
un’accoglienza del genere. È la storia delle rivelazioni di Wikileaks che
spiegarono come fu la mediazione del Cavaliere ad impedire che, con la crisi
della Georgia, scoppiasse una guerra tra Putin e l’Occidente; o ancora quella
delle parole di Donald Rumsfield, il potente segretario di Stato americano
dell’era Bush, quando fece intendere che fu grazie al leader italiano se
Gheddafi rinunciò al nucleare ed evitammo di trovarci con un Iran nel cuore del
Mediterraneo.Per questo la fase due dell’operazione “pulizia Italia” sarà provare a deberlusconizzare il paese, secondo il cronoprogramma che magistratura e intellettuali si sono dati; ed il modo per realizzarlo è sempre il solito: la manipolazione della memoria, uno dei più proficui core business della sinistra. Ecco perché questurini, sessuofobi, giustizialisti e paranoici travestiti da “giornalisti democratici” stanno provando a ridurre la complessità del berlusconismo (e anche i suoi errori politici, per carità) a Ruby ed Agrama, per trasformare vent’anni di storia democratica in una storia criminale.
Eppure c’è una storia del berlusconismo che ancora deve essere raccontata e i cui pezzi danno l’immagine di questi 20 anni non proprio da buttare via se confrontati con quelli dell’Italia inginocchiata all’eurocrazia o scodinzolante davanti ad una magistratura ormai casta autoreferenziale: è una storia fatta di episodi, di frammenti storici, di brevi narrazioni, di immagini che narrano ciò che poteva essere quella “rivoluzione liberale” che non è stata.
È la storia di come Berlusconi cambiò l’economia italiana dando ricchezza con le sue imprese ad un paese depredato per 50 anni da capitalisti di Stato, famiglie confindustriali, banchieri di partito e grigi tecnocrati.
È la storia di come ha saputo trasformare il nostro immaginario simbolico che i comunisti alla Berlinguer volevano ancora in bianco e nero, perché per loro addirittura la tv a colori era un maleficio del capitalismo; o di come ha cambiato la politica inventando quel bipolarismo (imperfetto quanto vogliamo) che ha dato ai cittadini la possibilità di scegliere chi li governa.
Con l’eliminazione per via giudiziaria del più importante leader democratico
degli ultimi 20 anni, la sinistra italiana non ha aperto solo una ferita alla
sovranità della politica; sta anche cercando di raccontare un’altra storia che
possa giustificare il suo fallimento storico e legittimare questa nuova
politica di maggiordomi dell’europeismo e servitor cortesi di uno statalismo
parassita. A guardare questi giorni, non è detto che ce la faccia."
Articolo di Giampaolo Rossi pubblicato sul blog Qelsi.it. (Titolo originale: "L'altra storia del berlusconismo")
Altro che populismo: la contestazione anti-Euro ha basi scientifiche
"Deriva nazionalista" o "populista": con queste espressioni vuote di senso si cerca di liquidare sbrigativamente un fronte culturale alimentato dalle teorie di fior di studiosi, che hanno aperto gli occhi alla gente dopo 30 anni di lavaggio del cervello
Secondo Napolitano si tratta di "una pericolosa deriva nazionalista e populista", secondo Letta "sono movimenti che lasciano solo macerie". L'oggetto di queste due recenti dichiarazioni sono le correnti di pensiero, i movimenti sociali, i partiti politici anti-Euro, che si stanno facendo largo nel continente in maniera sempre più dirompente.
In realtà, a Letta verrebbe da rispondere che le macerie, semmai, sono quelle lasciate proprio dal sistema-euro, mentre a Napolitano bisognerebbe ricordare che il vezzo di liquidare sbrigativamente le idee diverse attraverso le espressioni usate da lui (e non solo da lui), nasconde due pesanti lacune, una più gigantesca dell'altra: una grave carenza di argomenti con cui eventualmente contrastare i critici della moneta unica; un metodo di comunicazione che ha come obiettivo il lavaggio del cervello, perché la gente comune capisce che la parola "deriva" è un qualcosa di negativo, tanto più se pronunciata dal presidente della Repubblica... Caro presidente: alla deriva, semmai, stanno andando le istituzioni, abbarbicate nella difesa di un qualcosa di indifendibile.
In realtà, Napolitano sa benissimo che il fronte anti-Euro è alimentato da teorie validissime formulate da fior di studiosi, addirittura da premi Nobel, e poi divulgate, grazie soprattutto alla Rete, da operatori dell'informazione a vario titolo, alcuni dei quali molto autorevoli.
Parecchie di queste fonti - dagli studiosi dell'americana Mosler Economics agli economisti italiani Alberto Bagnai e Claudio Borghi Aquilini, dai giornalisti anti-sistema come Paolo Barnard e Andrew Spannaus a quelli specializzati in economia come Ernesto Preatoni - sono state più volte menzionate su questo blog e sulla pagina facebook con decine di articoli.
In particolare, le teorie della Mosler Economics Modern Money Theory (Me-Mmt) sono quelle che presentano la maggiore carica distruttiva per il sistema-Euro. Questa scuola di economia di cui fa parte anche un premio Nobel come Paul Krugman, e le cui idee sono diffuse in Italia dal giornalista Paolo Barnard, ha dimostrato in maniera incontrovertibile che un sistema in cui uno Stato non può emettere la moneta e può ottenerla soltanto dal prelievo fiscale o, al limite, chiederla in prestito ai mercati finanziari, è in realtà un'invenzione diabolica per imprigionare gli Stati democratici in una camicia di forza, lasciandoli alla mercé dei mercati finanziari e delle grandi multinazionali, che si ritrovano un esercito di lavoratori sottoccupati e disoccupati disponibili a basso costo, oltre che aziende pubbliche e private in vendita a prezzi di saldo. La Me-Mmt ha dimostrato inoltre che il famigerato "debito pubblico" non solo non è e non è mai stato un problema, dal momento che il debito dello Stato corrisponde al centesimo alla ricchezza dei suoi cittadini; ma anche che il concetto stesso di "debito pubblico" non ha senso, visto che al debito dello Stato corrisponde un uguale credito, in moltissimi casi detenuto da comuni cittadini.
La Me-Mmt ha dimostrato infine che l'inflazione è uno spauracchio agitato spesso a sproposito, o meglio, col proposito preciso di giustificare le politiche di austerità, e in quest'ottica fa capire che è di gran lunga preferibile avere un bassissimo tasso di disoccupazione e un'inflazione un po' più alta, piuttosto che avere un'inflazione contenuta con tassi di disoccupazione a due cifre.
In pratica qui stiamo parlando della demolizione di un sistema di abbindolamento che è stato portato avanti per oltre trent'anni, ovvero da quando, in Italia e non solo, è scoppiata l'isteria da deficit. Invito perciò i lettori a leggere e a studiare, perché purtroppo l'economia continua ad essere un campo di studio riservato a pochi specialisti, mentre oggi dovrebbe essere al primo posto nel bagaglio culturale di elettori ben informati. Di seguito riporto alcuni miei articoli utili allo scopo: Capire perché questo Euro ci ridurrà alla fame; Uscire dal pantano dell'Euro è possibile: ecco come; Debito pubblico, ovvero l'asservimento di una nazione. Per avere informazioni più dettagliate e meglio documentate, invito poi a visitare i siti personali di Claudio Borghi Aquilini, Alberto Bagnai, Ernesto Preatoni e soprattutto di Paolo Barnard i cui interventi, per chi trovasse pesante la lettura, si possono trovare anche su "You Tube" in decine di filmati. Sarebbe infine altamente istruttivo leggere il libro "Il più grande crimine", 85 pagine che si possono scaricare gratuitamente da Internet.
C'è solo l'imbarazzo della scelta. L'ostilità verso l'Euro non è affatto una deriva, ma una ribellione tra le più scientificamente fondate che si ricordino.
Secondo Napolitano si tratta di "una pericolosa deriva nazionalista e populista", secondo Letta "sono movimenti che lasciano solo macerie". L'oggetto di queste due recenti dichiarazioni sono le correnti di pensiero, i movimenti sociali, i partiti politici anti-Euro, che si stanno facendo largo nel continente in maniera sempre più dirompente.
In realtà, a Letta verrebbe da rispondere che le macerie, semmai, sono quelle lasciate proprio dal sistema-euro, mentre a Napolitano bisognerebbe ricordare che il vezzo di liquidare sbrigativamente le idee diverse attraverso le espressioni usate da lui (e non solo da lui), nasconde due pesanti lacune, una più gigantesca dell'altra: una grave carenza di argomenti con cui eventualmente contrastare i critici della moneta unica; un metodo di comunicazione che ha come obiettivo il lavaggio del cervello, perché la gente comune capisce che la parola "deriva" è un qualcosa di negativo, tanto più se pronunciata dal presidente della Repubblica... Caro presidente: alla deriva, semmai, stanno andando le istituzioni, abbarbicate nella difesa di un qualcosa di indifendibile.
In realtà, Napolitano sa benissimo che il fronte anti-Euro è alimentato da teorie validissime formulate da fior di studiosi, addirittura da premi Nobel, e poi divulgate, grazie soprattutto alla Rete, da operatori dell'informazione a vario titolo, alcuni dei quali molto autorevoli.
Parecchie di queste fonti - dagli studiosi dell'americana Mosler Economics agli economisti italiani Alberto Bagnai e Claudio Borghi Aquilini, dai giornalisti anti-sistema come Paolo Barnard e Andrew Spannaus a quelli specializzati in economia come Ernesto Preatoni - sono state più volte menzionate su questo blog e sulla pagina facebook con decine di articoli.
In particolare, le teorie della Mosler Economics Modern Money Theory (Me-Mmt) sono quelle che presentano la maggiore carica distruttiva per il sistema-Euro. Questa scuola di economia di cui fa parte anche un premio Nobel come Paul Krugman, e le cui idee sono diffuse in Italia dal giornalista Paolo Barnard, ha dimostrato in maniera incontrovertibile che un sistema in cui uno Stato non può emettere la moneta e può ottenerla soltanto dal prelievo fiscale o, al limite, chiederla in prestito ai mercati finanziari, è in realtà un'invenzione diabolica per imprigionare gli Stati democratici in una camicia di forza, lasciandoli alla mercé dei mercati finanziari e delle grandi multinazionali, che si ritrovano un esercito di lavoratori sottoccupati e disoccupati disponibili a basso costo, oltre che aziende pubbliche e private in vendita a prezzi di saldo. La Me-Mmt ha dimostrato inoltre che il famigerato "debito pubblico" non solo non è e non è mai stato un problema, dal momento che il debito dello Stato corrisponde al centesimo alla ricchezza dei suoi cittadini; ma anche che il concetto stesso di "debito pubblico" non ha senso, visto che al debito dello Stato corrisponde un uguale credito, in moltissimi casi detenuto da comuni cittadini.
La Me-Mmt ha dimostrato infine che l'inflazione è uno spauracchio agitato spesso a sproposito, o meglio, col proposito preciso di giustificare le politiche di austerità, e in quest'ottica fa capire che è di gran lunga preferibile avere un bassissimo tasso di disoccupazione e un'inflazione un po' più alta, piuttosto che avere un'inflazione contenuta con tassi di disoccupazione a due cifre.
In pratica qui stiamo parlando della demolizione di un sistema di abbindolamento che è stato portato avanti per oltre trent'anni, ovvero da quando, in Italia e non solo, è scoppiata l'isteria da deficit. Invito perciò i lettori a leggere e a studiare, perché purtroppo l'economia continua ad essere un campo di studio riservato a pochi specialisti, mentre oggi dovrebbe essere al primo posto nel bagaglio culturale di elettori ben informati. Di seguito riporto alcuni miei articoli utili allo scopo: Capire perché questo Euro ci ridurrà alla fame; Uscire dal pantano dell'Euro è possibile: ecco come; Debito pubblico, ovvero l'asservimento di una nazione. Per avere informazioni più dettagliate e meglio documentate, invito poi a visitare i siti personali di Claudio Borghi Aquilini, Alberto Bagnai, Ernesto Preatoni e soprattutto di Paolo Barnard i cui interventi, per chi trovasse pesante la lettura, si possono trovare anche su "You Tube" in decine di filmati. Sarebbe infine altamente istruttivo leggere il libro "Il più grande crimine", 85 pagine che si possono scaricare gratuitamente da Internet.
C'è solo l'imbarazzo della scelta. L'ostilità verso l'Euro non è affatto una deriva, ma una ribellione tra le più scientificamente fondate che si ricordino.
Questa è la fine di chi si schiera contro la sinistra
Da Craxi ad Andreotti, fino a Berlusconi, in Italia il destino di chi si oppone alla sinistra è ineluttabile. Mentre i comunisti o ex tali rimangono sempre immacolati, gli avversari, in un modo o nell'altro, finiscono alla sbarra
Probabilmente questa è la volta buona che la sinistra si liberi di Berlusconi. Ovviamente non alle urne, ma a colpi di sentenze giudiziarie e di tribunali parlamentari, come nella migliore tradizione italiana.
Non può sfuggire il fatto che il destino del Cavaliere sia molto simile a quello di due suoi illustri predecessori, due leader che durante la Prima Repubblica fecero dell'anticomunismo la loro bandiera, anche se non in maniera così viscerale come Berlusconi. Parliamo in ogni caso di tre oppositori tenaci della sinistra comunista, post-comunista e catto-comunista, che li ha visti sempre come irriducibili avversari, o meglio ancora, nemici. Anche perché alla sinistra, questi tre, hanno rifilato numerose batoste elettorali, a cominciare dal Cav, quasi un tabù, per non dire un incubo, nell'ultimo ventennio.
Il modo in cui è stato eliminato Berlusconi, ovvero con un combinato di persecuzione giudiziaria e giustizialismo parlamentare (e con un'applicazione retroattiva della legge sull'ineleggibilità a dir poco frettolosa, considerando che la Corte europea di Strasburgo potrebbe accogliere il ricorso dell'ex premier), ricorda molto da vicino sia la guerra giudiziaria a Craxi che le sconvolgenti accuse piovute su Andreotti.
Il primo fu trasformato dalla sinistra nel simbolo supremo della corruzione all'epoca di "Tangentopoli" e "Mani pulite"; il secondo invece fu travolto da accuse ai limiti dell'incredibile, come quelle rivoltegli da alcuni "pentiti" di mafia e che avrebbero dovuto dimostrare non già la sua vicinanza alla mafia, ma che era addirittura un affiliato ("puntutu", come disse un pentito). A queste si aggiunse l'accusa di essere stato il mandante di alcune delle più sanguinarie stragi terroristiche, non esclusa quella di via Fani. Nei processi è stato confermato a malapena il 5 per cento di tutto ciò, ma l'immagine di Andreotti (che comunque non ha scontato neanche un giorno di galera) è stata irrimediabilmente compromessa.
Craxi, invece, per sfuggire al carcere dovette scappare in Tunisia, dove poi sarebbe morto qualche anno dopo. Una fine orribile per un socialista fermamente anticomunista, e che dalla sinistra fu ricambiato con un odio tremendo, come dimostrò il lancio di monetine con cui fu bersagliato - non appena uscita la notizia dell'avviso di garanzia - all'uscita dell'hotel Raphael da alcuni militanti del Pds, che ancora ignoravano (e forse ignorano tuttora) le malefatte dei propri dirigenti e rappresentanti.
Ma dove era nata questa caccia ai nemici della sinistra? Tutto era cominciato alla fine degli anni '70 con la lotta al terrorismo, al termine della quale una parte della magistratura acquisì consapevolezza del proprio peso politico, maturando l'idea di una via giudiziaria al socialismo. Non sappiamo se ciò avvenne in combutta con lo stesso Pci, ma di sicuro la classe politica si lasciò scavalcare dalla magistratura, e quando se ne rese conto era ormai troppo tardi. Per dirla con l'ex magistrato Luciano Violante, uno dei fondatori del Pd, "la politica delegò alla magistratura questioni che erano di competenza della politica". Quando poi cadde il Muro di Berlino (1989) e svanì il pericolo sovietico, venne meno anche il ruolo di sentinelle anticomuniste ricoperto fino a quel momento dai partiti come la Democrazia Cristiana, e così quella parte della magistratura di cui sopra poté scatenare la lotta contro la corruzione, dalla quale ovviamente fu quasi totalmente risparmiato il Pci-Pds. A farne le spese, infatti, furono solo gli esponenti del pentapartito (Dci, Psi, Pli, Psdi, Pri), tanto che a colpi di inchieste e di arresti un'intera classe politica fu spazzata via, lasciando campo libero ai comunisti o ex tali.
Berlusconi, all'inizio, come altri importanti editori, era un alleato dei magistrati del pool di Milano, visto che possedeva televisioni e giornali, ossia delle armi letali, se ben combinate con le inchieste giudiziarie. Quello che però i magistrati non avevano previsto era che Berlusconi scendesse in campo proprio contro la sinistra, ovvero contro l'unico partito superstite e quindi già arci-sicuro di vincere. Da quel momento divenne lui il nemico numero uno, in una caccia che è durata vent'anni, e che forse ancora non è finita, anche perché il Cavaliere è sempre riuscito a difendersi non con le leggi ad personam, come blaterano i comunisti, ma con le armi della democrazia, cioé prendendo i voti che per ben tre volte gli hanno consentito di andare al governo.
Detta così, potrebbe sembrare che l'Italia sia divisa in due: da una parte la sinistra e dall'altra i ladri e i corrotti. Sbagliato. Non solo perché i comunisti, per loro stessa ammissione, avevano ricevuto finanziamenti dall'Urss, ossia da un nemico militare dell'Occidente e dell'Italia, contro cui teneva puntati i missili, il che prefigurava un reato di eversione contro lo Stato da cui il Pci si salvò grazie all'amnistia del 1989 (si legga l'articolo L'amnistia del 1989 che salvò il Partito comunista); non solo perché nel sistema di tangenti i comunisti erano dentro fino al collo (si legga, per esempio, il seguente articolo); ma soprattutto perché il comunismo italiano è stato un inganno grande come una casa, come dimostrano i tappeti rossi stesi fin dagli anni '70 all'alta finanza mondiale e alle grandi multinazionali, che con il Pci avevano un rapporto privilegiato (si leggano i seguenti articoli: 1 e 2). D'altra parte, la svendita dell'Italia al capitale di rapina, avvenuta prima con le privatizzazioni selvagge degli anni '90, poi con l'ingresso nel sistema-Euro, vede nella sinistra l'artefice assoluto, come spiega benissimo il giornalista di sinistra Paolo Barnard nel suo Il più grande crimine o come si può vedere in questo breve filmato. E ci sarebbero ancora le coop rosse e le banche, tutta roba in confronto alla quale Berlusconi sembra un dilettante allo sbaraglio.
Resta il fatto che, mentre a sinistra rimangono miracolosamente immacolati, coloro che alla sinistra si oppongono finiscono alla sbarra, prima o dopo. In Italia funziona così. Se vuoi sfuggire all'ineluttabile destino, c'è una sola possibilità: dichiararti amico della sinistra, in modo da ottenere l'amnistia giudiziaria e quella storico-culturale. Gli esempi vanno da De Mita a Casini, da Fini ad Alfano, solo per citare i più celebri. E chissà quanti altri ancora ne arriveranno.
Probabilmente questa è la volta buona che la sinistra si liberi di Berlusconi. Ovviamente non alle urne, ma a colpi di sentenze giudiziarie e di tribunali parlamentari, come nella migliore tradizione italiana.
Non può sfuggire il fatto che il destino del Cavaliere sia molto simile a quello di due suoi illustri predecessori, due leader che durante la Prima Repubblica fecero dell'anticomunismo la loro bandiera, anche se non in maniera così viscerale come Berlusconi. Parliamo in ogni caso di tre oppositori tenaci della sinistra comunista, post-comunista e catto-comunista, che li ha visti sempre come irriducibili avversari, o meglio ancora, nemici. Anche perché alla sinistra, questi tre, hanno rifilato numerose batoste elettorali, a cominciare dal Cav, quasi un tabù, per non dire un incubo, nell'ultimo ventennio.
Il modo in cui è stato eliminato Berlusconi, ovvero con un combinato di persecuzione giudiziaria e giustizialismo parlamentare (e con un'applicazione retroattiva della legge sull'ineleggibilità a dir poco frettolosa, considerando che la Corte europea di Strasburgo potrebbe accogliere il ricorso dell'ex premier), ricorda molto da vicino sia la guerra giudiziaria a Craxi che le sconvolgenti accuse piovute su Andreotti.
Il primo fu trasformato dalla sinistra nel simbolo supremo della corruzione all'epoca di "Tangentopoli" e "Mani pulite"; il secondo invece fu travolto da accuse ai limiti dell'incredibile, come quelle rivoltegli da alcuni "pentiti" di mafia e che avrebbero dovuto dimostrare non già la sua vicinanza alla mafia, ma che era addirittura un affiliato ("puntutu", come disse un pentito). A queste si aggiunse l'accusa di essere stato il mandante di alcune delle più sanguinarie stragi terroristiche, non esclusa quella di via Fani. Nei processi è stato confermato a malapena il 5 per cento di tutto ciò, ma l'immagine di Andreotti (che comunque non ha scontato neanche un giorno di galera) è stata irrimediabilmente compromessa.
Craxi, invece, per sfuggire al carcere dovette scappare in Tunisia, dove poi sarebbe morto qualche anno dopo. Una fine orribile per un socialista fermamente anticomunista, e che dalla sinistra fu ricambiato con un odio tremendo, come dimostrò il lancio di monetine con cui fu bersagliato - non appena uscita la notizia dell'avviso di garanzia - all'uscita dell'hotel Raphael da alcuni militanti del Pds, che ancora ignoravano (e forse ignorano tuttora) le malefatte dei propri dirigenti e rappresentanti.
Ma dove era nata questa caccia ai nemici della sinistra? Tutto era cominciato alla fine degli anni '70 con la lotta al terrorismo, al termine della quale una parte della magistratura acquisì consapevolezza del proprio peso politico, maturando l'idea di una via giudiziaria al socialismo. Non sappiamo se ciò avvenne in combutta con lo stesso Pci, ma di sicuro la classe politica si lasciò scavalcare dalla magistratura, e quando se ne rese conto era ormai troppo tardi. Per dirla con l'ex magistrato Luciano Violante, uno dei fondatori del Pd, "la politica delegò alla magistratura questioni che erano di competenza della politica". Quando poi cadde il Muro di Berlino (1989) e svanì il pericolo sovietico, venne meno anche il ruolo di sentinelle anticomuniste ricoperto fino a quel momento dai partiti come la Democrazia Cristiana, e così quella parte della magistratura di cui sopra poté scatenare la lotta contro la corruzione, dalla quale ovviamente fu quasi totalmente risparmiato il Pci-Pds. A farne le spese, infatti, furono solo gli esponenti del pentapartito (Dci, Psi, Pli, Psdi, Pri), tanto che a colpi di inchieste e di arresti un'intera classe politica fu spazzata via, lasciando campo libero ai comunisti o ex tali.
Berlusconi, all'inizio, come altri importanti editori, era un alleato dei magistrati del pool di Milano, visto che possedeva televisioni e giornali, ossia delle armi letali, se ben combinate con le inchieste giudiziarie. Quello che però i magistrati non avevano previsto era che Berlusconi scendesse in campo proprio contro la sinistra, ovvero contro l'unico partito superstite e quindi già arci-sicuro di vincere. Da quel momento divenne lui il nemico numero uno, in una caccia che è durata vent'anni, e che forse ancora non è finita, anche perché il Cavaliere è sempre riuscito a difendersi non con le leggi ad personam, come blaterano i comunisti, ma con le armi della democrazia, cioé prendendo i voti che per ben tre volte gli hanno consentito di andare al governo.
Detta così, potrebbe sembrare che l'Italia sia divisa in due: da una parte la sinistra e dall'altra i ladri e i corrotti. Sbagliato. Non solo perché i comunisti, per loro stessa ammissione, avevano ricevuto finanziamenti dall'Urss, ossia da un nemico militare dell'Occidente e dell'Italia, contro cui teneva puntati i missili, il che prefigurava un reato di eversione contro lo Stato da cui il Pci si salvò grazie all'amnistia del 1989 (si legga l'articolo L'amnistia del 1989 che salvò il Partito comunista); non solo perché nel sistema di tangenti i comunisti erano dentro fino al collo (si legga, per esempio, il seguente articolo); ma soprattutto perché il comunismo italiano è stato un inganno grande come una casa, come dimostrano i tappeti rossi stesi fin dagli anni '70 all'alta finanza mondiale e alle grandi multinazionali, che con il Pci avevano un rapporto privilegiato (si leggano i seguenti articoli: 1 e 2). D'altra parte, la svendita dell'Italia al capitale di rapina, avvenuta prima con le privatizzazioni selvagge degli anni '90, poi con l'ingresso nel sistema-Euro, vede nella sinistra l'artefice assoluto, come spiega benissimo il giornalista di sinistra Paolo Barnard nel suo Il più grande crimine o come si può vedere in questo breve filmato. E ci sarebbero ancora le coop rosse e le banche, tutta roba in confronto alla quale Berlusconi sembra un dilettante allo sbaraglio.
Resta il fatto che, mentre a sinistra rimangono miracolosamente immacolati, coloro che alla sinistra si oppongono finiscono alla sbarra, prima o dopo. In Italia funziona così. Se vuoi sfuggire all'ineluttabile destino, c'è una sola possibilità: dichiararti amico della sinistra, in modo da ottenere l'amnistia giudiziaria e quella storico-culturale. Gli esempi vanno da De Mita a Casini, da Fini ad Alfano, solo per citare i più celebri. E chissà quanti altri ancora ne arriveranno.
L'amnistia del 1989 che salvò il Partito Comunista
Il provvedimento di clemenza varato 24 anni fa estinse reati come il finanziamento illecito ai partiti. Così i dirigenti del Pci evitarono di essere perseguiti per il denaro ricevuto dall'Urss e per le tangenti sul commercio Est-Ovest
Alla superiorità morale del Partito Comunista tanto sbandierata da Enrico Berlinguer ormai non crede più nessuno, anche perché sarebbe sufficiente analizzare i legami del Pci con il mondo dell'imprenditoria e della finanza più a fondo di quanto non fecero i magistrati dell'epoca di "Mani pulite", per comprendere che in realtà nel sistema marcio della prima repubblica i comunisti avevano un ruolo tutt'altro che secondario.
Ma visto che in questi giorni si discute di amnistia, è utile anche ricordare un altro episodio illuminante (e troppo spesso trascurato) legato proprio all'ultimo provvedimento di clemenza adottato dal parlamento nel lontano 24 ottobre 1989. L'amnistia altro non è che una causa di estinzione del reato e consiste nella rinuncia, da parte dello Stato, a perseguire determinati reati. Si tratta di un provvedimento generale di clemenza, ispirato, almeno originariamente, a ragioni di opportunità politica e pacificazione sociale, ma può essere adottato anche per risolvere il problema del sovraffollamento carcerario. Occorre ricordare che, mentre l'amnistia estingue il reato, che quindi è come se non fosse mai stato commesso, l'indulto estingue solo la pena.
All'epoca, tra i reati cancellati, ci fu anche quello legato al finanziamento occulto ai partiti, senza cioè registrazione a bilancio. Ne beneficiarono tutti, compreso il Pci-Pds che, per stessa ammissione dei dirigenti, aveva ricevuto sussidi dal Partito Comunista sovietico, quindi dall'Urss, ovvero da uno stato nemico militare dell'Occidente e dell'Italia, contro cui teneva puntati i missili. Ricevere finanziamenti di questo tipo significa essere sul piano dell'eversione. In un estratto di un articolo pubblicato anni fa sul sito old.radicali.it, si possono conoscere meglio i dettagli:
"L’art. 2 comma 1 concede l’amnistia per 'le false fatturazioni a proposito di attività commerciali svolte da enti pubblici e privati diversi dalle società che non hanno per oggetto esclusivo o principale l’esercizio di attività commerciali', fra cui rientrano, com’è ovvio, proprio i partiti e i sindacati.
Ma soprattutto questa legge stabilisce all’art.1 comma A l’amnistia per i reati non finanziari con pena edittale non superiore a 4 anni, fra cui, guarda caso, rientrano quelli previsti dalla legge del 195/1974 sul finanziamento pubblico della politica, che sanzionava con pene proprio fino a 4 anni di reclusione chiunque avesse dato o percepito finanziamenti da parte di società pubbliche e private senza registrazione a bilancio. Questa legge portò all’amnistia dei reati commessi fino al 24 ottobre 1989, e si noti che l’impossibilità per le Procure di perseguire tali fattispecie criminose ha comportato spesso anche l’impossibilità di disvelare reati più gravi (come concussione, corruzione e ricettazione) non soggetti ad amnistia e spesso associati ai primi nelle inchieste di Tangentopoli.
(...) Ora, è fatto noto, ed ammesso dagli stessi responsabili, che il PCI abbia percepito per anni finanziamenti esteri da parte del PCUS: proprio nel 1989, la Procura di Roma stava svolgendo indagini che naturalmente, a seguito dell’approvazione di quella legge, si interruppero. E tra l’altro l’ex PCI dichiarò che i finanziamenti dall’URSS erano proseguiti proprio fino al 1989, e non pare proprio un caso. E’ difficile ricordare un provvedimento più tempestivo…"
La scappatoia, però, non salvò il Pci-Pds solo da possibili inchieste sui rubli di Mosca, ma anche da altre indagini sulle tangenti sull'import-export di acciaio tra Europa occidentale e orientale. Chissà se i militanti di sinistra che lanciarono le monetine a Craxi nel 1992 erano a conoscenza di tutto ciò. Difficile. Su "Il Giornale", nel 2006, furono rivelati i dettagli di quelle operazioni illecite:
"È la procura di Torino che invece ebbe a indagare per prima sulla Eumit Intereurotrade (Euro union metal italiana Torino) ossia una società che promuoveva import-export di acciai con i paesi comunisti. Un classico del Pci vecchia maniera: la società era stata fondata nel 1974 dal Partito comunista e da una banca della Germania Est, la Deutsche Handelsbank, ovviamente sotto locchio attento del servizio segreto Stasi. Poi il fascicolo confluì a Milano e in mille altri rivoli: con ciò divenendo un dedalo di cui si è sempre scritto e capito poco, complice la spaventosa difficoltà di raccogliere documentazioni oltrecortina; senza contare che una banca austriaca, in particolare, non ha mai risposto alle rogatorie chieste dalla Procura di Milano, e questo senza che il Pool scatenasse il finimondo. Non si tratta di cifre da poco, ma di qualcosa come sedici miliardi di lire che sono passati dalla Eumit al Pci tra il 1983 al 1989, estero su estero: i reati prospettati furono frode fiscale, bancarotta fraudolenta e finanziamento illecito al partito; gli indagati furono Achille Occhetto, Renato Pollini e Marcello Stefanini. Un prestanome del caso, certo Brenno Ramazzotti, ex funzionario del Pci, faceva la parte del Greganti di turno.
(...) Per farla breve: come ricostruì la Procura di Torino, "realmente vi furono illecite erogazioni da Eumit al Pci, il cui segretario era allora l'on. Achille Occhetto, e i segretari responsabili erano allora sia Stefanini sia Pollini. Tanto è attestato dalla logica, dal riscontro documentale, dalle univoche risultanze della rogatoria in ambito della Ddr". La Eumit era una società autentica che faceva profitti autentici, beninteso: ma sino al 1989, ossia sino al crollo della cortina di ferro, rappresentava una sorta di passaggio obbligato per tutte le imprese italiane che volevano fare affari con lEst: bisognava passare di lì e pagare una commessa, una tangente, un pizzo che poi finiva al Partito. Tutto questo è appurato nelle sentenze, al pari della sussistenza di un finanziamento illecito che tuttavia «cessò prima della fine del 1989, data in cui la funzione di illecito strumento di erogazione della ricchezza di Eumit venne meno»; senza contare la nota amnistia che vi fu nello stesso anno. Nella sentenza di archiviazione dellestate 2000, non si ravvisano i reati di falso in bilancio e bancarotta, ma per tutto il resto (corruzione, finanziamento illecito, reati fiscali) intervennero la prescrizione e l'amnistia."
Alla superiorità morale del Partito Comunista tanto sbandierata da Enrico Berlinguer ormai non crede più nessuno, anche perché sarebbe sufficiente analizzare i legami del Pci con il mondo dell'imprenditoria e della finanza più a fondo di quanto non fecero i magistrati dell'epoca di "Mani pulite", per comprendere che in realtà nel sistema marcio della prima repubblica i comunisti avevano un ruolo tutt'altro che secondario.
Ma visto che in questi giorni si discute di amnistia, è utile anche ricordare un altro episodio illuminante (e troppo spesso trascurato) legato proprio all'ultimo provvedimento di clemenza adottato dal parlamento nel lontano 24 ottobre 1989. L'amnistia altro non è che una causa di estinzione del reato e consiste nella rinuncia, da parte dello Stato, a perseguire determinati reati. Si tratta di un provvedimento generale di clemenza, ispirato, almeno originariamente, a ragioni di opportunità politica e pacificazione sociale, ma può essere adottato anche per risolvere il problema del sovraffollamento carcerario. Occorre ricordare che, mentre l'amnistia estingue il reato, che quindi è come se non fosse mai stato commesso, l'indulto estingue solo la pena.
All'epoca, tra i reati cancellati, ci fu anche quello legato al finanziamento occulto ai partiti, senza cioè registrazione a bilancio. Ne beneficiarono tutti, compreso il Pci-Pds che, per stessa ammissione dei dirigenti, aveva ricevuto sussidi dal Partito Comunista sovietico, quindi dall'Urss, ovvero da uno stato nemico militare dell'Occidente e dell'Italia, contro cui teneva puntati i missili. Ricevere finanziamenti di questo tipo significa essere sul piano dell'eversione. In un estratto di un articolo pubblicato anni fa sul sito old.radicali.it, si possono conoscere meglio i dettagli:
"L’art. 2 comma 1 concede l’amnistia per 'le false fatturazioni a proposito di attività commerciali svolte da enti pubblici e privati diversi dalle società che non hanno per oggetto esclusivo o principale l’esercizio di attività commerciali', fra cui rientrano, com’è ovvio, proprio i partiti e i sindacati.
Ma soprattutto questa legge stabilisce all’art.1 comma A l’amnistia per i reati non finanziari con pena edittale non superiore a 4 anni, fra cui, guarda caso, rientrano quelli previsti dalla legge del 195/1974 sul finanziamento pubblico della politica, che sanzionava con pene proprio fino a 4 anni di reclusione chiunque avesse dato o percepito finanziamenti da parte di società pubbliche e private senza registrazione a bilancio. Questa legge portò all’amnistia dei reati commessi fino al 24 ottobre 1989, e si noti che l’impossibilità per le Procure di perseguire tali fattispecie criminose ha comportato spesso anche l’impossibilità di disvelare reati più gravi (come concussione, corruzione e ricettazione) non soggetti ad amnistia e spesso associati ai primi nelle inchieste di Tangentopoli.
(...) Ora, è fatto noto, ed ammesso dagli stessi responsabili, che il PCI abbia percepito per anni finanziamenti esteri da parte del PCUS: proprio nel 1989, la Procura di Roma stava svolgendo indagini che naturalmente, a seguito dell’approvazione di quella legge, si interruppero. E tra l’altro l’ex PCI dichiarò che i finanziamenti dall’URSS erano proseguiti proprio fino al 1989, e non pare proprio un caso. E’ difficile ricordare un provvedimento più tempestivo…"
La scappatoia, però, non salvò il Pci-Pds solo da possibili inchieste sui rubli di Mosca, ma anche da altre indagini sulle tangenti sull'import-export di acciaio tra Europa occidentale e orientale. Chissà se i militanti di sinistra che lanciarono le monetine a Craxi nel 1992 erano a conoscenza di tutto ciò. Difficile. Su "Il Giornale", nel 2006, furono rivelati i dettagli di quelle operazioni illecite:
"È la procura di Torino che invece ebbe a indagare per prima sulla Eumit Intereurotrade (Euro union metal italiana Torino) ossia una società che promuoveva import-export di acciai con i paesi comunisti. Un classico del Pci vecchia maniera: la società era stata fondata nel 1974 dal Partito comunista e da una banca della Germania Est, la Deutsche Handelsbank, ovviamente sotto locchio attento del servizio segreto Stasi. Poi il fascicolo confluì a Milano e in mille altri rivoli: con ciò divenendo un dedalo di cui si è sempre scritto e capito poco, complice la spaventosa difficoltà di raccogliere documentazioni oltrecortina; senza contare che una banca austriaca, in particolare, non ha mai risposto alle rogatorie chieste dalla Procura di Milano, e questo senza che il Pool scatenasse il finimondo. Non si tratta di cifre da poco, ma di qualcosa come sedici miliardi di lire che sono passati dalla Eumit al Pci tra il 1983 al 1989, estero su estero: i reati prospettati furono frode fiscale, bancarotta fraudolenta e finanziamento illecito al partito; gli indagati furono Achille Occhetto, Renato Pollini e Marcello Stefanini. Un prestanome del caso, certo Brenno Ramazzotti, ex funzionario del Pci, faceva la parte del Greganti di turno.
(...) Per farla breve: come ricostruì la Procura di Torino, "realmente vi furono illecite erogazioni da Eumit al Pci, il cui segretario era allora l'on. Achille Occhetto, e i segretari responsabili erano allora sia Stefanini sia Pollini. Tanto è attestato dalla logica, dal riscontro documentale, dalle univoche risultanze della rogatoria in ambito della Ddr". La Eumit era una società autentica che faceva profitti autentici, beninteso: ma sino al 1989, ossia sino al crollo della cortina di ferro, rappresentava una sorta di passaggio obbligato per tutte le imprese italiane che volevano fare affari con lEst: bisognava passare di lì e pagare una commessa, una tangente, un pizzo che poi finiva al Partito. Tutto questo è appurato nelle sentenze, al pari della sussistenza di un finanziamento illecito che tuttavia «cessò prima della fine del 1989, data in cui la funzione di illecito strumento di erogazione della ricchezza di Eumit venne meno»; senza contare la nota amnistia che vi fu nello stesso anno. Nella sentenza di archiviazione dellestate 2000, non si ravvisano i reati di falso in bilancio e bancarotta, ma per tutto il resto (corruzione, finanziamento illecito, reati fiscali) intervennero la prescrizione e l'amnistia."
Meglio lo sfascio che schiavi di Bruxelles
Il governo Letta era nato per rilanciare l'economia, non per obbedire all'Europa ad ogni sforamento dello zero virgola. Ora prepariamoci a tutto, ma meglio una deflagrazione che una morte lenta e inesorabile
Lo dico subito: non saprei chi votare se si dovesse andare a elezioni anticipate, non riesco a vedere nulla di credibile nel panorama politico e ho le idee assai confuse, come credo la maggior parte degli italiani. Forse il Movimento Cinque Stelle, se veramente mettesse in pratica le tanto sbandierate posizioni antieuro, potrebbe essere l'unica scelta possibile, ma faccio fatica in ogni caso a fidarmi di una forza politica che sembra essere di pura e semplice opposizione.
Fatta questa doverosa premessa, devo dire in tutta franchezza che non riesco proprio a comprendere le misteriose ragioni per le quali molti italiani gridano al disastro, come se la fine del governo Letta fosse motivo di frustrazione, e non, come invece dovrebbe essere, di liberazione. Messo a capo di un esecutivo di larghe intese che avrebbe dovuto rinegoziare con l'eurozona i parametri di bilancio nel tentativo di dare una boccata d'ossigeno ad un'economia in caduta libera, Letta si è limitato invece a seguire le orme di Monti, obbedendo come un cagnolino ai diktat di Bruxelles, dove ogni sforamento dello zero virgola da parte dell'Italia viene visto come un attentato alla stabilità dell'Euro.
I lettori, però, devono smetterla di credere alle favole che raccontano la tv e i giornaloni. Gli intenti degli "amici" europei, in realtà, sono ben altri. Con la scusa della stabilità, costringono il governo italiano a imporre sacrifici sanguinosi ai cittadini, con il risultato di impoverire il paese per poi poterne acquistare più facilmente le industrie pubbliche e private a prezzi di saldo. E c'è inoltre chi si avvantaggia da un'Italia in difficoltà per evidenti ragioni di concorrenza. I Monti e i Letta allora? Sono solo dei burattini? Proprio così. D'altra parte, in mancanza di consenso popolare, non avrebbero alcuna possibilità di guidare un esecutivo se non prestandosi ad agire come uomini di fiducia di Bruxelles e Berlino. I partiti come il Pd e il PdL? Ci vuole poco a mettere loro la museruola, non solo perché anche tra le loro file abbondano persone che rispondono ai tecnocrati europei della Trojka e ai club esclusivi di banchieri e industriali, ma soprattutto perché basta sventolare la minaccia sinistra dello spread (manovrabile a piacimento), che li danneggerebbe enormemente in termini elettorali, per farli desistere dai propositi di "ribellione".
Chi oggi grida alla catastrofe lo fa per opportunismo, per fingere di ergersi a rappresentante della responsabilità. Balle! Con il "meglio a tirare a campare che tirare le cuoia" di andreottiana memoria a cui Letta si stava ispirando, non si campa affatto. L'Italia ha bisogno in questo momento di detassazioni massicce senza vincoli di bilancio troppo restrittivi, perciò non si può assistere per una settimana allo spettacolo deprimente di un premier che ripete fino alla nausea "abbiamo sforato il limite del 3%, dobbiamo assolutamente rientrare". E' un qualcosa che ti fa montare una rabbia furiosa, perché poi i fatti dimostrano che quanto più si aumentano le tasse, più vanno peggio tutti i dati economici: consumi, disoccupazione, produzione industriale, entrate del fisco, debito pubblico. E per dirla tutta, sono stufo anche della solita storia che tutti i mali dell'Italia dipendono dagli stipendi dei politici. Beh, non so come dirvelo, cari lettori, però vi chiedo soltanto: quand'è che la pianteremo con questa stronzata? Quand'è che vi metterete a studiare una buona volta? La politica, sommando tutti i livelli di governo, ci costa 7 miliardi di euro all'anno, sicuramente un po' troppi; ma anche dimezzando questo costo, risparmieremmo 3 miliardi e mezzo, una somma che, in uno Stato che ha una spesa pubblica di 800 miliardi, è il resto del caffè. Ci sono troppi sprechi nella pubblica amministrazione? Ma guarda! E cosa pensate, che negli altri paesi la burocrazia statale non costi nulla, che gli sprechi esistano solo in Italia?
E allora, come facciamo a rispettare i parametri di Maastricht? Per questa domanda ho una risposta volgare e una educata. Ok, opto per quella educata. Semplicemente non vanno rispettati, vanno rifiutati, vanno fatti saltare, devono scomparire dalla vita del nostro paese per sempre. La moneta unica non sovrana è una truffa colossale, un'invenzione diabolica per impedire agli Stati di spendere adoperando le proprie monete nazionali. E uno Stato che non può spendere, o non può indebitarsi, quando la propria economia ne ha bisogno, è uno Stato finito, destinato al fallimento, in balia dei mercati finanziari che possono pretendere qualsiasi interesse sul suo debito perché quello Stato, non avendo una propria moneta, dipende completamente da loro. Ecco dove nasce lo spread e la speculazione, altro che crisi di governo dei miei stivali. Studiate! Ovviamente tutto questo impianto regge se ci sono uno o due Stati-guida che ottengono solo vantaggi da questa situazione. Ogni riferimento alla Germania di Kohl e alla Francia di Mitterand è fortemente voluto.
Su Berlusconi ho un'idea tutta mia di cui parlerò in un prossimo articolo. L'unica cosa certa è che il Cavaliere ormai appartiene al passato e che in Italia bisogna andare oltre i governicchi supini all'euro, ma anche oltre Berlusconi. Se non altro, comunque, ci ha fatto un bel favore togliendoci Letta e Saccomanni dalle scatole. Irresponsabile? Forse, ma per l'Italia oggi è meglio una deflagrazione totale che una morte lenta e inesorabile alla quale comunque siamo condannati se continueremo a seguire le dottrine folli dei trattati europei. D'altra parte, è inutile che il Pd e Letta continuino a prenderci in giro con la storia dell'irresponsabilità: Berlusconi ha dato un contributo fondamentale alla nascita del governo Letta, e ora che è stato condannato, loro tentano di sbatterlo fuori dal Senato prima del tempo rendendo retroattiva la legge sull'incandidabilità, che è una cosa non propria ortodossa, oltre che scorretta nei confronti del principale alleato. In pratica, vorrebbero stare al governo col sostegno di Forza Italia, ma senza avere Berlusconi tra i piedi. Sembra troppo assurda come pretesa, ecco perché ho questo dubbio: chissà se nel Pd non avessero già previsto tutto, espulsione dal Senato, caduta del governo ad opera dei berlusconiani, conseguente rottura con Napolitano e addio grazia per il Cavaliere. Davvero molto responsabili.
Lo dico subito: non saprei chi votare se si dovesse andare a elezioni anticipate, non riesco a vedere nulla di credibile nel panorama politico e ho le idee assai confuse, come credo la maggior parte degli italiani. Forse il Movimento Cinque Stelle, se veramente mettesse in pratica le tanto sbandierate posizioni antieuro, potrebbe essere l'unica scelta possibile, ma faccio fatica in ogni caso a fidarmi di una forza politica che sembra essere di pura e semplice opposizione.
Fatta questa doverosa premessa, devo dire in tutta franchezza che non riesco proprio a comprendere le misteriose ragioni per le quali molti italiani gridano al disastro, come se la fine del governo Letta fosse motivo di frustrazione, e non, come invece dovrebbe essere, di liberazione. Messo a capo di un esecutivo di larghe intese che avrebbe dovuto rinegoziare con l'eurozona i parametri di bilancio nel tentativo di dare una boccata d'ossigeno ad un'economia in caduta libera, Letta si è limitato invece a seguire le orme di Monti, obbedendo come un cagnolino ai diktat di Bruxelles, dove ogni sforamento dello zero virgola da parte dell'Italia viene visto come un attentato alla stabilità dell'Euro.
I lettori, però, devono smetterla di credere alle favole che raccontano la tv e i giornaloni. Gli intenti degli "amici" europei, in realtà, sono ben altri. Con la scusa della stabilità, costringono il governo italiano a imporre sacrifici sanguinosi ai cittadini, con il risultato di impoverire il paese per poi poterne acquistare più facilmente le industrie pubbliche e private a prezzi di saldo. E c'è inoltre chi si avvantaggia da un'Italia in difficoltà per evidenti ragioni di concorrenza. I Monti e i Letta allora? Sono solo dei burattini? Proprio così. D'altra parte, in mancanza di consenso popolare, non avrebbero alcuna possibilità di guidare un esecutivo se non prestandosi ad agire come uomini di fiducia di Bruxelles e Berlino. I partiti come il Pd e il PdL? Ci vuole poco a mettere loro la museruola, non solo perché anche tra le loro file abbondano persone che rispondono ai tecnocrati europei della Trojka e ai club esclusivi di banchieri e industriali, ma soprattutto perché basta sventolare la minaccia sinistra dello spread (manovrabile a piacimento), che li danneggerebbe enormemente in termini elettorali, per farli desistere dai propositi di "ribellione".
Chi oggi grida alla catastrofe lo fa per opportunismo, per fingere di ergersi a rappresentante della responsabilità. Balle! Con il "meglio a tirare a campare che tirare le cuoia" di andreottiana memoria a cui Letta si stava ispirando, non si campa affatto. L'Italia ha bisogno in questo momento di detassazioni massicce senza vincoli di bilancio troppo restrittivi, perciò non si può assistere per una settimana allo spettacolo deprimente di un premier che ripete fino alla nausea "abbiamo sforato il limite del 3%, dobbiamo assolutamente rientrare". E' un qualcosa che ti fa montare una rabbia furiosa, perché poi i fatti dimostrano che quanto più si aumentano le tasse, più vanno peggio tutti i dati economici: consumi, disoccupazione, produzione industriale, entrate del fisco, debito pubblico. E per dirla tutta, sono stufo anche della solita storia che tutti i mali dell'Italia dipendono dagli stipendi dei politici. Beh, non so come dirvelo, cari lettori, però vi chiedo soltanto: quand'è che la pianteremo con questa stronzata? Quand'è che vi metterete a studiare una buona volta? La politica, sommando tutti i livelli di governo, ci costa 7 miliardi di euro all'anno, sicuramente un po' troppi; ma anche dimezzando questo costo, risparmieremmo 3 miliardi e mezzo, una somma che, in uno Stato che ha una spesa pubblica di 800 miliardi, è il resto del caffè. Ci sono troppi sprechi nella pubblica amministrazione? Ma guarda! E cosa pensate, che negli altri paesi la burocrazia statale non costi nulla, che gli sprechi esistano solo in Italia?
E allora, come facciamo a rispettare i parametri di Maastricht? Per questa domanda ho una risposta volgare e una educata. Ok, opto per quella educata. Semplicemente non vanno rispettati, vanno rifiutati, vanno fatti saltare, devono scomparire dalla vita del nostro paese per sempre. La moneta unica non sovrana è una truffa colossale, un'invenzione diabolica per impedire agli Stati di spendere adoperando le proprie monete nazionali. E uno Stato che non può spendere, o non può indebitarsi, quando la propria economia ne ha bisogno, è uno Stato finito, destinato al fallimento, in balia dei mercati finanziari che possono pretendere qualsiasi interesse sul suo debito perché quello Stato, non avendo una propria moneta, dipende completamente da loro. Ecco dove nasce lo spread e la speculazione, altro che crisi di governo dei miei stivali. Studiate! Ovviamente tutto questo impianto regge se ci sono uno o due Stati-guida che ottengono solo vantaggi da questa situazione. Ogni riferimento alla Germania di Kohl e alla Francia di Mitterand è fortemente voluto.
Su Berlusconi ho un'idea tutta mia di cui parlerò in un prossimo articolo. L'unica cosa certa è che il Cavaliere ormai appartiene al passato e che in Italia bisogna andare oltre i governicchi supini all'euro, ma anche oltre Berlusconi. Se non altro, comunque, ci ha fatto un bel favore togliendoci Letta e Saccomanni dalle scatole. Irresponsabile? Forse, ma per l'Italia oggi è meglio una deflagrazione totale che una morte lenta e inesorabile alla quale comunque siamo condannati se continueremo a seguire le dottrine folli dei trattati europei. D'altra parte, è inutile che il Pd e Letta continuino a prenderci in giro con la storia dell'irresponsabilità: Berlusconi ha dato un contributo fondamentale alla nascita del governo Letta, e ora che è stato condannato, loro tentano di sbatterlo fuori dal Senato prima del tempo rendendo retroattiva la legge sull'incandidabilità, che è una cosa non propria ortodossa, oltre che scorretta nei confronti del principale alleato. In pratica, vorrebbero stare al governo col sostegno di Forza Italia, ma senza avere Berlusconi tra i piedi. Sembra troppo assurda come pretesa, ecco perché ho questo dubbio: chissà se nel Pd non avessero già previsto tutto, espulsione dal Senato, caduta del governo ad opera dei berlusconiani, conseguente rottura con Napolitano e addio grazia per il Cavaliere. Davvero molto responsabili.
Tutte le cretinate della Boldrini in un'unica, strepitosa raccolta
Dall'entusiasmo per la chiusura di Miss Italia all'attacco contro gli spot televisivi con donne che servono a tavola. In appena sei mesi di mandato, Laura ne ha sparate di tutti i colori. Ecco tutte le sue "perle"
Non certo l'ultima arrivata. Ex addetta-stampa della Fao, per quattordici anni portavoce dell'Alto Commissariato per i Rifugiati dell'Onu, giornalista e autrice di alcuni libri, tra cui il bellissimo (senza ironia) Tutti indietro, l'attuale presidente della Camera Laura Boldrini è una donna dal profilo autorevole, e la sua elezione a presidente della camera bassa, sei mesi fa, fu salutata con favore dalla maggioranza degli italiani, tanto più che arrivò in un momento di grande caos istituzionale.
Alle ottime credenziali e alle grandi aspettative, tuttavia, hanno fatto da contraltare uscite pubbliche e dichiarazioni che se fossero partite da un'esponente della Destra avrebbero scatenato un diluvio di pernacchie. Non così per la Boldrini, anche perché si sa che i giornaloni italiani sono sempre piuttosto accomodanti (se non proprio in soggezione) nei riguardi di certa Sinistra radical-chic.
Così ho pensato di raccogliere le non poche cretinate che la bella Laura ha "sparato" in appena sei mesi di mandato. Una donna determinata e con le idee chiare, la Boldrini, nonché dotata di un innegabile appeal mediatico che le permette di far veicolare messaggi da cui nascono dibattiti accesi. Il tutto, però, viene rovinato da un'insopportabile aria da maestrina "Iosotutto" e da un certo femminismo-moralismo di maniera che nel migliore dei casi trasforma le dichiarazioni in banalità stereotipate, proprio lei che dichiara di voler combattere gli stereotipi.
La sua prima perla da presidente della Camera risale a fine aprile, quando invocò, fino ad ottenerla, la censura dei blog che si rendono protagonisti, a suo dire, di attacchi sessisti alle donne impegnate in politica. Nel mutismo assoluto di quelli che generalmente insorgono su Internet per difendere la libertà di stampa "perché l'Italia è dietro il Burundi, l'Angola" eccetera eccetera, gli agenti della polizia postale piombavano a casa di un blogger che aveva postato su "Facebook" la foto di una falsa Boldrini nuda, mentre la presidentessa si faceva assegnare un team di sette agenti di polizia postale al suo servizio. Da non credere.
Di lì a pochi giorni, la Boldrini ne sparava un'altra, quando, intervenendo per commentare l'attentato di Palazzo Chigi avvenuto nel giorno dell'insediamento del governo Letta, ammoniva di "fare attenzione agli slogan facili, perché in quel gesto c'è la disperazione di chi ha perso il lavoro". Ora, a parte il fatto che dalle indagini tuttora in corso emerge un quadro che sembrerebbe smentire tutta questa disperazione, ma la signora Boldrini si chiedeva, mentre diceva queste cose, cosa succederebbe se tutti i disperati del mondo facessero attentati dimostrativi contro innocenti agenti delle forze dell'ordine? Un pensiero censurabile, questo sì, tanto più se prodotto dalla mente (e dalla bocca) di chi ricopre un incarico istituzionale.
Ma ormai la Boldrini era partita in quarta, aveva preso confidenza col suo ruolo e da quel momento cominciò a bersagliarci con una serie di fesserie senza capo né coda. Arrivano le perle migliori. 15 luglio. La Boldrini esprime il suo parere sulla scelta della Rai di non mandare in onda "Miss Italia": "Le ragazze italiane hanno altri talenti, non solo quello di sfilare con un numero". Fa niente se Miss Italia abbia lanciato fior fiori di donne dello spettacolo e non solo, qui l'occasione era troppo ghiotta per non esplicitare tutto il femminismo tanto al kilo di cui è infarcito il pensiero della presidente. Passano appena 24 ore e alla Boldrini arriva una denuncia di un cittadino di Ravenna motivata dal fatto che l'8 aprile miss Montecitorio aveva risposto così a un giornalista che le chiedeva in base a quale criterio sarebbero state assegnate le case popolari: "Saranno date prima ai Rom e agli extracomunitari con figli a carico", era stata la risposta (prevedibile) di Laura. Non c'è che dire: buonismo all'ennesima potenza, condito anche da una certa dose di insensibilità nei riguardi dei sempre più numerosi connazionali (svariati milioni dei quali risultano tra i poveri veri) che negli ultimi tempi non se la passano bene. Nulla di scandaloso nel dare le case ai Rom quando ci sono, ma che abbiano addirittura la priorità sembra francamente troppo.
L'ultima prodezza in ordine di tempo è fresca fresca, e forse merita il primo posto della hit parade. Il 24 settembre, intervenendo al convegno "Donne e media", in Senato, la Boldrini torna sul suo cavallo di battaglia: "Basta spot televisivi che mostrano donne che servono a tavola! E' uno stereotipo superato, nel resto d'Europa non lo permetterebbero". Difficile commentare una dichiarazione così priva di senso. Non solo perché gli spot in tv mostrano diversi tipi di donne, e non solo quelle che servono a tavola, ma quand'anche fosse, cosa c'è di male se nella pubblicità di un prodotto alimentare è la donna a servire le portate? Veramente la Boldrini crede che sarebbe opportuno censurare anche degli spot innocui? Non vogliamo neanche pensarlo, anche se il furore moralistico-regolatorio della Sinistra italiana (a ruota di quella europea) sta raggiungendo punte di parossismo che fanno temere il peggio. E negli ultimi tempi abbiamo già avuto diversi esempi di norme da cerebrolesi prodotte a tutti i livelli di governo.
In soli sei mesi Laura ci ha "deliziato" già parecchie volte, chissà cosa combinerebbe in cinque anni. Forse sarebbe opportuno apparire meno sui giornali e in tv, e più alla Camera, dove pare che la presidente non brilli per assiduità di frequenza. A inizio settembre, su 200 ore lavorative era stata presente solo per 50 ore. Laura non c'è, verrebbe da dire, anche se lei si è difesa affermando di essere in linea con due degli ultimi presidenti della Camera, ovvero Fini e Casini. Praticamente tra i peggiori della storia repubblicana. Non esattamente un vanto.
Non certo l'ultima arrivata. Ex addetta-stampa della Fao, per quattordici anni portavoce dell'Alto Commissariato per i Rifugiati dell'Onu, giornalista e autrice di alcuni libri, tra cui il bellissimo (senza ironia) Tutti indietro, l'attuale presidente della Camera Laura Boldrini è una donna dal profilo autorevole, e la sua elezione a presidente della camera bassa, sei mesi fa, fu salutata con favore dalla maggioranza degli italiani, tanto più che arrivò in un momento di grande caos istituzionale.
Alle ottime credenziali e alle grandi aspettative, tuttavia, hanno fatto da contraltare uscite pubbliche e dichiarazioni che se fossero partite da un'esponente della Destra avrebbero scatenato un diluvio di pernacchie. Non così per la Boldrini, anche perché si sa che i giornaloni italiani sono sempre piuttosto accomodanti (se non proprio in soggezione) nei riguardi di certa Sinistra radical-chic.
Così ho pensato di raccogliere le non poche cretinate che la bella Laura ha "sparato" in appena sei mesi di mandato. Una donna determinata e con le idee chiare, la Boldrini, nonché dotata di un innegabile appeal mediatico che le permette di far veicolare messaggi da cui nascono dibattiti accesi. Il tutto, però, viene rovinato da un'insopportabile aria da maestrina "Iosotutto" e da un certo femminismo-moralismo di maniera che nel migliore dei casi trasforma le dichiarazioni in banalità stereotipate, proprio lei che dichiara di voler combattere gli stereotipi.
La sua prima perla da presidente della Camera risale a fine aprile, quando invocò, fino ad ottenerla, la censura dei blog che si rendono protagonisti, a suo dire, di attacchi sessisti alle donne impegnate in politica. Nel mutismo assoluto di quelli che generalmente insorgono su Internet per difendere la libertà di stampa "perché l'Italia è dietro il Burundi, l'Angola" eccetera eccetera, gli agenti della polizia postale piombavano a casa di un blogger che aveva postato su "Facebook" la foto di una falsa Boldrini nuda, mentre la presidentessa si faceva assegnare un team di sette agenti di polizia postale al suo servizio. Da non credere.
Di lì a pochi giorni, la Boldrini ne sparava un'altra, quando, intervenendo per commentare l'attentato di Palazzo Chigi avvenuto nel giorno dell'insediamento del governo Letta, ammoniva di "fare attenzione agli slogan facili, perché in quel gesto c'è la disperazione di chi ha perso il lavoro". Ora, a parte il fatto che dalle indagini tuttora in corso emerge un quadro che sembrerebbe smentire tutta questa disperazione, ma la signora Boldrini si chiedeva, mentre diceva queste cose, cosa succederebbe se tutti i disperati del mondo facessero attentati dimostrativi contro innocenti agenti delle forze dell'ordine? Un pensiero censurabile, questo sì, tanto più se prodotto dalla mente (e dalla bocca) di chi ricopre un incarico istituzionale.
Ma ormai la Boldrini era partita in quarta, aveva preso confidenza col suo ruolo e da quel momento cominciò a bersagliarci con una serie di fesserie senza capo né coda. Arrivano le perle migliori. 15 luglio. La Boldrini esprime il suo parere sulla scelta della Rai di non mandare in onda "Miss Italia": "Le ragazze italiane hanno altri talenti, non solo quello di sfilare con un numero". Fa niente se Miss Italia abbia lanciato fior fiori di donne dello spettacolo e non solo, qui l'occasione era troppo ghiotta per non esplicitare tutto il femminismo tanto al kilo di cui è infarcito il pensiero della presidente. Passano appena 24 ore e alla Boldrini arriva una denuncia di un cittadino di Ravenna motivata dal fatto che l'8 aprile miss Montecitorio aveva risposto così a un giornalista che le chiedeva in base a quale criterio sarebbero state assegnate le case popolari: "Saranno date prima ai Rom e agli extracomunitari con figli a carico", era stata la risposta (prevedibile) di Laura. Non c'è che dire: buonismo all'ennesima potenza, condito anche da una certa dose di insensibilità nei riguardi dei sempre più numerosi connazionali (svariati milioni dei quali risultano tra i poveri veri) che negli ultimi tempi non se la passano bene. Nulla di scandaloso nel dare le case ai Rom quando ci sono, ma che abbiano addirittura la priorità sembra francamente troppo.
L'ultima prodezza in ordine di tempo è fresca fresca, e forse merita il primo posto della hit parade. Il 24 settembre, intervenendo al convegno "Donne e media", in Senato, la Boldrini torna sul suo cavallo di battaglia: "Basta spot televisivi che mostrano donne che servono a tavola! E' uno stereotipo superato, nel resto d'Europa non lo permetterebbero". Difficile commentare una dichiarazione così priva di senso. Non solo perché gli spot in tv mostrano diversi tipi di donne, e non solo quelle che servono a tavola, ma quand'anche fosse, cosa c'è di male se nella pubblicità di un prodotto alimentare è la donna a servire le portate? Veramente la Boldrini crede che sarebbe opportuno censurare anche degli spot innocui? Non vogliamo neanche pensarlo, anche se il furore moralistico-regolatorio della Sinistra italiana (a ruota di quella europea) sta raggiungendo punte di parossismo che fanno temere il peggio. E negli ultimi tempi abbiamo già avuto diversi esempi di norme da cerebrolesi prodotte a tutti i livelli di governo.
In soli sei mesi Laura ci ha "deliziato" già parecchie volte, chissà cosa combinerebbe in cinque anni. Forse sarebbe opportuno apparire meno sui giornali e in tv, e più alla Camera, dove pare che la presidente non brilli per assiduità di frequenza. A inizio settembre, su 200 ore lavorative era stata presente solo per 50 ore. Laura non c'è, verrebbe da dire, anche se lei si è difesa affermando di essere in linea con due degli ultimi presidenti della Camera, ovvero Fini e Casini. Praticamente tra i peggiori della storia repubblicana. Non esattamente un vanto.
Se questa è una democrazia
Votiamo persone che di fatto non possono più decidere nulla. Un governo senza autonomia di spesa ha gli stessi poteri di un'assemblea di condominio. Sarebbe utile, oltre che onesto, che i candidati spiegassero ai cittadini questa banale verità.
Quando vi chiedete perché il governo non riesce a trovare le risorse per evitare l'aumento dell'Iva; quando vi sembra strano che il commissario europeo per le Finanze si rechi in Italia per dare consigli o per criticare l'abolizione di una determinata tassa (ricordate la ramanzina che ci fece Olli Rehn quando si iniziò a parlare di abolizione dell'Imu?)...beh...innanzitutto dovete sapere che non si tratta esattamente di suggerimenti o di critiche, ma di vere e proprie prescrizioni. Così come le scelte del governo in materia di gestione del bilancio pubblico non sono poi così libere, come ci si aspetterebbe in uno Stato democratico.
È importante sapere, infatti, che in base alle regole stabilite dal cosiddetto “Semestre europeo” e dal “Preventing Macroeconomic Imbalances”, istituiti nel 2010 con la firma di tutti i capi di Stato e di governo (presidente del Consiglio dell’epoca, Silvio Berlusconi), i governi devono sottoporre i loro bilanci sia alla Commissione europea che al Consiglio dei capi di Stato e di governo, ogni anno, nel mese di aprile. Come spiega Paolo Barnard, "la Commissione europea, organismo non eletto da nessuno, può infatti:
1) avere pieno controllo dei bilanci degli Stati persino prima che siano presentati ai parlamenti nazionali;
2) interferire nelle politiche nazionali di fisco, Stato sociale, lavoro, redditi;
3) imporre sanzioni pesanti agli Stati che non rispettano alla lettera i parametri previsti dai trattati;
4) fare pressioni allo scopo di indurre i governi a privatizzare beni pubblici, a tagliare posti di lavoro nel pubblico impiego, a introdurre regole di sempre maggiore competitività;
5) impedire le politiche di spesa in deficit oltre un limite assai ridotto."
L'Europact, firmato nel marzo del 2011, ha poi fornito indicazioni più esplicite sulle priorità degli interventi necessari per far quadrare i conti a ogni costo, anche ignorando le esigenze di crescita: dalle pensioni alle tasse, dai tagli ai servizi pubblici fino alle privatizzazioni a prezzi da "fuori tutto".
Non dimentichiamo inoltre un altro aspetto fondamentale. Non possedendo piú una propria valuta di Stato, i governi non hanno alcuna possibilità concreta di opporsi a decisioni che li penalizzano senza rischiare di vedersi chiudere i "rubinetti" della spesa; per non parlare poi del potere di ricatto enorme che i mercati finanziari hanno nei confronti di un governo senza portafoglio, e in quanto tale costretto a rispettare l'agenda politica dettata da chi gli fornisce i soldi per la spesa.
Negli ultimi tempi è stato spesso menzionato il caso della Francia che nell'ultimo decennio ha sforato più volte i limiti di bilancio. Si faccia attenzione però: non è stata un'azione di forza francese, bensì una concessione che in modo del tutto arbitrario la Commissione europea (non il parlamento eletto dai cittadini, ma la Commissione non eletta da nessuno) fa ad alcuni stati e nega ad altri in seguito a una richiesta e dopo lunghe trattative.
Il fatto è che noi crediamo di vivere ancora in una democrazia, ma in realtà il governo dell’economia è in mano a una elite sovranazionale di tecnocrati che risponde a lobby finanziarie e grandi industriali e ad alcuni Stati in particolare come la Germania, di sicuro non ai cittadini. E i tecnocrati, a loro volta, hanno i loro uomini nei giornali e nei politici di professione. A questo punto è lecito chiedersi: esiste ancora quella democrazia che noi crediamo di esercitare attraverso il voto?
Quando vi chiedete perché il governo non riesce a trovare le risorse per evitare l'aumento dell'Iva; quando vi sembra strano che il commissario europeo per le Finanze si rechi in Italia per dare consigli o per criticare l'abolizione di una determinata tassa (ricordate la ramanzina che ci fece Olli Rehn quando si iniziò a parlare di abolizione dell'Imu?)...beh...innanzitutto dovete sapere che non si tratta esattamente di suggerimenti o di critiche, ma di vere e proprie prescrizioni. Così come le scelte del governo in materia di gestione del bilancio pubblico non sono poi così libere, come ci si aspetterebbe in uno Stato democratico.
È importante sapere, infatti, che in base alle regole stabilite dal cosiddetto “Semestre europeo” e dal “Preventing Macroeconomic Imbalances”, istituiti nel 2010 con la firma di tutti i capi di Stato e di governo (presidente del Consiglio dell’epoca, Silvio Berlusconi), i governi devono sottoporre i loro bilanci sia alla Commissione europea che al Consiglio dei capi di Stato e di governo, ogni anno, nel mese di aprile. Come spiega Paolo Barnard, "la Commissione europea, organismo non eletto da nessuno, può infatti:
1) avere pieno controllo dei bilanci degli Stati persino prima che siano presentati ai parlamenti nazionali;
2) interferire nelle politiche nazionali di fisco, Stato sociale, lavoro, redditi;
3) imporre sanzioni pesanti agli Stati che non rispettano alla lettera i parametri previsti dai trattati;
4) fare pressioni allo scopo di indurre i governi a privatizzare beni pubblici, a tagliare posti di lavoro nel pubblico impiego, a introdurre regole di sempre maggiore competitività;
5) impedire le politiche di spesa in deficit oltre un limite assai ridotto."
L'Europact, firmato nel marzo del 2011, ha poi fornito indicazioni più esplicite sulle priorità degli interventi necessari per far quadrare i conti a ogni costo, anche ignorando le esigenze di crescita: dalle pensioni alle tasse, dai tagli ai servizi pubblici fino alle privatizzazioni a prezzi da "fuori tutto".
Non dimentichiamo inoltre un altro aspetto fondamentale. Non possedendo piú una propria valuta di Stato, i governi non hanno alcuna possibilità concreta di opporsi a decisioni che li penalizzano senza rischiare di vedersi chiudere i "rubinetti" della spesa; per non parlare poi del potere di ricatto enorme che i mercati finanziari hanno nei confronti di un governo senza portafoglio, e in quanto tale costretto a rispettare l'agenda politica dettata da chi gli fornisce i soldi per la spesa.
Negli ultimi tempi è stato spesso menzionato il caso della Francia che nell'ultimo decennio ha sforato più volte i limiti di bilancio. Si faccia attenzione però: non è stata un'azione di forza francese, bensì una concessione che in modo del tutto arbitrario la Commissione europea (non il parlamento eletto dai cittadini, ma la Commissione non eletta da nessuno) fa ad alcuni stati e nega ad altri in seguito a una richiesta e dopo lunghe trattative.
Il fatto è che noi crediamo di vivere ancora in una democrazia, ma in realtà il governo dell’economia è in mano a una elite sovranazionale di tecnocrati che risponde a lobby finanziarie e grandi industriali e ad alcuni Stati in particolare come la Germania, di sicuro non ai cittadini. E i tecnocrati, a loro volta, hanno i loro uomini nei giornali e nei politici di professione. A questo punto è lecito chiedersi: esiste ancora quella democrazia che noi crediamo di esercitare attraverso il voto?
Silvio kamikaze: farà saltare governo e paese
Pur di non piegarsi ai diktat del Pd e alle manovre occulte di Napolitano, farà cadere il governo e resterà senza immunità. Ridicole le accuse di irresponsabilità: la crisi è inarrestabile e ci vuole molto più di un governicchio per arginarla
Berlusconi potrebbe salvarsi il deretano in cinque minuti. Le vie d'uscita ci sono, basterebbe piegarsi al volere del Pd e di Napolitano e il Cav non farebbe neanche un giorno di galera. Molti, a sinistra, erano convinti di liberarsi per sempre dell'arcinemico: i più "collaborativi" erano pronti a garantirgli ogni possibile salvacondotto giudiziario in cambio dell'autoesclusione dalla scena politica, i più intransigenti invece vorrebbero sfruttare la condanna a un anno di reclusione per toglierlo di mezzo anche politicamente. Senonché Silvio, dopo due settimane drammatiche, ha improvvisamente svestito i panni della colomba per trasformarsi in falco. Un falco pericolosamente kamikaze.
Proprio su questo deve aver fatto leva il presidente Napolitano, che nel suo criptico comunicato ha lasciato trapelare la possibilità di concedere la grazia a Berlusconi, il che escluderebbe automaticamente il rischio di espulsione dal Senato. Quello che Napolitano non ha detto ma che si intuiva comunque, è che per ottenere la grazia il Cav dovrebbe abbandonare la leadership del centrodestra chiudendo una volta per tutte la lunga stagione politica che lo ha visto protagonista. In parole povere, l'offerta del Capo dello Stato è questa: "Io ti concedo la grazia, tu in cambio assicuri sostegno assoluto al governo di larghe intese pro-euro e pro-austerity e dopodiché ti metti in un angolino zitto zitto". Risulta evidente, a questo punto, che anche il Pd, al di là delle schermaglie e delle minacce, alla lunga si allineerebbe a questa proposta, ammesso che non l'abbia già sposata in pieno.
L'obiettivo, a quel punto, saranno le elezioni immediate, con quale centrodestra e con quale leadership non si sa. Il tutto porterà ad un inevitabile e lungo braccio di ferro con Napolitano, il quale sta già apparecchiando tutto per evitare il voto anticipato, come dimostra la nomina di quattro senatori a vita che non faranno mancare il loro appoggio ad un Letta-bis sostenuto da tutto e di più. Re Giorgio, insomma, continua ad essere il punto di riferimento più sicuro per quei poteri extranazionali che mirano a controllare l'Italia dall'alto, in barba alla sovranità popolare; e considerando la forza dell'apparato politico e mediatico di cui dispongono costoro, serve un'impresa da titani per rovinare i piani di Napolitano e portare l'Italia al voto prima del 2015.
Berlusconi potrebbe salvarsi il deretano in cinque minuti. Le vie d'uscita ci sono, basterebbe piegarsi al volere del Pd e di Napolitano e il Cav non farebbe neanche un giorno di galera. Molti, a sinistra, erano convinti di liberarsi per sempre dell'arcinemico: i più "collaborativi" erano pronti a garantirgli ogni possibile salvacondotto giudiziario in cambio dell'autoesclusione dalla scena politica, i più intransigenti invece vorrebbero sfruttare la condanna a un anno di reclusione per toglierlo di mezzo anche politicamente. Senonché Silvio, dopo due settimane drammatiche, ha improvvisamente svestito i panni della colomba per trasformarsi in falco. Un falco pericolosamente kamikaze.
Facciamo ordine. Non è stata solo la recente condanna in Cassazione a scatenare la voglia di Berlusconi di far saltare come un tappo gli equilibri faticosamente costruiti negli ultimi mesi. A indurlo a questa scelta sono stati i diktat di Napolitano e soprattutto le minacce del Pd, il quale ha deciso di cogliere la palla al balzo e di sfruttare la condanna penale del Cav per estrometterlo dal Senato appellandosi alla recente legge Severino. In realtà, tutti i giuristi hanno fatto rilevare che l'incandidabilità non è automatica in presenza di una condanna, dipende dai casi. Perciò se il prossimo 9 settembre dovesse essere votata la decadenza di Berlusconi dalla carica di senatore, si tratterebbe di una scelta tutta politica.
Le conseguenze per il Cav sarebbero nefaste. Privato dell'agibilità politica e soprattutto delle poche forme di immunità che gli garantisce la carica di parlamentare, potrebbe ritrovarsi in balia delle procure, una delle quali, quella di Napoli (dove è indagato per la vicenda della presunta compravendita di parlamentari), sarebbe pronta - si vocifera - a spiccare un mandato d'arresto nei suoi confronti.
Proprio su questo deve aver fatto leva il presidente Napolitano, che nel suo criptico comunicato ha lasciato trapelare la possibilità di concedere la grazia a Berlusconi, il che escluderebbe automaticamente il rischio di espulsione dal Senato. Quello che Napolitano non ha detto ma che si intuiva comunque, è che per ottenere la grazia il Cav dovrebbe abbandonare la leadership del centrodestra chiudendo una volta per tutte la lunga stagione politica che lo ha visto protagonista. In parole povere, l'offerta del Capo dello Stato è questa: "Io ti concedo la grazia, tu in cambio assicuri sostegno assoluto al governo di larghe intese pro-euro e pro-austerity e dopodiché ti metti in un angolino zitto zitto". Risulta evidente, a questo punto, che anche il Pd, al di là delle schermaglie e delle minacce, alla lunga si allineerebbe a questa proposta, ammesso che non l'abbia già sposata in pieno.
Chiunque, nella posizione di Silvio, avrebbe accettato. Perché i procedimenti giudiziari ancora aperti sono tanti, perché l'età avanza, perché le aziende di famiglia hanno guadagnato parecchio in borsa grazie alla maggiore stabilità favorita dalle larghe intese. Ma Berlusconi no. Il leader di Forza Italia preferirà correre il rischio di essere travolto dalle procure piuttosto che piegarsi al volere degli ex comunisti. D'altra parte, è grazie a lui se si è riusciti a trovare l'accordo per la rielezione di Napolitano ed è sempre grazie a lui se l'Italia oggi ha uno straccio di governo. A maggior ragione Berlusconi non accetta di venire relegato nel dimenticatoio con la minaccia di essere mandato in pasto ai pm d'assalto, per di più dopo l'ennesima condanna basata su un'accusa ritenuta (forse non a torto) assurda, come quella di aver frodato la propria azienda, quella che lui stesso ha creato e che oggi i suoi figli dirigono. Perciò l'ordine impartito ai suoi (o a chi dei suoi è disposto a seguirlo) è stato chiaro: se sarà votata la sua decadenza da senatore, tutti i ministri del PdL rassegneranno le dimissioni e la sorte del governo Letta sarà segnata.
L'obiettivo, a quel punto, saranno le elezioni immediate, con quale centrodestra e con quale leadership non si sa. Il tutto porterà ad un inevitabile e lungo braccio di ferro con Napolitano, il quale sta già apparecchiando tutto per evitare il voto anticipato, come dimostra la nomina di quattro senatori a vita che non faranno mancare il loro appoggio ad un Letta-bis sostenuto da tutto e di più. Re Giorgio, insomma, continua ad essere il punto di riferimento più sicuro per quei poteri extranazionali che mirano a controllare l'Italia dall'alto, in barba alla sovranità popolare; e considerando la forza dell'apparato politico e mediatico di cui dispongono costoro, serve un'impresa da titani per rovinare i piani di Napolitano e portare l'Italia al voto prima del 2015.
Quanto alle accuse di irresponsabilità che da più parti stanno già piovendo sul Cav, è evidente quanto queste siano ridicole. La crisi economica che stiamo vivendo è inarrestabile e, come questo blog ha cercato tante volte di spiegare, non saranno certo i raffazzonati ed immobili governi di "grossa coalizione" ad arginarla. Occorre molto di più, bisogna ribellarsi ai parametri di bilancio imposti dagli accordi europei sulla moneta unica. L'Europa intera ha bisogno di libertà, libertà di indebitarsi per andare in soccorso di un'economia sull'orlo del soffocamento. Ci vuole un coraggio da leoni, altro che governicchi che ci impiegano un anno ad abolire mezza tassa.
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